Vincenzo Castella e la lettura stratificata del paesaggio

A cura di Davide Tatti

Nel tempo, la fotografia di Vincenzo Castella ha consolidato in me un interesse personale. Non si è trattato di una scelta a priori, ma di una serie di coincidenze che mi ha portato a considerare indispensabile visitare una sua mostra o procurarmi un suo libro fotografico. In quelle occasioni ho pensato di poter cogliere subito il linguaggio di Castella, pur senza conoscerlo a fondo. È una forma di esperienza in cui ci si accosta a un autore attraverso le sue fotografie e talvolta le si fraintende; resta comunque un percorso individuale, che in questo articolo cerco di ripercorrere e approfondire.

Il mio primo approccio fu il volume antologico Photo works, che nel 2009 recuperai da Photology, allora una galleria milanese di riferimento per la fotografia contemporanea. Pubblicato nel 2003, il volume rivela una forte autorialità in Castella: un’ampia visione dello spazio, del paesaggio e dei luoghi sociali nelle loro diverse forme. Il percorso va dagli ambienti con poche tracce di antropizzazione, vicini a un’ipotetica condizione naturale, come alcune valli della Sardegna (1988), ai paesaggi parzialmente modificati, come i parchi di Rimini (1985), fino ai siti trasformati dall’urbanizzazione e dall’industria, come Milano (1998) e Bagnoli (2002), fotografati dall’alto per rendere leggibile la densità degli insediamenti. La lettura dei luoghi non mira a formulare giudizi estetici; l’estetica che emerge rende piuttosto visibili le tracce di sedimentazione e trasformazione nel tempo, dal presente verso il passato.[1]

Lo Spazio Oberdan di Milano, prima di diventare un centro per la diffusione della cultura digitale, ospitava mostre di ampio respiro prodotte dal Museo di Fotografia Contemporanea, con sede principale a Cinisello Balsamo e diretto da Roberta Valtorta. Nel 2015, durante una visita guidata da Valtorta alla mostra Ieri oggi Milano, Vincenzo Castella affiancò la curatrice nella presentazione delle fotografie, con un atteggiamento sobrio e poco incline all’autopromozione.[2] A distanza di oltre un decennio, considero quella mostra particolarmente rilevante.

Di quell’incontro ricordo anche un’osservazione critica di Valtorta sull’abitudine contemporanea di stampare le fotografie in grande formato. Secondo lei, questa scelta riproduceva il modello dello schermo televisivo o cinematografico e il suo stereotipo culturale: l’immagine non si osserva più su un supporto che si può tenere tra le mani, ma attraverso un dispositivo che occupa l’intero campo visivo e favorisce l’immedesimazione.

Castella partecipava alla mostra con immagini austere, nelle quali la ripresa dall’alto metteva in evidenza la densità edilizia e l’opacità del tessuto urbano milanese di fine anni Novanta. La mostra si concludeva con fotografie dei progetti di pianificazione urbana e dei nuovi grattacieli nei quartieri direzionali, documentati da Francesco Radino e Luca Campigotto: le superfici specchianti restituivano un’impressione di trasparenza e leggerezza, in contrasto con la sedimentazione storica di Milano. La città viveva nel 2015 il periodo dell’Esposizione universale; da allora i processi di gentrificazione si sono accelerati. Secondo i dati del Comune, tra il 2014 e il 2023 si sono registrate 405.406 cancellazioni anagrafiche e 488.424 nuove iscrizioni; nello stesso periodo la popolazione residente è cresciuta di circa il 4%.[3] 

Un altro ricordo, questa volta indiretto, è legato a Giovanni Chiaramonte. Nel 2011, mentre mi presentava la sua mostra L’altro nei volti, nei luoghi alla Triennale di Milano, accennò alle ricerche di Castella sul paesaggio. Da quell’incontro feci un confronto tra i due e la direzione opposta dei loro sguardi: Chiaramonte si orientava dal basso verso l’alto, verso l’infinità degli spazi lontani; Castella, invece, dall’alto verso il basso, ritrovava tutta l’ampiezza nella stratificazione dei luoghi.

In diverse mostre alla Triennale di Milano, a mio avviso, l’allestimento prevale per impatto visivo sulle opere e rischia di spostare l’attenzione del pubblico dalle immagini alla retorica espositiva. Non ho avuto questa impressione con Architetture oblique, la mostra dedicata a Castella nel 2024.

