SPIARE LA LUCE NELLA SPERANZA DI DOMARE IL MISTERO. SUGGESTIONI DALLA MOSTRA DI BALTHUS A ROMA.

Introduzione alla mostra “BALTHUS”
la retrospettiva – Scuderie del Quirinale
l’atelier – Villa Medici, Roma
24 ottobre 2015 – 31 gennaio 2016

Recensione a cura di Silvia Moretta

“Bisogna imparare a spiare la luce. Le sue modulazioni, le sue fughe e i suoi passaggi. Fin dal mattino, dopo la prima colazione, dopo la lettura della posta, bisogna informarsi sulle condizioni della luce, apprendendo allora se quel giorno si dipingerà, se ci si addentrerà profondamente nel mistero del quadro. (…)” E ancora “È opportuno verificare le condizioni della luce, dunque. Il giorno che viene farà progredire il quadro. Quello in lavorazione da tanto tempo. Forse un solo tocco di colore, e la lunga meditazione davanti alla tela. Solo questo. E la speranza di domare il mistero.” (Balthus)

Visitare la mostra di Balthus (Balthsar Klossowski de Rola, 1908-2001) a Roma per trovarsi immersi in un’atmosfera straniante e rarefatta, in un insieme di incanto e turbamento. Ogni quadro si compone di regole intellegibili: rigide geometrie, griglie prospettiche, volumi ben definiti, la luce che entra prevalentemente di lato, che si espande progressivamente sulle tele fino a colpire le figure, a illuminarle, a metterle a nudo, offrendole allo sguardo dello spettatore, coinvolto in una visione straniante, interrogato, chiamato in causa. I medesimi dettami costruiscono “immagini” dipinte che disvelano, e congelano, una visione; che sono sottese a strade di città, palcoscenici teatrali di spettrale fissità, in cui “sfilano degli automi da sogno” (Antonine Artoud) resi con una figurazione pesante, tornita e massiva, come nel  “manifesto di un atteggiamento plastico”: La Rue (La Strada) l’opera della svolta, o della rottura, del 1933. Regole che guidano la rappresentazione di interni domestici, popolati da poche, pochissime figure. L’attenzione di Balthus si rivolge prevalentemente a fanciulle giovani e femminili, colte nel momento della vita più amato e rimpianto: il fuggevole tempo dell’ambiguità tra infanzia ed età adulta. Negli interni, la funzione della luce diventa ancora più preponderante, il suo uso ancora più sapiente. Le nette ombre accentuano le spigolosità delle rigide e scomode posture in cui le fanciulle sono costrette, per leggere o per giocare (Les enfants Blanchard, 1937), a formare angoli precisi, veicoli di inquietudine nell’animo dello spettatore. Oppure il gioco delle luci e delle ombre delinea le lievi forme di una femminilità appena abbozzata, in figure adagiate su letti o poltroncine, colte in atteggiamento di abbandono innocente o di posa sensuale, in una sorta di erotica apatia (La semaine des quatre jeudis, 1949). Scrutate da donnine secondarie, ora curiose – la servetta che si distoglie dalla lettura per contemplare la giovane seminuda e dal pallido colorito, ma rigidamente impostata come una statua romana. Ora inquietanti e quasi perfide – la strana figuretta che scosta con modi sgarbati la tenda per far entrare la luce nella stanza e disvelare un corpo femminile nudo e giovane, ma abbandonato come colto della morte appena sopraggiunta (La Chambre, 1952-54). Le fanciulle in fiore sono spesso accompagnate, o guardate, da un altro soggetto tematico molto caro a Blathus: il gatto. Alter ego del pittore, nel quale si identifica (Le roi des chats, 1935), la morbida sensualità dei gatti è messa in chiara relazione con la femminilità acerba delle fanciulle ritratte; ed il gatto viene spesso raffigurato con un sorriso in volto, al contrario delle figure umane, inespressive e assorte nel loro mondo interiore, distanti dallo spettatore. Ogni opera racchiude in sé uno studio lento e attento, una pittura dichiaratamente rivoluzionaria, rivolta parimenti contro il surrealismo e contro l’accademismo, ma con punti di tangenza con l’uno e con l’altro, a riscoprire “una sorta di misteriosa tradizione” (Antonine Artaud, 1936). Alcune delle matrici dell’opera di Balthus sono ben note e facilmente rintracciabili: si tratta della predilezione per i “primitivi italiani”, per il Piero Della Francesca conosciuto e attentamente studiato ad Arezzo, nel 1929; per le pitture di Masaccio, intrise di un’aura classica e monumentale. Altre matrici appaiono invece più complesse, ma sembrano comunque legate all’Italia. In particolare mi riferisco ai poco indagati rapporti, individuati da Fabio Benzi (2001), “con le inquietudini e le allusioni misteriche della Scuola Romana”, conosciuta probabilmente al tempo dell’esposizione parigina del dicembre del 1933, quando Balthus lavorava a perfezionare La Strada, l’opera della “svolta”. Balthus fu infatti evidentemente influenzato dalla concezione misterica, ieratica ed esoterica propria dell’ “Ecole de Rome”, nome  che il critico d’arte francese Waldemar George diede al gruppo formato da Giuseppe Capogrossi, Emanuele Cavalli e Corrado Cagli. A prova di ciò, non solo gli elementi di tangenza nella composizione e nella nuova atmosfera sospesa delle opere di Balthus, ma anche una profonda aderenza ai principi misteriosofici che, in quegli anni, guidavano gli artisti italiani del gruppo.

“Dietro le apparenze, esiste una geometria che regge tutte le cose e struttura l’universo.
Questa sola consente di leggere il profondo ordine del mondo.
Questa sola mi interessa, e non i turbinii che agitano la superficie delle cose”.

(Balthus, Riflessioni di un solitario della pittura, 1999)

Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.

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