Visioni del reale

L’ ATTESA di MIMMO JODICE

Di Silvia Moretta

La mostra su Mimmo Jodice è terminata a Napoli, al Museo MADRE, il giorno 24 ottobre.

L’importanza e l’imponenza dell’esposizione meritano rappresentazione e analisi approfondite che non si esauriscano in una riflessione nel solo ambito del medium fotografico ma che approdino – come giusto che sia – al confronto e alla relazione con l’arte in generale.

Per questi motivi affrontiamo grazie all’esperienza diretta dell’autrice i temi dell’esposizione in tre diverse pubblicazioni che ripercorrono l’esperienza del maestro e il suo percorso artistico attraverso gli anni. Qui di seguito la seconda.

Mediterraneo             

Il cuore della mostra coincide con la serie Mediterraneo, punto di arrivo della profonda riflessione che Jodice sviluppa “sull’antica cultura delle sue origini, sulla persistenza del passato nel presente, su se stesso uomo e artista”[1]. Negli anni 80 si chiude il periodo “sociale” [2]: Jodice accantona la componente sociologica e antropologica, elimina l’uomo, e si volge alla ricerca di una memoria collettiva, all’archetipo, al mare, che è “il” paesaggio, e alla storia, rintracciando e manifestando con la fotografia la persistenza dello spirito nelle statue dell’antichità, la durevolezza di una natura incorporea nei luoghi archeologici, tasselli e presenze di una sorta di viaggio onirico. Si apre, anche, al “vuoto metafisico”, che poi quasi si cristallizzerà in “Attesa”. Il Mediterraneo come luogo e come simbolo, bacino di antica cultura. Le statue e i luoghi sono ritratti in fotografie vibranti, mai statiche, dove i neri dei vuoti evocano inquietanti e ammalianti presenze. Il rapporto con il mare e con il passato non è soltanto spirituale: essi sono letti nell’azione concreta che svolgono sulla storia e sulle cose modellate dall’uomo, come il passare del tempo, che lentamente ma brutalmente agisce ricreando un nuovo volto di Pompei; come l’azione corrosiva del mare sulle sculture che in esso hanno vissuto. Per la prima volta Jodice decide di esporre in mostra le fonti della sua ricerca. Ecco quindi che la scultura marmorea del Compagno di Ulisse corroso dal mare vive in presenza, accanto alla dimensione sospesa e surreale della fotografia, quest’ultima posta in rapporto con il mare e con il suo “vero volto”; e accade di poter girare attorno al vero busto in Bronzo di Artemide, il cui foro sulla nuca diviene, nella fotografia su parete, occhio acceso di luce.

Nel trittico “Demetra d’Ercolano”, 1999, compare di nuovo la mano dell’artista (già comparsa in “Contatto”, 1971 e in “Vera fotografia”, 1979), qui nel gesto amorevole di ricomporre un volto marmoreo, che il tempo ha distrutto.

Nella stessa sala, la sorprendente serie dei dieci scatti “vibranti” allineati ad altezza d’occhio: marmi, bronzi, pitture antiche, mosaici, nei cui occhi sopravvivono umane emozioni, tormenti e inquietudini senza tempo. Lo stato non perfetto delle opere ritratte non ne altera la bellezza, anzi se possibile la esalta (le ferite sul volto di Baia, 1993), rendendola eroica nel suo sopravvivere, e allo stesso tempo umana, caduca. Il “gioco” del disporre ritratti allineati in base all’altezza degli occhi era già stato adottato da Jodice nel 2011. Era al Louvre di Parigi, e l’opera, dal titolo “Les Yeux du Louvre” ritraeva, con una scelta di soggetto assolutamente inedita, una sequenza lunghissima di primi piani in bianco e nero, alternativamente foto di dipinti realmente esposti nel Museo e personaggi che vi lavorano realmente. In questo caso, la sequenza appare fortemente drammatica, intrisa di un pathos antico, senza tempo.

Eden

È il tempo il filo conduttore dell’esposizione di Jodice. Un tempo allungato e ciclico, che richiama anche i lunghi tempi di esposizione della fotografia analogica di Jodice. Ritorni e rimandi, un tempo di “durata”, ma anche impetuose accensioni, quali la parete che accoglie Eden (1995), con le inquietanti e feroci fotografie “astratte”, affiancati dalla “Natura morta con testa di caprone” (1645-50) di Jusepe De Ribera e una pacifica natura morta di Giorgio Morandi.

[1] La sezione “Teatralità quotidiana a Napoli”dedicata alla componente sociale e antropologica degli scatti di Jodice, al suo personale modo di riproporre Napoli, con la povertà, i riti e gli ambienti, si trova al piano terreno del Madre (sala Re_PUBBLICA MADRE) e consta di una serie lunghissima di monumentali fotografie videoproiettate. La loro osservazione rappresenta l’estensione di un lunghissimo momento intenso, di osservazione e quasi di partecipazione sociale. Immagini vibranti, epifanie, a volte apparizioni crude di una città fatta di genuina umanità, che può sedurre e parimenti respingere, intrisa di continui contrasti chiaroscurali e di un incessante movimento reale, culturale e psicologico.

[2] Mimmo Jodice, Transiti, testi di Francesco Rosi, Nicola Spinosa, Cristiana Colli, Electa, Napoli 2008.

Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.

Versione PDF dell'ultimo numero sfogliabile e scaricabile