La fotografia sociale di Ri-scatti

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Di Davide Tatti

La formula operativa dell’associazione Ri-scatti, guidata da Federica Balestrieri dal 2013, è quella di capovolgere il ruolo del fotografo: invece di realizzare una narrazione da un punto di vista esterno, su persone che hanno una condizione sociale svantaggiata, i soggetti del racconto diventano i fotografi durante dei corsi gratuiti di fotografia, allo scopo di raccontare in prima persona la propria esperienza. La fotografia viene proposta come veicolo di autodeterminazione e un tentativo di riscatto socialeAl materiale realizzato durante questi corsi viene data visibilità pubblica con una mostra fotografica allestita presso il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano (PAC). In quest’ultimo progetto, avviato nel 2019 intitolato “per le strade mercenarie del sesso”, la scelta dei soggetti per la campagna di sensibilizzazione e sostegno è ricaduta su donne e ragazze, che sono obbligate alla prostituzione nel hinterland Milanese.

Da dove provengono queste donne? Il loro reclutamento nella maggior parte dei casi avviene all’estero in paesi come la Nigeria, l’Albania e nei gruppi Rom, attraverso figure maschili o femminili strettamente legate al contesto sociale da cui provengono. Oggetto di una catena particolare di sfruttamento sono le persone transgender, spesso provenienti dal Brasile, vengono arruolate con le ingenti richieste di pagamento del viaggio, del vitto e alloggio, dell’affitto del marciapiede, il costo dell’intervento chirurgico per modificare il sesso. Sono obbligate a contrarre un debito che difficilmente riusciranno a pagare, il tutto sotto il controllo diretto anche di altri transgender passati dalla parte degli sfruttatori.

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Il fotografo Amedeo Novelli, insieme agli operatori sociali e alla supervisione del Diego Sileo (curatore e conservatore del PAC), si sono resi partecipi della dura realtà quotidiana in cui sono immerse queste donne, tenendo i corsi di fotografia per tre mesi in un camper, che ha sostato nei pressi delle aree usate per la prostituzione. L’attività di sostegno alle donne prostituite viene svolta, con la collaborazione dell’associazione Lule, che si occupa di integrazione sociale, e di Traffic Light che opera direttamente nelle strade.

Dal lavoro sul campo e dalla produzione delle fotografie è scaturita una mostra, che è stata visibile da 16 al 25 ottobre 2020, e un catalogo stampato da Silvana Editoriale senza distribuzione commerciale, che meriterebbe invece di essere disponibile nelle librerie. Sia l’allestimento della mostra che l’impaginazione del catalogo mettono a fuoco il punto di vista, che ogni donna elaborato con la fotografia, sul reale contesto urbano e abitativo. I dettagli che identificano la persona restano invece simbolici, capovolgendo la visione voyeuristica sulla prostituzione adoperata frequentemente dagli standard cinematografici. L’attenzione viene posta sull’esperienza nuda nella strada, documentata da immagini che ricostruiscono uno spazio in prevalenza vuoto, anonimo e straniante. Questo smarrimento viene compensato dalla ricostruzione della propria identità in ambito privato: come avviene con i gesti di cura del corpo e l’alimentazione. Gli oggetti personali, come i cosmetici, i cibi appena cotti, o una bibbia nell’edizione di Ginevra, sono simboli di gesti compiuti per riappropriarsi dell’ integrità materiale e psicologica. Le fotografie scattate in ambienti privati, che costituiscono un corpus autonomo del progetto, individuano oggetti nitidi e immediatamente riconoscibili, in contrapposizione alla nebulosità della strada.

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Nella storia recente delle esposizioni al PAC, l’analisi e divulgazione di temi inerenti alla violenza di genere sono affrontati con ricorrenza, in particolare nella mostra “estoy viva” di Regina Cosè Galindo del 2014, che adopera il linguaggio della performance, per fare leva sulla privazione dei diritti e della libertà individuale. Successivamente nel 2018 nella mostra di Teresa Margolles, che con un stile di crudo realismo fotografico affronta i temi dell’ingiustizia sociale, della corruzione, e dello sfruttamento in base al genere sessuale.

Nel testo che Diego Sileo ha inserito nel catalogo di questa mostra sulle donne prostituite, si definisce la strada dove loro lavorano come un sotto sistema di potere, in cui valgono solo le leggi della violenza dettate appositamente per questo ambiente dagli sfruttatori o da gruppi malavitosi, che organizzano la tratta delle donne, costringendole a una condizione di effettiva schiavitù, che può indurle a percepire la prostituzione come un atto di futura emancipazione:

“Un mondo emarginato e spietato, una realtà brutale e devastante fatta di donne che hanno subito così tanto e in modo così inevitabilmente coraggioso da essere arrivate al punto di pensare che ciò che sono costrette a fare sia l’unico modo per non arrendersi, per sopravvivere.” Il sostegno offerto dalle associazioni a queste donne serve invece a far emergere in loro stesse la consapevolezza che la condizione di degrado da loro vissuta può essere denunciata e superata.

Se da una parte la responsabilità della prostituzione coatta è condivisa dagli sfruttatori e dai clienti, come indicato da Sileo nel suo catalogo. Dall’altra parte però si può aggiungere che la mercificazione del corpo e della sessualità, fenomeno consolidato durante gli ultimi trent’anni sia nella produzione industriale che nelle tecnologie di comunicazione sociale, possono indurre all’indifferenza, nel percepire la disperazione delle donne, che alla vendita del proprio corpo sono costrette per povertà e da un sistema di racket.

 

DAVIDE TATTI  – Nato in  Sardegna, ha completato la formazione a Milano. A partire dal disegno industriale, si è indirizzato verso la grafica editoriale e fotografia, preferendo progetti di ambito culturale.

 

Per le strade mercenarie del sesso. Allestimento mostra. Foto di Davide Tatti Ri-scatti. Per lestrade mercenarie del sesso. Catalogo. Fotografia di Davide Tatti

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