UN MONDO GIOVANE

Locandina

A cura di Elisa Heusch

Le nuove generazioni nello sguardo dei fotografi Magnum
La Spezia, spazi della Fondazione Carispezia in Via D. Chiodo 36, La Spezia
17 dicembre 2018/3 marzo 2019

È ancora visitabile fino a domenica 3 marzo, presso gli spazi espositivi della Fondazione Carispezia, la mostra “Un mondo giovane”, curata da Alessandra Mauro, che si compone di undici diverse storie fotografiche, realizzate da celebri fotografi dell’agenzia Magnum, ripercorrendo il settantennio dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri; ognuna di queste storie è dedicata attraverso vari aspetti alle nuove generazioni, ai giovani che da sempre cercano di cambiare il mondo adulto su cui si affacciano.

Gli 11 fotografi presenti in mostra sono: Abbas, Olivia Arthur, Bruno Barbey, Werner Bischof, Antoine d’Agata, Alex Majoli, Lorenzo Meloni, Wayne Miller, Martin Parr, Alessandra Sanguinetti e Dennis Stock.

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Partendo dal filone degli anni Sessanta, il fotografo Bruno Barbey è stato presente personalmente ad una delle cosiddette “giornate Magnum” organizzate presso la mostra, parlando al pubblico del suo lavoro “Maggio ‘68”, testimonianza delle rivolte studentesche del fatidico Maggio francese. All’epoca egli aveva 25 anni e si sentiva politicamente vicino al movimento studentesco. Le sue immagini raccontano l’esaltazione e la rabbia che erano proprie di quel periodo, il caos generale, ma anche la straordinarietà di una stagione che si è rivelata irripetibile nell’arco della storia. Oltre al dolore che si stava vivendo, emerge la solidarietà tra i giovani, espressa per esempio dalla fotografia raffigurante una catena umana di ragazzi che si passano di mano in mano le pietre che andranno a formare le barricate. Sono rappresentati sia i cortei e la folla, che i singoli paladini o guide del movimento, come nel caso della foto dello studente Mustapha Saha, uno dei fondatori del movimento 22 Marzo, ritratto mentre attende la polizia antisommossa, seduto su una barricata di fortuna. O come del caso del ragazzo raffigurato mentre si erge al di sopra della fiumana, in equilibrio sopra un semaforo con il pugno alzato, con piazza della Bastiglia sullo sfondo. Il profondo desiderio di cambiamento che si avvertiva in quei giorni, per il quale i giovani erano disposti a tutto, emerge fortissimo da questa serie di immagini.

Spostandosi nell’ambito degli Stati Uniti dello stesso periodo, troviamo la gioventù rappresentata da Dennis Stock nel lavoro “The Alternative” la quale, senza ricorrere alle modalità estreme della Francia, si prende il diritto di sconvolgere completamente i costumi dell’epoca. Assistiamo all’esplosione dell’amore libero ed i giovani conquistano il potere di vestirsi, pensare e vivere nel modo in cui desiderano. Altro aspetto collegato a questa tendenza è quello della musica, in quanto la gioventù si definisce in larga parte anche attraverso la musica che ascolta e Stock era molto vicino anche ai musicisti dell’epoca, che esprimevano la stessa voglia di vivere diversamente dai canoni abituali e rinnovare tutto. Questo aspetto lo ritroviamo nell’emblematica immagine della ragazza che balla di spalle durante il “Venice Beach Rock Festival”, esprimendo tutta la sua voglia di libertà (immagine che è anche stata scelta a rappresentazione dell’intera mostra all’esterno del palazzo che la ospita).

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Il lavoro di Abbas si rivolge invece alla sfera della religione. Il fotografo iraniano, tra le sue grandi ricognizioni fotografiche, ha sempre lavorato su cosa fosse la religione, da un punto di vista non soltanto spirituale ma soprattutto sociale, tra la riscoperta della religiosità e della fede, e la deriva oltranzista di quel periodo. Egli ha creato un lavoro a tutto campo, partendo dall’Islamismo e continuando poi con il Cristianesimo e le altre religioni , per indagare cosa potesse essere la fede per le persone in varie parti del mondo. Da questo immenso lavoro di indagine è stata estrapolata per questa mostra la parte dedicata ai giovani, che dimostra la profonda sensibilità del fotografo, come di chi era già in grado di capire quelli che sarebbero stati i problemi degli anni successivi.

