Il profilo intellettuale di Fontcuberta tra fotografia e arti visive: note a margine di Immagini latenti
A cura di Davide Tatti
Già da una prima lettura di Immagini latenti, il volume più recente di Joan Fontcuberta tradotto in italiano dal catalano, appare chiaro che le sue idee sulla fotografia acquistano valore grazie al loro radicamento in un approccio multidisciplinare [1]. Fontcuberta spesso scrive partendo da spunti autobiografici, oppure dalle ricostruzioni di un tema con linguaggio narrativo; contemporaneamente estende le sue argomentazioni verso la storia sociale e politica, i mass media, le arti visive, la letteratura, la conoscenza scientifica e tecnologica, la filosofia. La rete di riferimenti che Fontcuberta dispiega si appoggia a un baricentro fatto di consapevolezza politica, che gli permette di inquadrare i sistemi di potere e controllo sociale, nonché l’incidenza che questi possono avere sui mezzi di comunicazione. I linguaggi artistici spesso sono osservati come strumenti che possono fare resistenza o avallare le forze di potere politico ed economico. Fontcuberta, perciò, è fotografo e teorico della fotografia, ma insieme anche intellettuale; tra i fondamenti culturali a cui è più legato ci sono la lingua e la storia catalana, che sono una delle matrici formative del suo pensiero.
Fontcuberta nasce a Barcellona nel 1955 e si forma negli anni Sessanta e Settanta, sotto la dittatura franchista, che aveva fatto della repressione della cultura catalana uno strumento di controllo sistematico, attraverso strumenti che comprendevano anche il programma NO-DO di produzione fotografica e video per la propaganda del regime.
Fontcuberta si laurea all’Università Autonoma di Barcellona nel 1977, un’istituzione fondata nel 1968 come alternativa accademica di resistenza al regime. Dopo decenni trascorsi tra progetti fotografici e riflessione teorica, nel 2026 gli è stata conferita la Creu de Sant Jordi, la più alta onorificenza civile catalana per «aver sviluppato un’opera di grande influenza internazionale che esplora i limiti tra realtà e finzione e mette in questione la veridicità delle immagini nella cultura contemporanea» [2]. Recentemente, Fontcuberta in un’intervista traccia la sintesi del suo percorso e la stretta relazione tra fotografia e propaganda, una tesi che ha radici biografiche precise nel contesto franchista [3].
A partire dal 2019, Fontcuberta sceglie Arcàdia, piccolo editore catalano indipendente, per pubblicare tre fra i suoi libri più recenti, che escono prima in catalano e poi vengono tradotti in spagnolo e in altre lingue. Il volume edito nel 2025 in catalano Lliçons de coses. La fotografia que es (revela) rebel·la (Lezioni dalle cose. La fotografia che si (rivela) ribelle), non è stato ancora tradotto in italiano.
Al termine del 2022, Fontcuberta tiene un corso omonimo al CCCB di Barcellona [4]. Uno tra i temi di maggior rilievo è quello del transito dalla fotografia analogica alla post-fotografia digitale e algoritmica, dall’immagine latente (come il negativo fotografico in attesa di essere sviluppato) allo spazio latente, ovvero l’ambito digitale e algoritmico dove si attende la generazione di un’immagine richiesta attraverso connessioni statistiche. Il passaggio dal fotografico all’algoritmo non è principalmente una discontinuità tecnica, ma una trasformazione epistemica: “produrre” un’immagine cambia di significato.
La memoria, altro tema rilevante, è per definizione indicale: ci si ricorda di quella fotografia, di quella persona, di quel momento. Quando Fontcuberta parla delle fotografie della propria vita, che costituiscono la memoria personale, non può fare a meno di attribuire loro un valore di traccia; questo è il punto in cui la sua teoria della fotografia non indicale fa attrito con la sua esperienza, portando con sé una tensione interna al suo sistema concettuale di fotografia come produttrice di visioni, e non come traccia di una realtà esterna.
mmagini latenti è una raccolta di studi che possono essere letti autonomamente, ma che al contempo formano un sistema. La produzione fotografica viene osservata da angoli diversi: tecnico, politico, memoriale, ontologico. Le argomentazioni di Fontcuberta transitano nella fotografia e nell’arte sconfinando in altri ambiti più distanti con metodo produttivo, valido come modello di pensiero storico e critico anche per le generazioni più giovani.
