NOVECENTO, ANTONELLO FRESU A CAGLIARI

Introduzione alla mostra “Novecento” di Antonello Fresu
dal 18 dicembre 2015 al 21 febbraio 2016 
EXMA di Cagliari
Recensione a cura di Davide Tatti e Andreas Köhn.
Fotografie di Davide Tatti

«Il Novecento ha prodotto arte, cultura, tecnologia, lo sviluppo della coscienza civile, ma fallisce il proprio scopo di fronte agli stermini attuati a partire dalle due guerre mondiali.» Così Antonello Fresu riassume il tema della sua mostra Novecento all’EXMA di Cagliari, a cura di Giannella Demuro e Ivo Serafino Fenu. L’allestimento, realizzato in collaborazione con Gianni Melis, mette in scena simboli contrapposti, vittime e carnefici: la divergenza appare più delineata nella raccolta di documenti a partire dalla prima guerra mondiale, poi col progredire del racconto, dalla seconda guerra mondale, si fa più sfaccettata, fino a diventare ambigua nei riferimenti alla guerra del Vietnam e a quelle successive al 1960, dove la figura del soldato può diventare vittima egli stesso. Il progetto Novecento, cominciato nel 2013, raccoglie materiale d’archivio di eventi bellici: fotografie, stampe, manifesti, riviste e memorie personali; le procedure di elaborazione usate da Fresu tendono a sollevare la figura umana dal luogo, attraverso il ritaglio parziale, oppure a staccarla ricollocandola in nuovi supporti e materiali privi di riferimenti temporali. Questa prassi, ponendo l’attenzione sulle qualità estetiche e morali delle figure umane e sulle sensazioni di chi le osserva, diventa un metodo che si avvicina, come direbbe lo storico francese Frédéric Rousseau nel suo saggio “Il bambino di Varsavia1, alle pratiche del consumo di memorie iconografiche, le quali si interessano più del sentimento e meno della ricostruzione storica e critica delle fonti. Ma Fresu sembra ben consapevole di questa soglia: dopo un’attenta ricerca d’archivio preferisce mettere l’attenzione sulle possibilità espressive e scenografiche dell’allestimento. All’ingresso della sala principale viene presentata una grande installazione frontale di tre video montati su una parete ferrosa, sui quali scorre l’elenco innumerevole dei caduti in guerra, chiamati ciascuno per nome; alla fine del percorso è collocato invece, visibile solo da una fessura verticale, la ricostruzione di uno studio anonimo per la progettazione di un lager nazista.
Davide Tatti

«La vera immagine del passato guizza via» scriveva Walter Benjamin nella sua quinta tesi di filosofia della storia. «E’ solo come immagine che balena, per poi non più comparire, proprio nell’attimo della sua conoscibilità che il passato è da trattenere.»2 Di fronte a questa fugacità dell’immagine del tempo trascorso, vi è il bisogno di riappropriarsi sempre di nuovo della storia. Anche l’immagine ormai consolidata del “secolo breve”, secondo Eric Hobsbawm, che ebbe inizio con la prima guerra mondiale e finì con la caduta del Muro di Berlino del 1989 e il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, corre un grave rischio: quello di dissolversi nel nulla, se non viene riletta nel proprio presente. Antonello Fresu, con un percorso composito di elaborazioni fotografiche trattate principalmente con la tecnica del pop-up, apre delle finestre illustrate sulla storia del Novecento e sulla sua interpretazione. La caratteristica del suo metodo è un approccio in parte pedagogico: aggiungendo alle immagini d’archivio un’arbitraria pluridimensionalità, ottenuta ritagliando e sovrapponendo fotografie e documenti a nuovi supporti, Fresu vuole favorire nell’osservatore l’approfondimento degli eventi storici del Novecento, che lui cita in sintetiche didascalie con data e luogo dell’evento e un’immagine che, tolta dal contesto originario, diventa figura esemplare. La tecnica del pop-up proviene da un’antica tradizione di strumenti didattici usati in ambito scientifico, come l’astronomia e l’anatomia, che ha prodotto i cosiddetti “libri animati”. Percorrendo questa contemporanea “animazione” di Fresu sui documenti d’archivio, ci si interroga sull’origine del male: il male si mostra sia nel volto astratto di chi ha progettato l’industria e la tecnologia dello sterminio, sia nei volti concreti di uomini e donne che hanno vissuto in conformità al sistema totalitario di cui facevano parte, a prescindere della loro posizione sociale, mentre la figura politica di Hitler appare nettamente ridimensionata. L’estensione del concetto di responsabilità politica è la linea guida della mostra di Antonello Fresu, che può quindi essere letta come l’invito sia alla conservazione che a una revisione del tradizionale “codice simbolico”, secondo la tesi di Alfred N. Whitehead3, in relazione alla storia del XX secolo e della sua raffigurazione immaginifica.
Andreas Köhn

1 Frédéric Rousseau, Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia. Traduzione di Fabrizio Grillenzoni. Laterza, Roma-Bari 2014; pag. 150. Prima edizione originale 2009
2 Walter Benjamin, Sul concetto di storia. A cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti. Einaudi, Torino 1997; pp. 25-26
3
Alfred N. Whitehead, Simbolismo. Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p. 76. Prima edizione originale 1928

Andreas Köhn
Nato e formatosi in Germania, dottore in teologia; dal 1996 vive e lavora in Italia, ha pubblicato saggi di carattere esegetico e storico; coautore di una recente pubblicazione sul rapporto tra cinema e teologia per l’editrice Claudiana.

Davide Tatti
Nato in Sardegna nel 1969, vive a Milano dal 1999. Ha svolto attività di progettazione d’interni, grafica editoriale e fotografia. Attualmente dal 2007 si occupa di fotografia di documentazione.

 

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