L’occhio su Robert: punti di vista differenti su Mapplethorpe
A cura di Davide Tatti
Un punto di vista da cui rileggere la fotografia di Robert Mapplethorpe può essere la nostra contemporaneità, individuando nel recente film Pillion del regista inglese Harry Lighton il tema delle relazioni di dominio e sottomissione, come quelle sadomaso, un retaggio culturale consolidatosi negli anni Settanta e mantenutosi ancora vivo oggi in una forma meno radicale. L’asimmetria tra soggetto desiderante e oggetto desiderato è una clausola che spesso diventa codice di comportamento nelle relazioni sentimentali e sessuali dove un partner domina sull’altro. In queste dinamiche, chi desidera percepisce nella persona desiderata un oggetto funzionale alla sua soddisfazione erotica; non c’è possibilità che si realizzi una relazione adattabile nel tempo, ma si innesca una coazione a ripetere lo stesso schema, che pone in primo piano il bisogno di appagare un immaginario erotico, un ruolo predefinito e il massimo controllo sulle esperienze.
Questa dinamica vive in maniera più estrema nelle relazioni sadomaso omosessuali, rese pubbliche negli anni Settanta durante i movimenti di liberazione gay negli Stati Uniti e in Europa, e arriva fino ad oggi come nervatura narrativa nel film Pillion [^1]. La relazione gay asimmetrica nel racconto risulta epurata dal contesto sociale e dalle divergenze politiche che hanno prodotto le pratiche di liberazione omosessuali nel corso dei decenni; viene calata in una relazione vissuta in ambito domestico e amicale, tra un uomo forte e dominante, motociclista, e un ragazzo sottomesso per scelta di ruolo, con meno forza fisica ma con maggiore consapevolezza identitaria. La frequentazione tra i due uomini resta in piedi fino a quando il dominante impone le sue regole di controllo e sfruttamento sessuale al compagno consenziente. Quando il ragazzo comincia a vacillare emotivamente per la frequenza delle umiliazioni subite e si autolesiona per suscitare comprensione, tentando di portare l’altro in un confronto sentimentale più paritario, il dominante, dopo un vano tentativo di adattarsi a un confronto alla pari, fugge perché non intende rinunciare al proprio ruolo preordinato.
La sceneggiatura del film è stata ricavata dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones, ambientato negli anni Settanta; il regista invece riporta gli eventi alla contemporaneità. Inoltre, nel romanzo, come sostiene il regista in un’intervista, «Colin (il dominato) non disobbedisce mai a Ray (il dominante), solo una volta, ma è un piccolo atto, mentre nel film la disubbidienza è frequente. Mi interessava di più esplorare il punto in cui non si è più in grado di vivere in un ruolo, e così ho ampliato quella parte della storia». Nel rapporto sadomaso «la relazione è, per definizione, asimmetrica, mentre nelle relazioni convenzionali le disuguaglianze sono spesso nascoste. Volevo esplorare questa contraddizione» [^2].
L’asimmetria nelle dinamiche di desiderio erotico – in cui c’è un soggetto desiderante e un altro soggetto obbligato a piegarsi al desiderio – è stata una delle tematiche portanti in Robert Mapplethorpe, trasfigurata dalla consumazione del corpo nelle pratiche sadomaso in estetizzazione formale del corpo. In Mapplethorpe la sessualità sadomaso consensuale si sposta dall’ambito privato a quello pubblico: resta la finalità del rapporto, ritualizzata e celebrata come forma di identità e di estetica antiromantica, ed in questo senso le fotografie per Portfolio X del 1978 sono eloquenti e non mostrano altre prospettive. In Pillion, invece, da parte del dominato si forma il bisogno di sospendere lo schema di potere. La relazione si presenta come consensuale in superficie, ma rivela un’asimmetria problematica: quando il ragazzo raggiunge un limite fisico ed emotivo reale (l’autolesionismo) e chiede una pausa dalla dinamica dominatore/schiavo, il “padrone” si dimostra incapace di uscire dal ruolo. L’abbandono finale da parte del dominatore non è un atto di libertà ma di dipendenza dal potere: senza la subordinazione dell’altro, la relazione non esiste per lui.