Gli scritti che compongono il libro si strutturano secondo alcuni assi concettuali. Il racconto biografico, che si relaziona al tempo scandito in modo soggettivo, è il primo approccio alla fotografia. Gli eventi biografici vengono fotografati spesso, ma fino a che punto è opportuno farlo? Ad esempio, Fontcuberta sceglie di non fotografare la morte della madre, contrariamente alle usanze locali, poiché ogni fotografia sarebbe parziale rispetto al vivo ricordo. La rinuncia di Fontcuberta risponde a una necessità di riduzione dell’ambito fotografabile: “a volte un atto fotografico abortito raggiunge una pienezza maggiore rispetto a un’opera che riscuote un enorme successo” [5]. A tal proposito fa riferimento a Sophie Calle, che invece documenta gli ultimi minuti di vita della madre in un’opera presentata alla Biennale di Venezia nel 2007.
La fotografia, in una prospettiva biografica, suggella i rituali familiari o collettivi; quando queste immagini entrano in un archivio, si percepisce una dimensione temporale limitata all’arco di una vita: «il tempo in cui siamo è il tempo che finisce» [6]. Invece, le immagini generate con criteri statistici si impongono come “probabilità” o “previsioni”, legate a un tempo che non è stato vissuto. Fontcuberta individua come esempio pioneristico The Age Machine di Nancy Burson, dispositivo sviluppato a partire dal 1976 che simula l’invecchiamento facciale, adoperato in ambito artistico e investigativo negli Stati Uniti.
Il secondo asse è dato dall’uso politico della fotografia per determinare la diffusione delle informazioni, le narrazioni storiche, le discriminazioni, le censure, le falsificazioni di vario genere. Le immagini possono essere strumentali al grado di visibilità da attribuire a determinate informazioni. Trasparenza e opacità sono definiti come “espedienti dialettici altamente decisivi nel selezionare l’informazione e controllare la narrazione” [7]. Fontcuberta riprende un esempio storico con le foto edulcorate della guerra di Crimea di metà Ottocento, commissionate al fotografo Roger Fenton, che escluse le tracce reali del conflitto armato.
Una forma di obbligo all’invisibilità è la censura: un atto di terrorismo intellettuale, ma al tempo stesso generatrice involontaria di estetica in coloro che si adoperano a praticarla. Fontcuberta muove dalla censura franchista in Spagna e considera anche le forme più moderne in Cina, come la censura per inondazione: la saturazione di informazioni ingestibili che induce un blocco cognitivo negli utenti. Tipica dell’era digitale, è una censura insidiosa perché «il governo può fare bella mostra di trasparenza, ma l’effetto reale è l’impenetrabilità e il blocco dell’informazione» [8]. A monte delle varie forme di terrorismo culturale, Fontcuberta fa riferimento a Walter Benjamin: «Non esiste un documento della cultura senza essere insieme un documento della barbarie» [9].
Dai procedimenti di cancellazione e occultamento, Fontcuberta approda a definire quelli di falsificazione di immagini o documenti. L’autore distingue tra frode, intesa come inganno a scopo economico; fake generico, con finalità non economiche, e fake artistico-sovversivo, come strumento che «non ha la pretesa di ingannare bensì di smascherare il meccanismo intrinseco all’inganno. E lo fa con una chiara volontà didattica» [10]. Come esempio di fake scientifico, Fontcuberta porta quello dell’uomo di Piltdown, il ritrovamento fasullo di resti fossili all’inizio del Novecento che avrebbero dovuto ricostruire una specie di ominide europeo. Lui stesso concepisce un fake artistico-sovversivo con il progetto Hydropithecus del 2001, realizzato con lo scopo di suscitare l’esercizio del dubbio e del senso critico. Vengono installati, presso una riserva naturale geologica dell’alta Provenza e nel museo, falsi scheletri di una specie immaginaria come l’ominide con pinna caudale.
Il fake in ambito politico e storico diventa menzogna, ottenuta per omissione oppure per racconto mendace. Fontcuberta, per smontare la menzogna, non cerca la verità, ma mostra invece come la si costruisce. Un suo progetto realizzato in questa cornice è Deconstruir Osama nel 2007: quattro anni prima di qualsiasi annuncio ufficiale, Fontcuberta aveva definito una narrazione fotografica falsa ma verosimile sul rintracciamento e l’uccisione di Bin Laden. Quando il rapporto ufficiale arrivò nel 2011, il confronto tra la versione dell’amministrazione statunitense e le varie versioni non ufficiali (ma divergenti) rivelò come le ricostruzioni storiche e mediatiche presentassero elementi di opacità e dettagli di eventi non completamente accertati, eppure presentati retoricamente come realistici.
