Io è un altro

Riflessioni sulla mostra “Francis Bacon. Un viaggio nei mille volti dell’uomo moderno”

Treviso, Casa dei Carraresi, 15 ottobre 2016- 1 maggio 2017

Silvia Moretta

La mostra di Francis Bacon a Treviso ha un che di sacrale. Grandi sale cadenzate da ritratti, autoritratti, dalla serie dei papi e delle Crocifissioni, gallerie di immagini che si incastrano nella mente come fossero pale d’altare, icone laiche dotate di una potenza visiva che forse solo la pittura sacra ha potuto raggiungere.

Nello scenario della Casa de Carraresi, con le ultime sale “dei Brittoni” dove gli affreschi tre e quattocenteschi dialogano con i volti urlanti di Bacon, la mostra si percorre con una climax ascendente.

Non è solo la mostra di uno dei maggiori pittori del Novecento, è il pensiero del Novecento, è pensiero sull’uomo del Novecento, che si va ad incastonare tra un’opera e l’altra. Accompagnano le opere citazioni dei più grandi pensatori del XX secolo: Pirandello, Nietzsche – di cui era appassionato lettore – Quasimodo, Freud, Kafka. Ci sono anche i modelli di Bacon: Velasquez (nella copia di Pietro Neri Martire, Ritratto di Innocenzo X) e Cimabue, Rembrandt, Michelangelo; e alcuni artisti contenmporanei (Emilio Vedova, Carlo Pizzi, Gabriele Giardini, Franco Asco, Roberto Ferri, per citarne alcuni)

Bacon era, come molti pittori inglesi, un autodidatta, che voleva da solo scoprire la sua tecnica:

Non dipingo illustrazioni della realtà, ma creo immagini che sono un concentrato di realtà e sensazioni”. Nato nel 1909 a Dublino da genitori inglesi, la sua omossessualità, vissuta in un periodo storico in cui l’omosessualità era fortemente osteggiata, gli costò innanzitutto il rifiuto del padre, già capitano della fanteria leggera dell’esercito britannico, poi allevatore di cavalli, uomo violento e autoritario. Bacon si fece presto amante dei circoli bohèmien di Londra, del gioco d’azzardo, era un grande bevitore, amava “mantenere intorno a sé un’aura di superiorità carismatica”2. Lavorava in uno studio dominato dal caos, perché “il caos genera in me delle idee” e per sfruttare ogni briciola di verità, usava la polvere accumulata e impastata nel colore. Morì nel 1992, solo, per un attacco di cuore, a Madrid, dove era andato ad incontrare il suo “amante spagnolo” e da dove chiamò, invano, Cristiano Lovatelli Ravarino.

Penso che l’arte sia un’ ossessione per la vita e, dato che siamo esseri umani, la nostra più grande ossessione è quella per noi stessi. Secondariamente ci sono gli animali, poi i paesaggi”

Ciò che trovava più interessante era ritrarre l’essere umano, innanzitutto se stesso, l’uomo che conosceva meglio, di cui detestava il volto, ma a cui non poteva sottrarsi. Ed è proprio nel volto che concentra la sua intensità espressiva con una straordinaria velocità del gesto, quasi una ferocia. Usava strumenti geometrici per la definizione degli occhi e del corpo, che sottoponeva a una deformazione dei tratti, pur non perdendo mai la riconoscibilità del soggetto. È sorprendente quanto egli sia stato capace di distorcere la realtà pur tenendo vivo il vero che vi si cela. I tratti visibili sono una sorta di linguaggio comune, una concentrazione assoluta di idee e di immagini. Dipingeva solo persone che conosceva bene, se stesso e gli amici soprattutto, o coloro che incontrava nei bar. Non li ritraeva dal vivo, e spesso si serviva della loro fotografia. Era affascinato dalle istantanee che ritraevano gli animali, e i suoi dipinti provocano nell’osservatore lo stesso impatto dell’immagine di un animale selvaggio che ha appena catturato la preda. Nei ritratti di Bacon si cela dunque l’interesse per la fotografia, in particolare per gli studi di Muydridge sul movimento del corpo umano e degli animali. Muybridge gli interessava non solo per aver fissato il movimento fotogramma per fotogramma, ma anche perchè fotografava persone deformi, che avevano una deformità che Bacon riteneva interessante già di per sé. La deformazione dei corpi e dei volti di Bacon sono il raggiungimento più alto della sua opera, la sua sublime grandezza. I suoi volti sono aperti in uno squarcio: a guardarli, la mente è “fiammata di terse visioni”3, come nell’assistere alle tragedie di Eschilo, una delle ossessioni di Bacon, che amava molto, perchè evocava “immagini eccitanti”e per l’insieme della violenza che metteva in luce nelle tragedie. Ugualmente Bacon rappresenta in pittura il corpo umano “tragicizzato”, non dipingeva carne viva, ma carne macellata: “il semplice fatto di essere nato è cosa di estrema ferocia”; “siamo potenziali carcasse”. L’uomo e l’animale: in Bacon si compie una sorta di tauromachia. I volti deformati e in inquietante movimento non solo appaiono come delle teste di animale, ma anche la figura più isolata è già in sé una figura accoppiata, è l’uomo affiancato dal suo animale, sono corpi deformi che si contorcono sotto inquietanti strutture cubiche o in bilico su strani piedistalli, in procinto di alzarsi. Come nella serie dei ritratti ispirati a Michelangelo, colui che per Bacon più d’ogni altro ha reso la voluttuosità dei corpi maschili, figure inghiottite nel nero, stagliate su uniformi fondi squillanti di colore (nei collage). E poi, le bocche. Bacon era ossessionato dalle bocche. Nella storica intervista-documentario di David Hinton (1985) affermò di aver tentato di ritrarre nella bocca il paesaggio di Monet ma di non esservi riuscito. Studiò le malattie della bocca e rimase impressionato dalla bocca della bambina urlante ne “La corazzata Potëmkin” di Ejzenštejn. Verrebbe immediato il riferimento all’ “Urlo” di Munch, al terrore cieco dell’urlo infinito che pervade la natura, ma piuttosto si avvicina alla “Strage degli innocenti” di Nicolas Poussin. Bocche enormi, caverne inquietanti, sproporzionate, urlanti. Le bocche per Bacon sono fatte di “colori magnifici tra la lingua e i denti”, dei colori delle opere di Turner, e anche in questo caso, manifestava una latente inquietudine nel non riuscire a realizzare quanto avrebbe voluto. “Ma le sue bocche sono tutte nere!” disse l’intervistatore, “non ci sono riuscito” (a rendere il colore), rispose Bacon.