Da un punto di vista formale, in Mapplethorpe la messa in scena della sessualità, a cui partecipa personalmente, è il fulcro centrale della comunicazione; in Pillion è invece un dato aggiuntivo ed esplicativo, in quanto Harry Lighton mantiene un punto di vista esterno e attento alle dinamiche psicologiche, non a quelle del corpo.
I punti di vista, i resoconti e le letture critiche che hanno definito e interpretato il fotografo statunitense, avvicendatisi durante lo sviluppo della sua attività e successivamente, sono multiformi, talvolta divergenti, a volte legati a scritture provenienti dai linguaggi delle sottoculture. Tentare di ripercorrere il percorso biografico di Mapplethorpe resta centrale, perché aiuta a ricondurre la sua visione fotografica ed estetica alle esperienze dirette: il rapporto conflittuale col padre, il tentativo fallito di stabilizzarsi con partner femminili (compreso il rapporto con Patti Smith), la conseguente auto-repressione di un’identità omosessuale e la sua esplosione in forme di forte esibizione e di sadismo, sorretta dal continuo consumo di droghe che ne potenziano le percezioni, utili già tematicamente nella realizzazione delle sue prime installazioni e collage.
La recente pubblicazione in traduzione italiana della biografia di Mapplethorpe, scritta dalla giornalista culturale Patricia Morrisroe (che lo intervistò negli ultimi anni della sua vita ed edita nel 1995), offre la possibilità di esplorare il contesto culturale statunitense dagli anni Sessanta agli Ottanta [^3]. Presta particolare attenzione anche all’ambiente familiare in cui crebbe Mapplethorpe, a quello studentesco del Pratt Institute di New York e agli ambienti dell’arte contemporanea che lo sostennero anche economicamente. L’attenzione per la biografia di Mapplethorpe riporta anche la sua pratica fotografica nel concetto di eteronomia dell’arte rispetto alle esperienze da lui vissute, tanto che la sua vita reale diventa come «una giostra che imita l’arte» secondo Morrisroe [^4]. Invece, le interpretazioni formali e classiciste della sua fotografia, prevalenti in Italia, orientano la sua estetica in un ambito di autonomia rispetto al vissuto.
Il periodo produttivo di Mapplethorpe, dall’interruzione degli studi al Pratt Institute nel 1967 alla sua morte nel 1989, si sovrappone in parte, in linea temporale, con il processo di depatologizzazione dell’omosessualità che comincia nel 1967 e termina nel 1990. Patricia Morrisroe nella biografia scrive che lui, fino ai ventisette anni, «viveva in una cultura in cui gli omosessuali stessi erano considerati scherzi della natura, al punto che la legge autorizzava le famiglie a richiuderli in manicomio» [^5]. La psicologa Evelyn Hooker, tra il 1967 e il 1969, condusse uno studio commissionato dal National Institute of Mental Health, che portò nel 1973 a rimuovere parzialmente l’omosessualità dai disturbi mentali nel manuale di psichiatria; successivamente venne cancellata anche la condizione in cui un soggetto vive con difficoltà il proprio orientamento nel 1987. L’Organizzazione Mondiale della Sanità suggellò il processo nel 1990 cancellando «l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, proponendo la definizione di variante naturale del comportamento umano» [^6]. Col procedere della depatologizzazione, l’attivismo gay fece emergere la sottocultura sadomaso come esternazione di virilità, attraverso la “messa in scena” delle figure di “padrone e schiavo”, anche con il riciclo di simboli nazisti. Per Mapplethorpe l’ambiente sadomaso diviene da subito fonte di interesse ricorrente: come scrive Morrisroe, la sua «identità sessuale era già così intrisa dei concetti di colpa e castigo, che adottando il ruolo del sadico poteva diventare il prete o il genitore punitivo in qualsiasi rapporto proibito con altri uomini. “Non ci fu un ritorno” avrebbe detto “avevo trovato la mia personale espressione sessuale” e anche la materia prima della sua arte» [^7].
