SUMMER SHOW. ARTE CONTEMPORANEA PER QUATTRO GALLERIE DI MILANO.

Introduzione alla mostra “Summer Show” in esposizione dal 18 Luglio al 15 Settembre 2013 presso la Galleria Spazioborgogno a Milano.
Recensione e fotografie a cura di Davide Tatti

La Galleria Spazioborgogno, insieme alle gallerie Fumagalli, Anna Maria Maggi e Alessandro De March, propone fino al 15 settembre una selezione di opere di artisti, nati tra il 1932 e il 1983, che negli anni hanno lavorato per loro. Fra questi segnaliamo: Felice Levini ( Roma 1956 ), Lawrence Carroll (Melbourne 1954), Massimo Uberti ( Brescia 1966 ), Shirin Neshat (Qazwīn, Iran 1957 ), Tancredi Mangano (Lisieux, Francia 1969). Fra tutte le opere ha un particolare rilievo l’installazione “Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine” del 2000 di Felice Levini a cui è destinata tutta l’ala destra dello spazio espositivo. L’idea contemporanea di crisi sociale riflette un contesto statico col quale pare non sia possibile interagire per modificarlo. Le azioni che quotidianamente svolgiamo non incidono sull’ambiente, non migliorano la situazione che tende a un dilatato sgretolamento. Felice Levini con la sua installazione “Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine” ribalta ironicamente la prospettiva preferendo un episodico evento tragico, piuttosto che il perdurare di una condizione di paura e timore del mondo con crisi e immobilità. Felice Levini nasce a Roma nel ‘56. Nella capitale si diploma all’accademia, segue poi due anni di lettere alla Sapienza. Espone dal 1978 legandosi alla comunità di artisti che fa capo alla galleria Sant’Agata de’ Goti con Vittorio Messina  e Pino Salvatori. Levini riprende  l’uso del disegno e della pittura tenendo conto però di altri strumenti come installazione, performance, fotografia, audiovisivo. Il suo obiettivo è quello di costruire un vocabolario per immagini, composto da segni leggeri che possono essere smontati e ricomposti  con stile eclettico. La sua installazione La Babele Balbuziente indica come il sovraffollamento dei linguaggi e dei codici genera l’incomprensione: malgrado ciò non rinunciamo ad esprimerci, padroneggiando per necessità i vari strumenti. Levini usa spesso l’autoritratto come una sagoma che si adatta a vari profili  per prendere le distanze da se stesso in maniera ironica come travestimento. Tramite l’esattezza del segno, Levini simula tecniche di riproduzione grafica, che sdoppiano e moltiplicano gli oggetti, ma da uno spazio piatto alcuni simboli fuoriescono tridimensionali, producendo un allestimento. Da una parte c’è il suo segno grafico bidimensionale, ma la scena in cui dispone gli oggetti è tridimensionale, come una scenografia per teatro: un meccanismo di finzione con il quale Levini, in modo ironico e scherzoso, addita comportamenti e situazioni della realtà.

Davide Tatti
Nato in Sardegna nel 1969, dal 1999 vivo a Milano dove mi sono occupato di grafica editoriale. Nel 2007 una svolta verso la fotografia di documentazione, in particolare: paesaggio urbano, architettura e arte contemporanea.

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