RELITTI. FOTOGRAFIE DI DAVIDE VIRDIS.

Introduzione alla mostra “Relitti” di Davide Virdis
in esposizione alla Thetys Gallery di Firenze dal 24/03/2012 al 12/04/2012
Intervista all’autore a cura di Sara Severini

Davide Virdis è fotografo e architetto. Nei suoi lavori si dedica all’analisi e all’interpretazione dello spazio in relazione all’intervento dell’uomo. In particolare dal ’95 inizia una ricerca fotografica sul paesaggio della Sardegna, suo luogo di origine, e i suoi cambiamenti. In occasione dell’inaugurazione dell’esposizione alla Tethys Gallery ho potuto parlare con Davide del suo progetto Relitti al quale lavora dal 2004.

Come nasce questo lavoro?
Nasce senza premeditazione, potrei considerarlo un progetto spontaneo, che viene fuori da dentro e che si è costruito da solo. Ho sempre avuto un’attrazione particolare verso i luoghi abbandonati, se penso a quanti ne ho visitati da ragazzo, senza macchina fotografica, mi piange il cuore!

Le evocazioni delle tue immagini sono molto forti e rimandano a realtà diverse, per esempio a possibili vicende umane personali o a vicende sociali legate a quei luoghi, a installazioni artistiche, a visioni pittoriche o scenografiche, a creature dalle forme singolari o a fantastiche forme di vita presenti e nascoste. Che significato ha per te fotografare questi luoghi e che senso ti piace rimandare a chi guarda le tue fotografie?
Quello che mi attrae verso questi luoghi è l’emozione della scoperta. Immagino di essere una sorta di archeologo che entra in una tomba inviolata e non sa cosa troverà, forse un tesoro, chissà. Per tornare poi alla prima domanda mi sono reso conto che il progetto ha trovato una sua dimensione nel momento in cui la voglia di fotografare relitti stava diventando una necessità. Mi spiego: c’è stato un periodo verso il 2005 nel quale la mia professione mi ha portato a fotografare, con una certa assiduità, interni di architetture contemporanee. Immagini patinate costruite con luci artificiali in “luoghi artificiali”: una sorta di rendering ad uso e consumo della committenza. Non mi fraintendere, non disprezzo questo lato prettamente professionale del mio rapporto con la fotografia, anzi devo dire che la mia struttura mentale di architetto trova soddisfazione nel rappresentare gli spazi progettati.  Solo che mi risulta molto più faticoso! Il progetto dei relitti nasce in qualche modo in antitesi con queste immagini, non è un caso che si tratti di interni nei quali, anche se tutti lo dubitano, non altero alcun elemento, scatto rigorosamente con la luce ambiente, e per questo, soprattutto all’inizio, consideravo una regola essenziale fotografare in giorni nuvolosi, così da poter avere una luce morbida e non violenta, che mi entrava dagli squarci nelle pareti.  Quello che vorrei ottenere con le mie immagini dei relitti penso che sia ciò che ogni fotografo cerca con i suoi scatti: rappresentare un’emozione e cercare di comunicarla a chi avrà voglia di guardare le immagini.

È costante il richiamo alla temporalità, quindi alla condizione, in cui si trovano cose ed esseri viventi, di essere sottoposti al passare del tempo. Tu in che senso o in relazione a quali realtà intendi questo aspetto?
Ti rispondo con la citazione dal libro L’ ultimo scalo del Tramp Steamer di Álvaro Mutis, che presento anche alla  mostra. “Entrò all’improvviso nel mio campo visivo con la lentezza di un sauro ferito a morte (…) scivolava, irreale, con l’ansimare agonizzante delle sue macchine e il ritmo sconnesso delle sue bielle che, da un momento all’altro, minacciavano di tacere per sempre. Occupava ormai il primo piano dello spettacolo irreale e sereno che mi avvinceva, e il mio stupore diventò qualcosa di molto difficile da definire. C’era in quell’errabondo relitto marino, una sorta di testimonianza del nostro destino sulla terra.

Nella scelta di svolgere questo tipo di ricerca hai considerato il valore di denuncia socio-culturale che questo lavoro può assumere?
Sicuramente, il consumo del territorio è un problema di dimensioni planetarie e mi piace l’idea di dare vita a luoghi che la società considera morti, inutili tanto da lasciarli agonizzare. Ma se ti devo dire la verità tutti questi sono ragionamenti che arrivano dopo lo scatto, non sono la fonte generatrice.

Sara Severini
Amo la fotografia come mezzo di espressione, di ricerca, di analisi dell’uomo e della realtà, come intrattenitrice e portatrice di piacere e di idee. Mi interessa perciò il ritratto ma anche la fotografia istantanea, il reportage del quotidiano così come la fiction. Collaboro alle attività di Deaphoto presso cui ho frequentato corsi e workshop.

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