Lost and Found. La fotografia di Francesco Giusti

Introduzione alla mostra “Lost and Found” di Francesco Giusti, presso lo Spazio Aperto San Fedele di Milano, a cura di Gigliola Foschi. Dal 29 settembre al 29 ottobre 2016.

A cura di Davide Tatti

001. Francesco Giusti. The rescue. 2015. Centro San Fedele. Foto allestimento

 

L’attività di Francesco Giusti viene presentata dall’agenzia fotografica Prospekt, con cui collabora, come fotografo documentarista, attento ai temi delle migrazioni e ai loro risvolti culturali. L’approccio alla fotografia da parte di Giusti non vuole seguire il canone del fotoreporter con l’enfasi sugli eventi tragici o pericolosi, ma preferisce definire gli ambiti di provenienza sociale dei soggetti e delle persone che ritrae, evitando un punto di osservazione aggressivo, frontale o dall’alto, ponendosi invece di fianco al soggetto per comprenderne le motivazioni. Questa prassi è coerente con un’altra sua attività: quella di socio fondatore e membro del consiglio direttivo, insieme a Silvia Orazi, dell’organizzazione non governativa Liveinslums, costituita nel 2008, che ha realizzato progetti umanitari di cooperazione a Nairobi, Il Cairo, Port-au-Prince e Bucarest.

Tra i progetti fotografici più conosciuti di Giusti ricordiamo “Sapologie“, una ricerca sui costumi e i comportamenti dei membri della SAPE, società di animatori e persone eleganti in Congo, che vinse il secondo premio nella sezione “arte e intrattenimento” del World Press Photo del 2010.

Di segno diverso sono i due progetti ora proposti presso lo Spazio Aperto San Fedele sotto il titolo “Lost and Found”, perduti e ritrovati, che hanno come tema i flussi dei migranti verso il primo approdo in Europa e poi verso i campi profughi. La mostra è realizzata in collaborazione con il Festival della Fotografia Etica di Lodi. La curatrice della mostra, Gigliola Foschi, nel suo testo di presentazione spiega come Francesco Giusti cerchi una via alternativa per raccontare l’esodo dei migranti, che è quella di rappresentare la loro identità attraverso il progetto fotografico. L’allestimento segue un percorso inverso alla cronologia: tra il novembre e dicembre del 2015 Giusti si trova nell’isola di Lesbos per fotografare i migranti, che da qui transitano verso la rotta balcanica per arrivare al nord Europa. Piuttosto che accalcarsi con gli altri fotografi sulla scena degli sbarchi, Giusti fa un’operazione di matrice più antropologica ed etnografica: raccoglie e sceglie, tra gli effetti personali perduti dai migranti nello sbarco, quegli oggetti che più li rappresentano come foto di famiglia, manoscritti e documenti personali. Questi oggetti rinvenuti, che sono il segno della memoria e della provenienza del migrante, vengono posti al centro di fondali che invece costituiscono la terra di approdo. Quello di Giusti è un atto artistico e politico che serve a far immedesimare l’osservatore nell’esistenza del migrante, piuttosto che conferirgli un ruolo di giudice che accetta o respinge lo straniero, perché la posizione di soggetto forte, padrone nel territorio, si può sempre capovolgere: chi ha subito o tollerato la presenza del povero e straniero, potrà essere, per necessità future, straniero egli stesso in cerca di nuova dimora e nuove risorse.

Prosegue e chiude il percorso il progetto “In case of lost”: tra febbraio e ottobre del 2011 durante la guerra civile in Libia, migliaia di lavoratori provenienti da vari paesi asiatici, in particolare dal Bangladesh, fuggono dalle imprese edili, per riversarsi nei campi profughi al confine tra Tunisia e Libia. Francesco Giusti oltre a eseguire dei pacati ritratti dei migranti, non presenti in mostra, sceglie in particolare di riprendere i loro bagagli, tutti provvisti di una foto di riconoscimento, utile per individuarne più facilmente il proprietario in caso di smarrimento.

Davide Tatti è nato in Sardegna dove ha lavorato come graphic designer. Dal 1999 a Milano si è occupato di grafica editoriale, dal 2007 si interessa di fotografia per la documentazione.

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