LA GUERRA PERSONALE DEI VINCITORI

Introduzione alla mostra “War is personal” di Eugene Richards
in esposizione dall’ 8 giugno al 15 luglio alla 10b Photography Gallery di Roma.
Recensione a cura di Giovanni De Leo

“I fotografi sono i più avventurosi tra i giornalisti. A differenza di un reporter, che può mettere insieme una storia mantenendo una certa distanza, il fotografo deve essere sul luogo dove si svolge l’azione, qualsiasi pericolo o disagio comporti”
John G. Morris.

Eugene Richards nasce nel 1944 a Dorchester, Massachusetts. Dopo gli studi di letteratura e giornalismo apprende la fotografia da Minor White. I suoi lavori sono sempre caratterizzati da una forte impronta sociale e personale. Nel 2006, vista l’indifferenza generale riguardo il conflitto iracheno, comincia la sua guerra personale viaggiando per gli Stati Uniti alla ricerca dei reduci, delle loro famiglie e delle loro storie per arrivare a realizzare il suo ultimo lavoro: War is Personal. Le foto di Eugene Richards sono immagini forti. Lo sono per le tematiche affrontate, per le situazioni rappresentate, per la scelta intima dell’autore di non ostentare giudizi, lasciando il fruitore libero di elaborare una propria opinione. Non è necessario essere in prima linea per descrivere la guerra, basta cercare i reduci, chi ritorna. Tutti ritornano, morti o menomati nel fisico e nella psiche, e Richards ci mostra come i conflitti bellici siano una questione personale anche per chi è costretto a viverli in modo indiretto. C’è amore nelle foto di Richards: negli occhi chiusi del sergente Princess C. Samuels, che addormentata in un sonno eterno, appare in tutta la sua delicata fragilità, in contrasto con la maestosa bandiera che la ricopre, quasi un rimando all’America provinciale di Robert Frank; nella gioia di una bimba che guarda un padre che non potrà forse più accarezzarla, ma che è presente, e grazie all’infortunio può stare a casa e giocare con lei; nel saluto di chi deve ripartire e non si ritrova più in una famiglia lontana dal proprio quotidiano, da troppo tempo abbandonata, e che “se mi amassi non partiresti”; nel dolore di un padre che non sa darsi pace perché non ha evitato al figlio una morte inutile; nel prodigarsi dei genitori ad assistere giovani figli infermi; nel vagare dei famigliari tra le croci dei reduci, che se gli chiedi come stanno ti rispondono che va tutto bene, stanno solo cercando una persona “questo è tutto”.

Giovanni de Leo
“….scocca sempre la tua freccia, vedrai che prima o poi arrivera’ al bersaglio”.
Nasco e vivo a Firenze, sono un fotografo anche se il mio mestiere e’ ben altro, mi piace scoprire il segreto senso delle cose e la verita’, anche se puo’ far male, e cerco di condividere e dialogare con le persone senza preconcetti, collaboro con l’associazione Deaphoto e con la rivista Clic-he.

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