In quell’occasione l’allestimento era organizzato attorno a tre nuclei fotografici in dialogo: le vedute urbane di grande formato, nelle quali lo sguardo del fotografo richiama quello di chi deve orientarsi nel labirinto della città; l’architettura come processo costruttivo disteso nel tempo, raccontata dalla sequenza di provini a contatto sulla costruzione del terzo anello dello Stadio Giuseppe Meazza; e il contrappunto alla costruzione urbana, offerto da dettagli botanici fortemente ingranditi, nei quali la natura riemerge in forma quasi onirica.[4]

Building Gallery ha avviato una collaborazione con Castella intorno al 2019. Non riuscii a visitare in tempo la prima mostra, curata da Frank Boehm; in seguito, la galleria pubblicò un volume con una selezione di fotografie dedicate a Milano.[5] Il libro non segue un impianto narrativo, ma accosta affinità e contrasti urbani. Si apre con un richiamo storico: porzioni di affreschi nelle chiese di San Maurizio e Santa Maria delle Grazie. Alle vedute dall’alto dei quartieri direzionali segue una fitta documentazione dei lavori di ampliamento dello stadio. Lo sguardo si sposta poi verso le aree più periferiche della città: dove la densità edilizia diminuisce, Castella mostra l’affiorare di spazi verdi e alberati, integrati nel disegno urbano. Il percorso si chiude con una “visione” della natura: le immagini perdono nitidezza e si sovrappongono come strati su pagine trasparenti; le forme arboree sembrano svilupparsi secondo leggi proprie, lontane dai vincoli urbani.

La seconda mostra di Castella presso Building Gallery, curata da Marco Scotini, propone una selezione di fotografie industriali realizzate dalla seconda metà degli anni Ottanta a oggi. Tra le opere più recenti, quelle scattate in stabilimenti del Baden, in Germania, frammentano un’unica immagine in una sequenza verticale, quasi a misurare il tempo meccanico e ripetibile della produzione. L’allestimento dà particolare risalto a queste stampe. Fin dagli anni Ottanta gli apparati industriali non interessano Castella per il loro splendore produttivo, ma come tracce che modificano il paesaggio nel tempo in modo irreversibile. Scotini osserva: «Castella si trova, tuttavia, a fotografare questi giganteschi macchinari siderurgici nell’esatto momento del loro declino, nella fase di transizione tra l’economia fordista e meccanica e il modello postfordista della flessibilizzazione e digitalizzazione».[6]

Il titolo della mostra, Timeless Archaeology (archeologia senza tempo), richiama una lettura che Luigi Ghirri diede nel 1984 della fotografia di Castella: «Io penso che il lavoro di Castella sia più da vedere come reperto di una “archeologia” […] penso all’archeologia come metodo di deduzione per scoprire le cose. Archeologia come scienza che intende descrivere, rivelare, riportare alla luce del presente l’avvenuto».[7] In questa prospettiva, la fotografia di Castella può essere letta come un’analisi stratificata del processo industriale, simile all’analisi archeologica di un reperto, che parte dagli strati più recenti per risalire verso il passato.

Nei primi anni Ottanta Castella partecipò al progetto Viaggio in Italia, guidato da Luigi Ghirri e accompagnato dal contributo storico-critico di Arturo Carlo Quintavalle. Il progetto contribuì al rinnovamento della fotografia di paesaggio, in contrapposizione a una lunga tradizione europea legata anche al lavoro della famiglia Galli da Bibiena.

Quintavalle analizza il contributo di questa dinastia di scenografi, pittori e architetti, attiva per quattro generazioni dal 1690 al 1790 circa, nella costruzione di un’immagine stereotipata del paesaggio italiano: un montaggio ideale, arbitrario e delocalizzato di architetture e rovine. Come scrive, la visione non è «quella archeologica ma quella di una simbolica archeologia, intesa come alchimia delle coscienze. Così l’Italia dell’immagine si è come perduta, si è come frantumata in differenti citazioni, e per tutto l’Ottocento».[8]

Dalla seconda metà dell’Ottocento al ventennio fascista, la fotografia di paesaggio si concentrò sul monumento. In quel periodo la retorica si fece più roboante e influenzò anche la produzione visiva popolare, comprese le cartoline illustrate. Nel discorso di Quintavalle, queste diventano un termine negativo di confronto, con una posizione velatamente ideologica: «Tutte le cartoline sono ugualmente irrealistiche, sono mitiche rappresentazioni di città ideali dove la realtà del vivere, del gestire, dello spazio della esistenza quotidiana, la realtà di quello che oggi chiamiamo lo spazio urbano, l’arredo, oppure l’architettura degli interni viene del tutto mistificato, anzi cancellato, rimosso».[9]

Quintavalle formulò questo giudizio nel 1984. Negli anni successivi, tuttavia, la cartolina acquisì valore culturale in due ambiti: quello museale, attraverso la riproduzione di opere d’arte contestualizzate nel luogo di conservazione; e quello comunicativo, quando veniva usata per sintetizzare un evento artistico e culturale e attirare l’attenzione del pubblico. Questa funzione si mantenne fino agli anni precedenti la pandemia del 2020 e fu influenzata dalla grafica contemporanea e dalla fotografia concettuale diffusasi con Viaggio in Italia.

