Visioni del reale.

L’ ATTESA di MIMMO JODICE

Di Silvia Moretta

La mostra su Mimmo Jodice terminerà a Napoli, al Museo MADRE, il giorno 24 ottobre.

L’importanza e l’imponenza dell’esposizione meritano rappresentazione e analisi approfondite che non si esauriscano in una riflessione nel solo ambito del medium fotografico ma che approdino – come giusto che sia – al confronto e alla relazione con l’arte in generale.

Affronteremo grazie all’esperienza diretta dell’autrice i temi dell’esposizione in tre diverse pubblicazioni che ripercorrono l’esperienza del maestro e il suo percorso artistico attraverso gli anni.

 

La mostra che il Madre dedica a Mimmo Jodice è davvero una grande mostra, la più grande mai allestita per un fotografo contemporaneo. È una mostra tematica, con un’estrema cura riservata all’allestimento, appositamente seguito dal fotografo. La mia visita ha avuto inizio al terzo piano, in ambienti che presagiscono e immediatamente ospitano il senso dell’Attesa, l’ultima serie di Jodice (2015), che dà il titolo all’intera esposizione. Attesa, come in un ambiente uterino: le sale sono ovattate, la moquette grigia attutisce ogni rumore, è palpabile un voluto senso di sospensione. Non vi è luce naturale, le aperture delle candide sale sono tutte state oscurate. L’aggiunta mirata di pareti verticali, rettangolari o ad angolo, definiscono e vivacizzano lo spazio interno, si prestano ad accogliere il bianco e nero delle fotografie (una sola fotografia esposta è a colori), a occultarne altre che solo il movimento dello spettatore può disvelare.

Il fermento degli anni 60 e 70

Si inizia con le sperimentazioni degli anni 60 e 70 ottenute per la manomissione delle tecniche fotografiche tradizionali: le sgranature, gli strappi della “fratture”, il “paesaggio interrotto” (n.1, 1970), i viraggi, le solarizzazioni, i fotogrammi per proiezione, le sovrapposizioni, le deformazioni e il decentramento delle figure, il collage, i rispecchiamenti. Sono gli anni in cui Jodice è vicino all’Accademia di Belle Arti di Napoli (dove nel 1970 è invitato a tenere corsi sperimentali e dal ‘75 al ‘94, sarà docente di Fotografia – prima cattedra istituita – divenendo un vero punto di riferimento per l’Italia meridionale), attratto dal nudo e dal ritratto, e soprattutto gli anni in cui collabora (a partire dal 1968) con Lucio Amelio, gallerista storico di Napoli: nelle sperimentazioni sono evidenti le connessioni con le avanguardie storiche, quali il cubismo (“Autoritratto con Emilio Notte”, 1972); ma l’uso della sgranatura e degli approfondimenti materici derivano dall’influenza dell’Informale. Jodice è vicino alla Pop Art (fu lui a fotografare lo storico incontro a Napoli tra Andy Warhol[1] e Joseph Beuys, simbolo dell’incontro tra le due culture, americana e europea), all’Azionismo, alla Body Art, al Fluxus, al Concettuale e la collaborazione con gli artisti che frequentano la galleria di Amelio agisce da “elemento fecondante del suo sguardo” (in “Chimigramma”, 1966 il richiamo a Pollok è immediato).

Il rapporto col vero

Nell’essere un fotografo d’avanguardia rientra anche il rapporto, rivoluzionario ai tempi, che Jodice instaura tra la fotografia e il vero, la “realtà”, che nasce da una nuova possibilità di risposta alla domanda se la fotografia debba ritrarre il vero, esserne muto documento. Quale il rapporto tra il vero e la fotografia è mostrato nella serie in cui il “vero” entra “veramente” a far parte della fotografia: la fototessera dell’artista, la penna che scrive sulla fotografia “Vera fotografia” (1979), la vera traccia della bruciatura di un fiammifero. Il rapporto non è dunque negato ma appare sovvertito: non la fotografia come strumento di documentazione realistica, ma la fotografia quale indagine concettuale del mezzo fotografico, come libertà di innovazione, terreno di possibilità espressive fondate sulle possibilità creative del mezzo fotografico.

 

[1] Delicato e intenso il ricordo di Warhol: «Accompagnavo Warhol a fare i ritratti alla grande borghesia. Aveva una polaroid mai vista prima, con il teleobiettivo. Sviluppava l’immagine mettendo la foto sotto l’ascella, era rapido, timido, poi mandava tutto alla sua Factory. Ne nacque un’amicizia: mi regalò la macchina fotografica, firmandola. La prima mostra in Italia di Mapplethorpe fu fatta a Napoli: era minuto, garbato, silenzioso, dolce. Un vero contrasto con la potenza provocatoria delle sue immagini»

[2] Roberta Valtorta, Mimmo Jodice, Bruno Mondadori, Milano 2013.

Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.

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