Antoine D’Agata presenta un lavoro riguardante i rifugiati, tema per lui di grande interesse, uscendo così da quelle che sono le sue corde abituali, dato che il fotografo spesso e volentieri lavora su quella che è la propria vita personale. Egli ha seguito e ritratto alcuni migranti presenti in un campo profughi francese, ed ha dato vita ad una sorta di film – riprodotto in loop su uno schermo – in cui si sovrappongono le foto dei volti dei protagonisti. Questi volti si confondono l’un l’altro e si amalgamano andando a formare una sorta di grande massa, quella massa che di solito noi tendiamo a percepire come un’unica grande folla, dimenticandoci tutti i singoli individui che la compongono.

I giovani tristemente protagonisti delle immagini di Alex Majoli sono quelli coinvolti dagli attentati terroristici alla sala spettacolo Bataclan e nei pressi di alcuni ristoranti parigini, nel novembre 2015. Il fotografo italiano ha da tempo iniziato a lavorare quasi come se fosse un fotografo teatrale e se guardiamo le due fotografie che ci presenta possiamo vedere alle spalle in secondo piano una sorta di massa indistinta , con una scena centrale che il fotografo sceglie di illuminare mettendo avanti i personaggi quasi come se fossero su una scena. Questa teatralizzazione dell’evento amplifica il pathos e si sposa molto bene in modo drammatico agli attacchi terroristici rappresentati, che sono stati per l’appunto rivolti precisamente contro i giovani, in luoghi frequentati prevalentemente da giovani, riunitesi per ascoltare musica ad un concerto o semplicemente cenare.

La mostra prosegue poi con il lavoro di Martin Parr che, con il suo sguardo da antropologo della contemporaneità, qualche anno fa ha raccontato la vita quotidiana all’interno dei call center, che sono uno dei simboli della precarietà del lavoro e della difficoltà per le giovani generazioni di ottenere un impiego stabile e duraturo. Il punto di ripresa spesso enfatizza questo aspetto, mettendo in risalto uno spazio di lavoro e anche di vita quotidiana che è grande poco più dello spazio della scrivania.

Nella sala centrale del palazzo espositivo, quasi a chiusura del cerchio, troviamo il pregevole lavoro di Alessandra Sanguinetti. Per la fotografa americana il fotografare è un atto necessario per non dimenticare e per invitare anche gli altri al ricordo, è una sorta di tributo alla transitorietà della natura. “The Adventures of Guille and Belinda and The Enigmatic Meaning of Their Dreams” è il titolo di questo suo progetto molto articolato, durato più di vent’anni: un “viaggio” attraverso piccoli e grandi eventi che hanno caratterizzato la giovinezza di due cugine sudamericane. Tra lei e le due ragazze si è instaurato un rapporto molto intimo e profondo, fino ad arrivare quasi ad una condivisione totale e senza barriere. Da queste immagini in cui sono ritratte mentre stanno crescendo sembra trapelare non soltanto la loro vita reale ma anche i loro sogni e le loro speranze. Viene messa in evidenza la loro ingenuità infantile ma mai insensata, dimostrando quanto possa essere grande la potenza dei sogni, in un percorso verso la maturità e la vita adulta.

L’esposizione è completata nell’ultima sala dalla proiezione del cortometraggio “Community”, realizzato nel 2017, che è un’ampia antologia di tutte le fotografie Magnum dedicate ai giovani.

La mostra è visitabile da lunedì a venerdì dalle 15.30 alle 19.30, e sabato e domenica dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30 presso spazi della Fondazione Carispezia, in Via D. Chiodo 36 a La Spezia.

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Elisa Heusch, nata e cresciuta a Livorno (classe 1981), ha conseguito la laurea in Scienze Giuridiche all’Università di Pisa e durante il percorso universitario ha cominciato ad appassionarsi all’arte fotografica. Dopo aver frequentato corsi di fotografia e postproduzione nella sua città, ha partecipato ad alcune esposizioni collettive a Livorno e Viareggio, ma la svolta è arrivata con un’esperienza annuale come fotografa in strutture turistiche in Messico, che le ha aperto nuovi orizzonti. Tornata in Italia si è diplomata presso la Scuola Internazionale di Fotografia APAB di Firenze, avvicinandosi maggiormente al ritratto ambientato, alla fotografia di matrimonio e ad aspetti dello still-life come la Food Photography. Fa parte dell’Associazione FotoClub Nove di Livorno (Circolo associato FIAF) da marzo 2013 ed è iscritta alla FIAF da gennaio 2014.

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