Di segno diametralmente opposto è invece il resoconto narrativo di Jack Fritsher, scrittore e docente che ebbe un rapporto personale con Mapplethorpe. Il testo, edito negli Stati Uniti nel 2014 e tradotto in italiano nel 2016, a tratti si mostra intriso di un linguaggio irrazionale in cui non si distingue tra percezione soggettiva e fatti accaduti [^8]. Se Morrisroe pone sul piano estetico i richiami a simboli razzisti, Fritsher invece si sbilancia verso un’adesione politica: «Robert era un criptorepubblicano intollerante, per cui le donne, i neri e i gay dovevano starsene al loro posto. Paradosso dei paradossi. In vita non palesò il suo sessismo e razzismo, per potersi inserire nella Pop Art, che Warhol, avendo bisogno del talento di chiunque, rese un movimento sostanzialmente inclusivo» [^9]. Bisogna considerare che lo stesso Fritsher ammette di non volersi avvicinare ad un criterio di obiettività: «La verità non è cronologia, la verità non è biografia, la verità è un distillato soggettivo delle impressioni» [^10].
Durante una conversazione con il critico d’arte Edward Lucie-Smith emergono delle strategie plausibili adottate da Mapplethorpe per inserirsi nel ristretto circolo espositivo ed economico dell’arte contemporanea a New York negli anni Settanta: «Immagina il giovane Robert a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, impegnato a provocare deliberatamente il gotha dell’avanguardia con le sue immagini innovative e scioccanti. Dovevano approvarle per forza, perché se si fossero trovati minimamente turbati avrebbero perduto seduta stante il loro status di avanguardisti. “O la borsa o la vita” era una sfida che Robert non poteva perdere. Voleva raggiungere uno status e lo raggiunse minacciando il loro» [^11]. Inoltre, in questi scritti viene evidenziata la capacità di Mapplethorpe di emulare modelli e riferimenti figurativi durante la sua relazione con Sam Wagstaff, pioniere del collezionismo fotografico, intorno al 1974. Come emerge sempre dalla conversazione con Edward Lucie-Smith: «Sam sconvolse la percezione di Robert in merito alla fotografia. Con Sam come mentore, in un oceano di immagini fotografiche mai studiate, Robert fu un privilegiato. Sam gli consentì di accedere ad una forma d’arte e a un genere di quella forma d’arte all’epoca del tutto fuori moda, in particolare la fotografia edoardiana di tipo più pittorico. Robert assimilava qualunque immagine vedesse. Il famoso fiore del barone de Meyer divenne il fiore di Robert» [^12].
Un punto di vista fondamentale su Mapplethorpe è stato quello del critico d’arte Germano Celant, che lo conobbe durante un viaggio nel 1977 a New York; dalla frequentazione successiva e dall’amicizia nascono le mostre e i testi che il critico gli dedica. Celant organizza nel 1983 la prima mostra in Italia di Mapplethorpe a Palazzo Fortuny a Venezia. Successivamente, in un testo del 1986, invece di soffermarsi sul tema di una sessualità maschile e omoerotica mostrata ed esibita, attribuisce la massima rilevanza al concetto di androginia, intesa non come immediata presenza di attributi maschili e femminili, ma come sintesi tra maschile e femminile, dove il corpo è disponibile a declinarsi in modalità ambigue, anche grazie all’uso pienamente controllato e complesso delle mani, che assurgono a punto di tensione nella composizione fotografica. Celant scrive: «La mano possiede un potere intrinseco. In essa si trovano rappresentate e simbolizzate le coordinate entro cui l’essere umano organizza la sua esperienza e la sua visione del mondo. (…), la mano si offre quale sintesi, esclusivamente umana, del mascolino e del femminino: è passiva in quel che contiene e attiva in quel che tiene. (…) Il motivo dell’uno che contiene il due, mascolino e femminino, ricorre di continuo nella fotografia vissuta da Mapplethorpe. (…) Il significato proprio all’opera di Mapplethorpe si può dunque cogliere nell’identificazione fotografica del luogo di incontro tra le energie complementari della sessualità, dove il corpo è un sistema aperto, non più contenuto da forze inibenti» [^13].
