Sources of Vision #3 – Chiara Ferrin

A cura di Diego Cicionesi

_IGP8330cliché

Quale romanzo, opera letteraria, cinematografica o musicale hanno inciso profondamente sulla tua identità, pensiero e visione del mondo?

Convinta di non essere portata per la fotografia di paesaggio, ho cominciato a studiarlo in cerca della mia visione. Da qualche tempo, mentre lavoravo al computer avevo come unica colonna sonora KID A dei Radiohead, un album che avevo affrontato con grande ritardo, per ragioni non molto interessanti. Giornate autunnali, una luce livida che non mi disturbava e che percepivo coincidente con le atmosfere di quella musica, un sottofondo alienante quanto ispiratore. Un anno dopo, per un nuovo lavoro, ho iniziato a leggere libri che trattavano di paesaggio, di arte nel paesaggio, e di paesaggio interiore. Nel frattempo, per lavoro, avevo cominciato a percorrere una strada nuova. In quel tragitto ascoltavo KID A e osservavo il paesaggio ai lati della strada. Una campagna coltivata, spaccata da una tangenziale molto trafficata, campi che finivano gradualmente in una zona di ceramiche circondate da vegetazione selvaggia. Così ha cominciato a prendere forma un pensiero in cerca di definizione.

_IGP8537cliché

Quale specifico passaggio, testo o brano musicale ti hanno cambiato e ispirato?

“Everything in Its Right Place”.
L’elettronica dei suoni introduce a una dimensione di turbamento ed estasi, compatibili con una visione di natura martoriata, dove lo sguardo è ostacolato da elementi di disturbo che, per abitudine, non notiamo.

“Questo tragitto in macchina è stato per me una rivelazione. La strada è una grande parte del paesaggio artificiale, ma non la si poteva però qualificare come opera d’arte. D’altra parte questo viaggio ha fatto per me quello che l’arte non aveva mai fatto. Quello a cui ancora non sapevo dare nome ha avuto in seguito l’effetto di liberarmi di un gran numero di opinioni che avevo sull’arte. Sembrava che ci fosse là una realtà che l’arte non aveva mai espresso. L’esperienza che avevo vissuto sulla strada, per quanto precisa fosse stata, non era riconosciuta socialmente. – … – I paesaggi artificiali senza nessun precedente cominciarono sempre più a entrarmi dentro”. +

Samuel Wagstaff, Talking with Tony Smith, 1966 , da Walkscapes, Francesco Careri

_IGP8690bzcliché

In che modo hanno inciso, da lì in poi, nel tuo lavoro di fotografo?

Il testo di Tony Smith è stato illuminante, ha confermato alcune mie sensazioni e mi ha portata a ricercare fuori da me stessa la dimensione interna che da quel momento in poi ho riconosciuto come mia, e a tentare di trasporla in fotografia. Cosa che in realtà non credo possibile, sarebbe come fotografare un sogno. Ma a volte mi ci avvicino e riesco a riconoscervi quello stato mentale. Ora il paesaggio artificiale, come lo definisce Tony Smith, è il mio primo interesse.

_IGP8713bzcliché

 

Chiara Ferrin
Fotografa di scena, collabora con festival e compagnie teatrali di rilevanza nazionale e internazionale. Le sue fotografie sono state pubblicate da importanti testate giornalistiche e riviste culturali.
Sul paesaggio, la sua ricerca passa dalla Sicilia e arriva al giardino sotto casa, nel tentativo di evidenziare le contraddizioni dei comportamenti umani nella natura. Espone in spazi istituzionali e privati.
Cura e organizza a Modena la rassegna “Lo sguardo degli altri”.

_IGP8727-cliché

 

Versione PDF dell'ultimo numero sfogliabile e scaricabile