Secondo Quintavalle, la matrice di Viaggio in Italia risiede in un’esperienza diretta dei luoghi, non mediata da stereotipi, e nell’uso concettuale della fotografia come sistema di segni, assimilabile a un linguaggio. Due sue osservazioni riguardano Castella, una direttamente e l’altra indirettamente. Nel volume, Castella è presente con alcune fotografie tratte dalla serie Geografia privata (1975–1983), dedicata allo spazio domestico. L’interno delle abitazioni, come soggetto fotografico, rompe apertamente con i codici monumentali: «Ma la città, quella vera, quella che le cartoline mai rappresentano, è fatta di interni». Quintavalle riconosce la modernità di Castella nella traduzione fotografica del neoplasticismo architettonico: «abbiamo Castella col suo neoplastico inquadrare un interno».[10] In queste immagini il fotografo controlla le linee ortogonali, l’asimmetria dinamica, in contrasto con la simmetria statica del monumento, e la relazione costante tra pieni e vuoti.

Anche il recente studio di Lisa Nico su Luigi Ghirri, che comprende un’ampia analisi di Viaggio in Italia, riprende questo tema. A proposito di Castella, Nico osserva l’uso spinto della prospettiva e la giustapposizione dei piani che costruiscono la profondità: «le immagini presentano non una ma molte soglie, il sovrapporsi di aperture, scorci e rispecchiamenti, è legato al complicarsi di uno spazio non esauribile da quella prospettiva».[11]

In Viaggio in Italia la raffigurazione delle persone è assente o limitata. Quintavalle osserva che lo sguardo non si concentra sull’identificazione del soggetto, ma sul modo in cui occupa lo spazio e sui suoi gesti: «ancora una volta non si punta sui protagonisti della popolazione come non si è puntato sui monumenti, e si cerca di capire il gesto, lo spazio, i movimenti, la cultura di questi».[12]

Questo metodo di raffigurazione riguarda la fotografia di Castella, ma non le immagini di Viaggio in Italia: emerge invece nel progetto realizzato nel 1976 in Mississippi e Tennessee. Castella compì un viaggio esplorativo nei contesti sociali in cui si suona il blues, insieme all’antropologo Giambattista Marcucci, che registrava le esecuzioni musicali. A 24 anni, ancora studente, Castella sviluppò il progetto facendo riferimento, tra l’altro, agli studi di Ernesto De Martino, in particolare alle «spedizioni nel Sud Italia che rovesciavano i pregiudizi sul folclore», e al documentario etnografico di Robert Flaherty, associato al concetto di “macchina partecipante”.[13]

Castella entra nei contesti sociali e familiari in modo partecipe, non da osservatore esterno. Frank Boehm sottolinea questo approccio: «Lo sguardo del fotografo, d’altro canto, non è né furtivo né voyeuristico. Castella e la sua macchina fotografica appartengono al luogo».[14] I musicisti fotografati appartenevano alla generazione intermedia, non a quella più giovane; lo sguardo di Castella, tuttavia, non si orientava in primo luogo ai dati storici: «a me interessava misurarmi con la società contemporanea, con l’oggi, non volevo solo scavare e creare dati da laboratorio».[15] Questo approccio sarà fondamentale negli anni successivi, quando Castella leggerà il paesaggio, l’architettura e l’industria a ritroso, dalle evidenze più attuali a quelle meno recenti.

4 ottobre 2026

 

Note

[1] Vincenzo Castella, Photo works, a cura di Paola Tognon, Silvana Editoriale, Milano, 2003.

[2] Ieri oggi Milano. Capolavori del Museo di Fotografia Contemporanea, a cura di Roberta Valtorta, Spazio Oberdan, Milano, 19 giugno–30 agosto 2015.

[3] Comune di Milano, Portale del Dato, «Il ricambio della popolazione a Milano negli ultimi 10 anni», 19 dicembre 2025.

[4] Vincenzo Castella, Architetture oblique, Triennale Milano, 19 ottobre 2023–7 gennaio 2024.

[5] Vincenzo Castella, Milano, Building Gallery, Milano, 2019.

[6] Vincenzo Castella, Timeless Archaeology, a cura di Marco Scotini, comunicato stampa, Building Gallery, Milano, 5 giugno–3 ottobre 2026.

[7] Luigi Ghirri, Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste 1973–1991, introduzione di Francesco Zanot, Quodlibet, Macerata, 2021, p. 89.

[8] Viaggio in Italia, a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone ed Enzo Velati, Il Quadrante, Alessandria, 1984; nuova edizione, Quodlibet, Macerata, 2024.

[9] Ivi, p. 14.

[10] Ivi, p. 13.

[11] Lisa Nico, Luigi Ghirri. L’anello della visione, Einaudi, Torino, 2026, p. 220.

[12] Viaggio in Italia, cit., p. 13.

[13] Vincenzo Castella, Mississippi / Tennessee 1976, testi di Alberto Saibene e Frank Boehm, Humboldt Books, Milano, 2018.

[14] Ivi.

[15] Ivi.

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