Dopo la scomparsa di Mapplethorpe, Celant ricostruisce il suo intero percorso, a partire dai primi assemblaggi e collages fino alla maturazione della sua visione fotografica rigorosamente formalizzata. Gli esiti di questo studio confluiscono in una mostra antologica che nel 1992 parte dal Louisiana Museum ad Humlebæk in Danimarca e viene riproposta in molte istituzioni rilevanti per l’arte contemporanea dislocate in varie città al di fuori degli Stati Uniti. Nel testo che accompagna la mostra, Celant rileva e mette in reciproca tensione due aspetti che ritiene portanti in Mapplethorpe. Da un lato, l’esposizione del corpo come strumento per esplicitare le identità sessuali, in un quadro storico e concettuale che appartiene alle avanguardie del Novecento. Dall’altro, dal punto di vista formale ed esecutivo, le composizioni fotografiche costruite sempre più con un gioco di rimandi alle varie forme di classicità prodottesi in epoche diverse (antico-romana, rinascimentale, neoclassica). Scrive Celant: «Quello che, dal 1970 al 1976, i lavori giovanili di Mapplethorpe delineano è il profilarsi di un doppio statuto: da un lato lo scandalo dell’amore omofilo e il culto della “diversità” sessuale e razziale, le espressioni infuocate ed esplosive del vissuto e del quotidiano; dall’altro la sublimazione delle immagini attraverso la rigorosa composizione delle figure, la rappresentazione colta e costruita di una bellezza ideale, che trova il suo senso nell’antichità e nella storia. (…) A partire dal 1973, Mapplethorpe lavorerà sempre sul limite tra scolpito e figura umana, tra arte e fotografia, così da poter proporre una radicalità tematica, espressa in termini classici. Si potrebbe allora affermare che le sue fotografie di rapporti sadomasochisti rientrino in un naturalismo a carattere classico, tanto che, studiate con la massima attenzione, le loro composizioni rispecchieranno un accurato studio dei modelli e delle gestualità figurali proprie dell’arte, dal classicismo rinascimentale di Michelangelo al razionalismo statuario ed elegante del neoclassicismo di David e di Canova» [^14].
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- Robert Mapplethorpe. Ken, Lydia and Tyler. 1985 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Le argomentazioni di Celant, spesso complesse e stratificate, in termini più semplificati influenzeranno in modo determinante la ricezione di Mapplethorpe, sia da parte della critica che del pubblico, con un’onda lunga che arriva fino agli ultimi anni, in particolare in Italia. La relazione con le avanguardie del Novecento è stata ripresa nell’esposizione Coreografia per una mostra, curata da Laura Valente e Andrea Viliani presso il Museo Madre di Napoli nel 2019. L’allestimento fa leva sulla fotografia come messa in scena e studio della gestualità nei soggetti, «sull’intima matrice performativa della pratica fotografica di Mapplethorpe, che ripercorre e mette in scena l’intrinseca necessità di rappresentare la vibrazione erotica e intellettuale dei soggetti, rifiutando la natura statica, impersonale e documentaristica dello scatto fotografico» [^15]. Esplora invece il territorio di relazione tra fotografia e storia dell’arte, attraverso i concetti estetici di classicità, la mostra del 2019 presso la Galleria Corsini a Roma, che adopera una selezione netta di 45 fotografie inerenti lo «studio della natura morta, del paesaggio, della statuaria classica e della composizione rinascimentale». La scelta è motivata dall’interesse mostrato da Mapplethorpe per le «fotografie storiche, condivisa con il suo compagno Sam Wagstaff, la cui collezione costituisce un pilastro del dipartimento di fotografia del Getty Museum» [^16].
Il confronto tra l’autoritratto di Mapplethorpe in veste di satiro del 1985 e il ritratto di ragazzo in sembianze di satiro eseguito nel 1900 circa da Wilhelm von Gloeden (Wismar, 1856 – Taormina, 1931), già sviluppato da Celant, viene approfondito nella mostra Beauty and Desire tenutasi nel 2023 presso il Museo Novecento di Firenze, che ha offerto un ampio raffronto tra varie opere dei due fotografi. Wilhelm von Gloeden allestiva set fotografici per costruire ritratti di giovani uomini con richiami mitologici classici e una forte componente androgina, già molto perturbante tra fine Ottocento e inizio Novecento [^17]. Germano Celant trova che Mapplethorpe nell’autoritratto con le corna da satiro arrivi a una sintesi matura della sua identità: «Il ritratto con la testa cornuta avvicina Mapplethorpe al dualismo della figura demoniaca di Satana, il diavolo. (…) le corna del demone caprino possiedono un doppio significato: con la loro forza di penetrazione sottendono il principio attivo e mascolino, mentre con la loro apertura a forma di lira e di ricettacolo simboleggiano il principio passivo e femminino, la cui riunione esprime l’essere completo, maturo. Ritraendosi quale fauno e demone, Mapplethorpe vuole sottolineare la conquista definitiva di una consapevolezza della sua natura duale, che però racchiude in sé l’unità della molteplicità. È un satiro e un diavolo, simbolo di piacere e di libido peccaminosa rimossa e soddisfatta, quanto un angelo, cherubino o serafino, messaggero ed esecutore di una volontà di essere sé stessi, nel pieno dell’energia che domina il mondo: l’eros» [^18].
