Vuoto Urbano – The Covid 19 Visual Project

© Edoardo Delille_01_MAIN

A cura di Diego Cicionesi

L’esperienza della pandemia COVID 19 ci ha segnato e continuerà a farlo, per molto tempo, ritengo.

Oltre a rappresentare un pericolo per la nostra salute, per la crisi economica e lavorativa che ci ha investito, sono state messe alla prova le nostre abitudini e consuetudini giornaliere.
Da tutto questo è cambiato lo sguardo che abbiamo rivolto alle cose e soprattutto alle nostre città.
È probabile che molti di noi abbiano visto – in pieno isolamento – solo le vie del proprio quartiere, condizionati dalle restrizioni di movimento.
Sono però stati pubblicati moltissimi contributi fotografici e video, che hanno saputo raccontare questo scenario urbano nuovo, inconsueto, spiazzante, immediatamente triste e sconvolgente.
Immagini che, nel loro perdurare, ci hanno permesso di vedere qualcosa di diverso e di riflettere su aspetti della città che non conoscevamo.
Io ho avuto la possibilità di attraversare tutta Firenze (città dove vivo) la sera prima del lockdown totale.
Erano già state presi i primi provvedimenti e tutte le attività commerciali dovevano chiudere alle ore 18. La gestione del lavoro da remoto era già stata ampiamente diffusa ed incentivata.
Visitare la città in quelle ore è stata un’esperienza sconvolgente che credo non si ripeterà. Non esiste replica possibile (a meno di una sciagurata e assolutamente indesiderata nuova crisi): in tempi ordinari, fin dal mattino la città è già molto animata e le strade centrali – anche se pedonali – sono attraversate da tutti coloro che svolgono servizi di consegna e pulizia.
Una sorta di enorme allestimento prima della messa in scena del copione turistico, con l’arrivo di comitive di visitatori e gite di ogni sorta.
Durante il giorno si alternano scene in replica continuativa con gruppi di visitatori più o meno numerosi che si muovono con ritmi diversi verso le stesse mete, a seconda del tempo che possono dedicare a quell’opera o museo.
La sera tutto si trasforma di nuovo e assistiamo al carosello della movida, che si anima in vari luoghi della città e si protrae fino a notte inoltrata.
Mai, in nessun modo si potrà però sperimentare nuovamente e – se vogliamo usare un termine alto – analizzare il contesto urbano in assenza di persone e delle attività che ogni giorno vengono portate avanti.

 

Quali sono state le sensazioni e il risultato derivante da un’esperienza simile?

Questa città (ma credo di poterlo estendere a qualsiasi città del mondo), ci ha restituito la sua essenza, la sua vera natura, quello che i latini definivano “animus loci”.
Ci ha fatto percepire più o meno distintamente a quale sorta di violenza la costringiamo, dentro meccanismi commerciali, attività di vendita ed esibizione di basso profilo, compressa in una omologazione che la appiattisce, la rende indistintamente e banalmente uguale in ogni dove.
Nessuno si fa paladino dell’utopia che le città possano esistere senza persone e che nell’era del villaggio globale non si debba tener conto del flusso, più o meno importante di turisti (mi piacerebbe che nel tempo diventassero più che altro viaggiatori, disposti a trattenersi per più tempo, capaci di assorbire l’originalità e le specificità dei luoghi).
Deve esistere però un percorso che renda questi luoghi meno fragili, vulnerabili, plagiabili e omologabili, rispetto a quanto imposto e vissuto fino a qualche mese fa.
Uscire dalla logica delle città artificiali e vetrina, finalizzato solo al fatto che qualcuno possa solo sfruttarle nel modo più consumistico e grossolano possibile.

© Daniele Ratti_01_MAIN

Oggi abbiamo i dati di un evento irripetibile.
Risultati di un laboratorio esperienziale che non ritroveremo mai più.
Abbiamo immagini per farci riflettere e comprendere anche i nostri attuali comportamenti.
Il grado di insoddisfazione diffuso, assieme a questa sensazione di “sospensione”, potrebbe essere accentuato dal fatto che vecchi modelli (il consumo consolatorio, l’aggregazione modaiola e forzata) non siano più capaci di dis-trarci ovvero di porci a distanza dai temi essenziali del nostro vivere?

Abbiamo smascherato meccanismi artificiosi e drogati, movimenti di pendolarismo lavorativo che alimentavano un’economia che oggi rischia di scomparire per sempre, vista la consapevolezza che si può lavorare comunque senza essere obbligati al movimento?

In tutto questo la fotografia può avere un ruolo?

Personalmente ritengo di si.
Le immagini continuano ad essere la testimonianza e la memoria dell’accaduto.
Evidenziano la rappresentazione del vuoto urbano che si è venuto a creare ed esasperano gli interrogativi su cosa debba essere cambiato.
Ci dimostrano cosa rimane in una città nella totale “assenza”.

Questo nuovo scenario ci ha obbligato a ritracciare stili e abitudini, ha imposto ritmi, modalità di lavoro e spostamenti differenti rispetto a prima.
Abbiamo la testimonianza vissuta e documentale che tutto è accaduto realmente e non è frutto di un modello artificioso e astratto di simulazione.

E’ dentro di noi che, adesso, questo materiale può farci capire cosa possiamo trattenere di questa esperienza e quale nuova visione delle cose può presentarci.

Un eccellente campione di questo materiale – urbano e non – può essere visto nell’edizione 2020 di CORTONA ON THE MOVE, evento che ha saputo adattarsi allo stravolgimento dei programmi imposti dal COVID 19, mediante installazioni esposte fisicamente nel paese di Cortona, ma anche un diario virtuale che giorno dopo giorno, fino al mantenimento dello stato di emergenza, si alimenta di contributi di autori che, attraverso una formula di narrazione visuale, testimoniano quello che è accaduto nei momenti del picco emergenziale e quello che vediamo adesso, attraverso i volti e i luoghi delle città, degli ospedali e dei luoghi dell’intimità, nei quali ci siamo isolati nel periodo di lockdown totale.

La mostra prosegue fino a tutto il mese di settembre nello scenario di Cortona.
Per la parte on-line  THE COVID 19 Visual Project basta andare sul sito dell’evento.
Per una visone più ampia potete leggere anche il precedente articolo pubblicato su Clic-hè il giorno 2 agosto 2020

DIEGO CICIONESI (LIVORNO 1965)

Urban Photographer nelle sue possibili e diverse declinazioni
Autodidatta per passione riprende la sua attività dopo lunghe soste e pause da circa 15 anni. Membro Associazione Culturale Deaphoto. Collaboratore ai Corsi e Redazione Clic-hè web-magazine Area Recensioni. Da diversi anni tutor al Corso di Progettazione fotografica. Vanta numerose partecipazioni a collettive, laboratori visuali e pubblicazioni web

Cura un workshop dedicato alla Smart Photography in replica aggiornata da alcuni anni.

 “La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà”. (Fabrizio De Andrè)

 

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