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- Joan Fontcuberta, Le Dr. Fasqiyta-Ul Junat in compagnia di Osama bin Laden nel teatro delle operazioni. Fotomontaggio, serie: Deconstruir Osama, 2007.
Il terzo asse (ultimo, ma non per rilevanza) riguarda le immagini e la fotografia come linguaggio autonomo dal mondo reale e la necessità di interpellarlo; i regimi estetici della visione come la sequenza, la ricerca di visibilità e trasparenza, la necessità che forme casuali, erronee, deformi possano esprimersi. Le immagini fotografiche o fotorealistiche, senza il diretto riferimento esterno, in certi ambiti non sono congetture o falsi, ma ricostruzioni plausibili documentate, come nell’astronomia e nella tecnologia spaziale. Le fotografie di Nasmyth del 1874 che rappresentano la Luna sono in realtà riproduzioni di modelli in gesso costruiti a partire da disegni telescopici, ma l’operazione resta nell’ambito conoscitivo. Così pure per la prima immagine del buco nero del 2019, che non è una fotografia ma una ricostruzione algoritmica ottenuta con dati forniti da radiotelescopi. Fontcuberta risolve la questione in modo epigrafico, con una delle formulazioni più nitide di tutto il volume: «L’oggettività, se esiste, non la dà la tecnologia, bensì la volontà di chi la usa» [11].
La dinamica visiva tra rendere visibile o nascondere, mantenere o scartare, è intrinseca alla natura dello strumento fotografico: l’immagine decisiva, il “momento decisivo” di Cartier-Bresson, è improbabile come evento nell’immagine singola, ma è certo che la si possa individuare scegliendo nella sequenza di innumerevoli scatti. Fontcuberta ragiona su questo attraverso il principio dell’improbabilità di David J. Hand, dove eventi apparentemente improbabili accadono regolarmente quando si considera la più ampia scala dei tentativi.
Storicamente, la fotografia è stata adoperata in vari ambiti per rendere riconoscibili i tratti personali, prima che emergesse la necessità di tutelare giuridicamente la privacy. Ma Fontcuberta fa notare come il regime di visibilità totale, prodotto dalla sorveglianza digitale, abbia trasformato la protezione dell’identità in un problema fortemente percepito, malgrado le pressioni del neoliberismo spingano per ridurre le libertà e la quota di privacy in favore del controllo sociale e del guadagno.
Dalla tutela della privacy nell’ambito pubblico, Fontcuberta arriva a quella dell’ambito domestico. La casa tradizionale è concepita come mezzo di protezione dall’ambiente esterno, come filtro dal “rumore” sociale. L’abitazione contemporanea invece subisce la necessità ideologica di rendere visibile l’interno dall’esterno, riducendo pareti e divisioni, in parallelo col processo di vetrinizzazione del privato ancora in corso. Il precursore storico per Fontcuberta è la Farnsworth House del 1951 nell’Illinois, un’abitazione con pareti esterne sostituite da vetrate e senza stanze, calata nell’utopia estetica della trasparenza e della continuità formale tra interno ed esterno.
Considerato che la contemporaneità tende a portare eventi e persone alla massima visibilità, il sapere tecnico si orienta verso la statistica e gli strumenti predittivi, che leggono e formulano ipotesi per il futuro, a scapito della casualità e dell’imprevisto. Fontcuberta, con logica storica, ricorda che la previsione del futuro ha radici non nelle scienze ma nella divinazione e nella teologia, ma i tentativi di abolire il caso si mostrano goffi soprattutto in un’epoca attuale in cui “l’errore tecnologico, il glitch, sopravvivono nell’IA e ci liberano dalle forme predestinate” [12]. Gli elementi imprevisti e casuali vengono portati a piena consapevolezza nell’arte dal surrealismo; la fotografia, connettendosi a questo movimento, ha sviluppato nei decenni successivi una sperimentazione che adoperava gli eventi casuali e gli errori come mezzi espressivi.
