SUSPENSION: INTERVISTA AD ALVARO DEPRIT

Dalla rubrica Interview – Quattro chiacchiere con i fotografi
a cura di Alberto Ianiro

Alvaro è un fotografo spagnolo, in Italia dal 2004 dove ha completato gli studi umanistici iniziati in Spagna e proseguiti in Germania. Si dedica particolarmente a progetti a lungo termine su gli elementi critici della ‘modernità’ come l’immigrazione e la frammentazione culturale; si concentra su tracce e sintomi lasciati da queste tendenze nella sua produzione. I suoi lavori sono stati esposti in festivali e gallerie in Arles, Roma, Madrid, Barcellona, Londra, New York e i suoi clienti e publicazioni includono tra gli altri L’Espresso, Newsweek, Playboy, Vanity Fair, Internazionale, Glamour, The Fader, Riders, New York Times, British Journal of Photography, D di Repubblica. Ha vinto il PHotoEspaña OjodePez Human Values Award, BJP’s International Photography Award e il Viewbook Photostory Contest e riconoscimenti come Voies Off Arles, Oskar Barnack Preis and Sony Award.
www.alvarodeprit.com

Tipicamente il flusso migratorio dei fotografi è dall’Italia verso altri paesi, cosa ti ha spinto a venire qui? E perchè proprio l’Abruzzo e Chieti?
Ci sono due motivi per cui vivo in Italia. Da una parte il motivo principale è che sono sposato con un’italiana, di Chieti, dove adesso risiedo. Dall’altra parte sono arrivato in Italia all’incirca nove anni fa, quando il mercato editoriale italiano era molto più interessante e ampio di quello in Spagna. Adesso le cose sono cambiate naturalmente, ma è comunque un po’ meglio. Senza contare l’attenzione che i media editoriali esteri hanno specialmente sull’Italia.

Che differenze hai trovato rispetto alla fotografia in Spagna?
A mio parere potrei individuare due tendenze che differenziano i due paesi. In Italia c’è un’attenzione e una grande produzione di fotografia di reportage a differenza della Spagna dove è molto più presente una tipo di fotografia di stampo personale, concettuale e documentaristica. A parte sicuramente le differenze storico-culturali riguardo la fotografia nei due paesi, penso incidano pure delle risposte di mercato, in Spagna per esempio non si può vivere della fotografia editoriale, ma c’è soprattutto negli ultimi anni un boom del fotolibro, gallerie, festival etc. Sicuramente le cose stanno cambiando velocemente, e questa linea è più contaminata in tutti e due i paesi.

Fotogiornalismo e ricerca personale pare si fondano nei tuoi lavori. Dove finisce uno ed inizia l’altro? Fotografia documentaria, territorio, luoghi e poi immigrazione. Cos’è, eclettismo o altro?
Mi piace approfondire nei miei lavori, dedicargli tempo e rifletterci sopra e sicuramente ho bisogno sempre di dare una visione personale a quello che racconto, quindi si può dire che sono un pò lontano dall’idea e dallo sguardo fotogiornalistico. Ma contemporaneamente mi piace parlare di situazioni e cose concrete. Il reportage ha una conformazione determinata, schematizzata e io mi voglio sentire libero di dare una mia interpretazione. Parto dal fatto che sono una persona molto curiosa e per curioso intendo che ho l’esigenza di conoscere e fare esperienze di vario tipo che possono riguardare non solamente la fotografia. Questo mi porta ad essere interessato a varie forme  di linguaggio e di tematiche come possono essere l’immigrazione o la scoperta del territorio dei miei antenati, sono interessato alla sperimentazione e mi piace lasciarmi andare dal punto di vista emotivo, non posso dire di avere uno schema o una storia già progettata. Incontro una storia e cerco di lasciarmi andare, questo mi fa sentire più flessibile e capace di prendere in considerazione qualsiasi storia susciti il mio interesse. Mi piace lasciarmi guidare dai luoghi, dalle persone e dalle storie che incontro e che mi parlano in maniera diretta ed attraverso le quali io stesso vado incontro al cambiamento.

Hai lavorato e lavori con l’editoria, anche attraverso OnOff. E’ ancora possibile in Italia? Cos’ha di diverso l’estero in questo? E’ solo un problema culturale e di scarsa attenzione il nostro?
In Italia, l’editoria, vive un momento molto difficile, stanno chiudendo gran parte dei magazine. Per un fotografo in Italia lavorare solo di editoria è impossibile. All’estero in paesi come la Francia, la Germania, l’America penso ancora sia possibile vivere dell’editoria, ma è comunque in crisi in tutto il globo, per motivi credo di cambio epocale dell’informazione. In Italia ha colpito di più, sicuramente per delle scelte fatte in ambito editoriale.

“Suspension”, uno dei tuoi lavori più importanti e che avuto forse più riconoscimenti a livello internazionale, nasce nella piccola cittadina in cui vivi? Sei anche tu uno di ‘quelli della fotografia a km 0’ (ndr condivido!)?
Si, Suspension è stato prodotto in Abruzzo, nella regione in cui vivo, tra Sulmona, l’Aquila, Pescara, Montesilvano. Sono uno di quelli che pensa che ci sono storie interessanti da raccontare in un altro continente e sotto casa tua. Sicuramente è sbagliato pensare che le storie belle sono altrove, ma bisogna andare anche altrove per alimentare lo sguardo e per conoscere. Il mese scorso è uscito il mio primo libro su Supension, grazie a un premio che avevo vinto, per me è stato una bella esperienza e un bel risultato.

A quale lavoro sei più legato, o quale ti ha dato più gioia fare? Quale pubblicazione ti ha dato più soddisfazione?
Senza dubbio sono molto legato al mio ultimo lavoro Al-Andalus. E’ un lavoro molto complesso ma anche più personale di tutte le storie che ho affrontato finora. Diciamo che segna un passaggio. Al-Andalus parla della memoria,  della distanza, ma è una distanza metaforica, e parla anche di una regione e della sua cultura in questo momento storico, parla di me e della mia famiglia. E’ un lavoro dove il racconto non c’è, ci sono dei pezzi di realtà che trovo e metto assieme cercando di comporre un mosaico di sensazioni personali legate al mio vissuto. Ci sono state tante pubblicazioni che mi hanno dato soddisfazione, sicuramente il primo lavoro che ho pubblicato addirittura sul Newsweek, anche la prima copertina su un magazine italiano del Corriere della sera. La pubblicazione sulla storica rivista inglese British Journal of Photography o ultimamente una review di Al-Andalus sul New York Times.

Ci vuoi parlare del self-publish?
Il Fotolibro è un mercato in espansione negli ultimi anni, è un altro formato dove esprimere il tuo lavoro, ed è anche una forma per raccontare quello che vuoi senza intermediari e filtri. In questo boom si è creata anche la possibilità di autoprodursi i propri libri, a costi molto bassi, chiaramente si parla di tirature ridotte 250,500,750 copie che uno si deve autogestire e vendere soprattutto online. E’ una opportunità in più per metterti in tasca qualche soldo. Io anche sto cercando di cavalcare quest’onda e questo mese pubblico Dreaming Leone, il lavoro è una mia visione nostalgica dell’immaginario Western, diciamo che è un libro omaggio al cinema Spaghetti Western, un self-publish disegnato da Michela Palermo e me.

Che ti aspetti dal futuro?
Vendere molti libri 😉

Evviva la sincerità 🙂


 

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