Una serie di tre mostre curate da Denis Curti e Alberto Salvadori riconducono in questo periodo l’attenzione su Mapplethorpe attraverso gli allestimenti a Venezia, presso Le Stanze della Fotografia, nel Palazzo Reale di Milano, e infine di prossima apertura al Museo dell’Ara Pacis a Roma. Anche in questo percorso il vertice viene posto da Alberto Salvadori sull’esplorazione della classicità: «Le sue immagini non lasciano questioni aperte, sono compiute in tutte le loro parti. Questo essere così finite ed esplicite le carica di una forza eterna, le rende classiche proprio in funzione di quell’assenza di temporalità che Mapplethorpe è riuscito a costruire e imprimere. Soggetto e struttura diventano la stessa cosa, associandosi così a una storia dell’arte che parte da lontano attraversando il Rinascimento e le accademie (…) Leggeva i corpi e i volumi come uno scultore, li sistemava in posa in modo da creare effetti volumetrici; si muoveva come se avesse in mente uno schema, un’idea sul tipo di immagini che voleva, che cercava» [^19]. Malgrado Salvadori non lo indichi chiaramente, alcuni aspetti che lui stesso rileva nella fotografia di Mapplethorpe sono anticlassici e appartengono alle pratiche dell’arte contemporanea, come l’assenza di allegorie moralizzanti e le forme anti-narrative: «In fotografia seguiva quello che in gergo si chiama “directorial mode”: per Mapplethorpe, un linguaggio senza alcun intento moralizzante o allegorico. (…) Lasciati gli anni della formazione, subentrò nella sua pratica un aspetto importante, quello della detronizzazione della narrazione. La ripetizione con leggere variazioni diveniva il centro del lavoro e in controtendenza rispetto ai suoi coetanei» [^20].
Anche nell’allestimento della mostra milanese Le forme del desiderio prevale una ricezione della componente estetica classica, malgrado le sezioni della mostra esplorino l’arco di tutta la sua produzione: i primi collages e assemblaggi, le foto dedicate a Patti Smith e Lisa Lyon, gli autoritratti e i ritratti, la ricerca sul corpo accostata alle composizioni con fiori e piante, lo studio delle statue. Le immagini di sessualità più cruda sono state escluse, ad eccezione di un invito ad una mostra di Mapplethorpe inaugurata il 21 marzo del 1978 a San Francisco, posto in una teca con altri documenti editoriali. La produzione di Mapplethorpe è vasta e diversificata per registri di stile; sarebbe interessante approfondire l’uso della fotografia che lo stesso autore aveva previsto: per le gallerie d’arte più generaliste, per un pubblico di nicchia, per usi commerciali o editoriali, o per ricerca personale. La mostra a Milano, invece, pone bene in evidenza la continuità fotografica per le sue due “muse”: Patti Smith e Lisa Lyon possono essere rispettivamente le incarnazioni di due modalità di approccio alla vita e all’arte di Mapplethorpe. Con Patti Smith si evidenzia l’esperienza più travagliata e poetica ma “povera”, con Lisa Lyon invece prevale la ricerca costante della perfezione in superficie, nella postura. L’individuazione in Mapplethorpe di un’identità androgina, anticipata da Celant, resta una suggestione primaria e molto leggibile in questo allestimento non solo nei suoi autoritratti, ma anche nei ritratti di personalità celebri come Grace Jones (1988), David Byrne (1983), Andy Warhol (1983), Paloma Picasso (1980). Senza modificare fotograficamente i tratti somatici, gli sguardi e le pose vengono orientati da Mapplethorpe verso un ambito intermedio in cui non sono né completamente maschili né pienamente femminili.