Il caso e l’errore, amplificando la loro portata, possono arrivare a generare il mostro. Fontcuberta traccia una linea di accettazione della mostruosità e deformità riferendosi al film Freaks del 1932 di Tod Browning, dove prevale il risvolto etico: il vero mostro coincide non con l’uomo deforme, ma con quello malvagio. In Diane Arbus, invece, Fontcuberta individua un conflitto irrisolto: la fotografa ricerca come soggetti persone che rappresentino una forma di eccesso, ma il suo suicidio nel 1971 la fa ricadere nella stessa dinamica dell’eccesso: «ritrarre gli ‘anormali’ era un esorcismo destinato a soffocare l’ardore della propria mostruosità» [13].
Fontcuberta torna infine sull’ambiguità della fotografia, per il suo oscillare tra realtà esterna e immaginazione. La diffusione di immagini generate con intelligenza artificiale o manipolate da algoritmi, dove l’artificio è palese, ha obbligato la fotografia a fare “outing”, ovvero la fotografia ha messo tutti nelle condizioni di dubitare della sua verità. Per Fontcuberta le immagini «costruiscono il mondo più di quanto non lo guardino» [14]. Il confronto con un mondo reale non è una prerogativa dello strumento fotografico, ma un atto di volontà individuale. L’ambito dell’arte si configura come il probabile ambiente in cui la fotografia potrebbe sopravvivere, facendo resistenza e attrito col mondo.
Non è una definizione di fotografia quella proposta da Fontcuberta, ma un metodo per pensarla. Tuttavia, nell’individuare pratiche artistiche (proprie e altrui) coerenti con il proprio orizzonte teorico, come quelle di Cecilia de Val (Saragozza, 1975) o di Francesco Zizola (Roma, 1962), Fontcuberta costruisce implicitamente un canone etico di arti visive e fotografia. Resta aperta la questione se tale canone esaurisca davvero le possibilità espressive della fotografia contemporanea, o se ne esistano altre eterogenee, divergenti, difficili da includere in una prospettiva comune (anche esterne al sistema dell’arte), capaci di produrre forme altrettanto significative di visione, esperienza e pensiero.
La scrittura di Fontcuberta si comporta come la sua fotografia, i suoi saggi sono costruiti come le sue serie fotografiche, per montaggio di prove, per smontaggio di evidenze, per accumulo di casi che convergono su una tesi mai enunciata in modo astratto, ma dimostrata attraverso l’esempio. Un elemento distintivo della sua scrittura è l’ironia: la battuta, il gioco, il falso documento come il fake sovversivo, che si convertono in metodo di lavoro, avvicinando le progressioni del suo ragionamento alla tradizione letteraria, come quella espressa da Borges.
Il libro arriva in un momento in cui è ancora più necessario riflettere sulla natura delle immagini: cosa è “fotografico”, cosa distingue una testimonianza da una simulazione, a chi appartiene la fiducia che ancora accreditiamo alle immagini. Il dibattito è uscito dall’ambito specialistico ed è diventato di interesse diffuso. La stessa comunicazione politica si avvale anche di immagini generate algoritmicamente; le raffigurazioni fotografiche dei conflitti armati attuali potrebbero essere modificate con gli stessi strumenti.
2 luglio 2026
Note
- Joan Fontcuberta. Imatges latents, la fotografia en transició. Barcellona, Arcadia, 2022. (Traduzione italiana: Immagini latenti. La fotografia in transizione. Traduzione dal catalano di Simone Cattaneo. Milano, Mimesis edizioni, 2026).
- Il testo riprende una nota del sito Generalitat de Catalunya, vincitori del premio Creu de Sant Jordi.
- Joan Fontcuberta: “La fotografia acaba essent propaganda”. VilaWeb, 18 maggio 2026.
- Imágenes latentes (…) Curso de Joan Fontcuberta. 23 noviembre – 14 diciembre 2022. CCCB Centre de Cultura Contemporània de Barcelona.
- Immagini latenti. La fotografia in transizione. Ibidem, pp. 20-21.
- Ibidem, p. 29.
- Ibidem, p. 47.
- Ibidem, p. 68.
- Ibidem, p. 61. La citazione proviene da: Walter Benjamin, Sul concetto di storia. In: Opere complete VII. Scritti 1938–1940, Einaudi, 2006, p. 486.
- Ibidem, p. 93.
- Ibidem, p. 139.
- Ibidem, p. 211.
- Ibidem, p. 225.
- Ibidem, p. 242.