Le bocche, grandiose, nella serie dei papi. Bacon porta alle esrteme conseguenze il concetto stesso dell’ossessione e della ripetitività: “In realtà, all’interno di una serie un dipinto si riflette continuamente sull’altro e talvolta sono migliori in serie che separati, perchè, purtroppo, non sono ancora mai riuscito a realizzare quell’immagine che riassume tutte le altre”. Era ossessionato dalle riproduzioni fotografiche di “quel” Velasquez, dal “suo” Papa Innocenzo X: ne realizzò 25 versioni tra il 1949 e il 1956. Tornano alla mente le parole dello scrittore surrealista Michel Leiris: “intensamente viventi, i personaggi di Bacon lasciano a volte vedere i propri denti, pezzetti di scheletro, stalattiti e stalagmiti rocciose che spuntano davanti alla caverna della bocca… perché, per conoscerla meglio e gustarne tutte le bellezze, non si potrebbe esplorare la vita con accanimento senza arrivare a mettere a nudo – almeno a sprazzi – l’orrore che si nasconde dietro i paludamenti a più sontuosi”. Il modello è l’Innocenzo X, ma i tratti, il volto con gli occhiali, sembrano appartenere Pio XII, deformato da un urlo di terrore, con un corpo quasi evanescente, precario, le mani giunte, o alzete al cielo, con il trono papale che in alcune versioni sembra quasi una sedia elettrica, a volte pare comme innalzato su un podio “dal quale la grandezza di questa immagine può essere presentata al mondo”

Come “per quanto riguarda i Papi la religione non c’entra assolutamente” così anche per la serie delle Crocifissioni il modello, ora Cimabue, ora Grunewald Ishnheim, ora la Crocifissione di Berna, è letta, dall’uomo ateo Bacon, essenzialmente come un’immagine eccitante, che lo ispira. Da sempre colpito dalle immagini dei mattatoi e dalla carne, egli vi scorge un profondo collegamento con la Crocifissione: è l’odore della morte che lo attrae. “Per me, non credente, è solo un atto del comportamento umano, un modo di conportarsi nei confronti di un altro”. La Crocifissione, reiterata in molteplici versioni, è letta sempre da un unico punto di vista, dall’alto verso il basso, e il corpo è come un verme inqiueto, in procinto di scivolare verso il basso. Il nascere è come il morire, è la violenza della vita, l’uomo crocifisso è la morte stessa, che non ha vera spiegazione né possibilità di pentimento.

Oh non può averne fatti così tanti!”

Bacon per tutto il corso della sua vita ha asserito di non realizzare disegni preparatori sulle tele, ma di procedere direttamente con il colore: “I don’t draw” (io non disegno) “preferisco attaccare immediatamente la tela con i colori”. È da questa sua affermazione che nasce il suo inganno, chiaramente svelato e definitivamente risolto nella mostra. I disegni la cui autenticità è stata messa in dubbio, donati a Cristiano Lovatelli Ravarino, “l’astronauta che ha avuto il voraginoso onore di esser stato l’unico ad allunare su un pianeta umano sconosciuto e denso d’insidie come il papà dei Papi Urlanti (e tornarne)”4. Nella mostra ci si trova alla presenza di un importante numero di disegni5. Donati a Cristiano Lovatelli Ravarino (per i quali venne accusato di falsificazione) appartengono alla “vita creativa segreta” di Bacon: mai pensati per essere venduti, realizzati negli ultimi anni 80, sono un atto di ribellione, una “resistenza” alla Marlborough Gallery, che gestiva gli affari di Bacon, e una riconoscenza per l’affetto ricevuto da Cristiano, incontrato a Roma, in occasione dell’addio di Balthus a Villa Medici, di cui era direttore.

2Edward Lucie Smith, Francis Bacon: ha mai disegnato? in Francis Bacon. Un viaggio nei mille volti dell’uomo moderno, catalogo della mostra, 2016, p. 17.

3Eschilo, Eumenidi

4Cristiano Lovatelli Rovarino, Francis Bacon alla roulette sbancava anche la morte, in Francis Bacon. Un viaggio nei mille volti dell’uomo moderno, catalogo della mostra, 2016, p. 23

5La vicenda è ben ricostruita da Edward Lucie Smith, curatore della mostra “La punta dell’iceberg” per la Biennale di Venezia del 2009, Palazzo Ca’ Zenobio degli Armeni.

Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.

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