L’androginia affiora già, in forma instabile, nei collage realizzati tra il 1970 e il 1972 con le immagini di Kim Novak ed una figura maschile cinematografica riportati in mostra. In questi lavori iniziali, il corpo non è ancora un’unità, ma un campo di montaggio: frammenti, ritagli e sovrapposizioni producono figure che si distanziano da identità di genere nettamente separate. È in questa fase embrionale che si può riconoscere l’origine di quel processo di neutralizzazione e controllo che, nelle opere mature, porterà alla costruzione di volti e corpi formalmente distinti come maschili o femminili, ma sottoposti a uno stesso regime dello sguardo.
Davide Tatti
29 marzo 2026
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- Robert Mapplethorpe, ritratti. Grace Jones (1988), David Byrne (1983), Andy Warhol (1983), Paloma Picasso (1980).
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- Palazzo Reale Milano. Robert Mapplethorpe, Le forme del desiderio. Mostra antologica, 29/01/2026-17/05/2026. (ph. Davide Tatti)
Note Bibliografiche:
[^1]: Pillion, regia di Harry Lighton. Con Harry Melling e Alexander Skarsgård. Gran Bretagna, 2025.
[^2]: Intervista a Harry Lighton di Alessandro de Simone, Rolling Stone Italia, 11 febbraio 2026.
[^3]: Patricia Morrisroe. Mapplethorpe, una vita. Venezia, Marsilio, 2025.
[^4]: Morrisroe, ibidem, pag. 121.
[^5]: Morrisroe, ibidem, pag. 106.
[^6]: Evelyn Hooker e la depatologizzazione dell’omosessualità, Simone Petralia. Oggi scienza, 11 giugno 2020.
[^7]: Morrisroe, ibidem, pag. 95.
[^8]: Jack Fritsher, Robert Mapplethorpe. Fotografia a mano armata. Traduzione di Nicoletta Puo. Milano, Johan & Levi Editore, 2016. (Titolo originale: Mapplethorpe, Assault with a Deadly Camera, 2014).
[^9]: Jack Fritsher, ibidem, pag. 133-134.
[^10]: Jack Fritsher, ibidem, pag. 83.
[^11]: Jack Fritsher, ibidem, pag. 78.
[^12]: Jack Fritsher, ibidem, pag. 84.
[^13]: Un mondo in due mondi, in Germano Celant (a cura di), Robert Mapplethorpe, catalogo della mostra. Bologna, Palazzo d’Accursio, Idea Books Edizioni, Milano 1986, pagine non numerate. Ripreso in: Mapplethorpe, La Ninfa fotografia, a cura di Germano Celant, 2016. Pag. 23-24.
[^14]: Mapplethorpe, a cura di Germano Celant, Humlebæk, Louisiana Museum, 8 febbraio – 24 maggio 1992. Il testo è stato edito nuovamente in: Robert Mapplethorpe, Germano Celant. La ninfa fotografia. Ginevra-Milano, Skira editore, 2014. Pag. 43.
[^15]: Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra. A cura di Laura Valente e Andrea Viliani, Museo Madre Napoli, dal 15 dicembre 2018 al 22 aprile 2019.
[^16]: Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile, a cura di Flaminia Gennari Santori. Roma, Galleria Corsini, dal 15 Marzo al 30 Giugno 2019.
[^17]: Mapplethorpe – Von Gloeden, Beauty and Desire. Firenze, Museo Novecento, dal 23 Settembre 2023 al 6 Marzo 2024.
[^18]: Mapplethorpe, la ninfa fotografia. A cura di Germano Celant. Milano, Skira, 2014, pag. 87.
[^19]: Alberto Salvadori. Forma e intensità. In: Robert Mapplethorpe, a cura Denis Curti e Alberto Salvadori. Venezia. Marsilio editore, 2025. Pag. 8-11.
[^20]: Alberto Salvadori. Ibidem, pag. 9.













