INTERVISTA CON MARCO GUALAZZINI, VINCITORE DEL GETTY IMAGES GRANTS FOR EDITORIAL 2013

Introduzione al progetto fotografico “M23- Kivu: a region under siege”
di Marco Gualazzini
Recensione e intervista a cura di Alberto Ianiro

Il 6 settembre una giuria composta da importanti photoeditor e redattori ha nominato i 5 vincitori del Grants for Editorial Photography 2013 di Getty Images. La notizia è senz’altro che al fianco di altisonanti nomi quali Eugene Richards, spicca il nome dell’italiano Marco Gualazzini, che si è aggiudicato il prestigioso riconoscimento con un reportage in Congo, dove la forza militare M23 in pochissimo tempo ha assunto il controllo del nord del Kivu, dove si contano più di 700.000 rifugiati in seguito agli scontri. Getty Images, leader mondiale nella distribuzione di immagini, dal 2005 consolida il proprio impegno nel fotogiornalismo attraverso questo contest, evento fondamentale per focalizzare l’attenzione sulle problematiche rilevanti e sui fatti che accadono nel mondo.
Marco Gualazzini ha risposto ad alcune domande.

 

Hai deciso di tornare in Kivu dove eri già stato nel 2009.
Ho deciso di tornare perché ho là dei legami affettivi, missionari ai quali sono profondamente legato. Oltretutto quando mi avvicinai al fotogiornalismo, i fotografi che più mi hanno ispirato, come Nachtwey o Gilles Peress, stavano lavorando proprio a Goma. Le foto di quel periodo sono scioccanti, e visto che furono proprio quelle che mi fecero avvicinare a questo mestiere, sento di avere un obbligo morale nei confronti del Congo.

Hai avuto un assignment o sei andato di tua iniziativa? Quanto tempo ci sei stato?

Fu un progetto autofinanziato. Un mese ad ottobre. Poi tornai in Italia, e gli M23 dopo un paio di settimane che ero a casa conquistarono Goma. Decisi di tornare, sentivo che, eticamente, non potevo abbandonare le persone che mi avevano aiutato.

Cosa significa per te la vittoria di questo premio?
Faccio tutt’ora fatica a realizzare che io, Mr. nessuno, lo abbia vinto. Poi però, mi rendo conto che il grant non è per alimentare il mio ego di fotografo, ma mi è concesso perché io possa essere un ponte tra voi e loro.
Cosa consiglieresti a chi volesse seguire le tue orme?

Non mi sento di assumermi la responsabilità per dare questo tipo di consiglio; io per primo sto ancora cercando di capire come andare avanti. Ci sono grandi fotografi che credo abbiano più autorialità per parlare di questo.

Come si trova la storia “giusta”?

Per quello che mi riguarda, le storie che ho seguito, scoperto, sviluppato, sono sempre state dettate dall’istinto, e da una personale curiosità.

Gli smartphone, oggi, sono in grado di produrre immagini di qualità sufficiente per applicazioni commerciali e molti fotografi professionisti sono sempre più propensi ad utilizzarli, anche nel reportage. Come si sta evolvendo la fotografia di reportage?

Io tento di portare avanti una tradizione di un fotogiornalismo “classico”, ma ci sono ottimi professionisti che invece ci riescono come Michael Christopher Brown. Sa scavare nelle storie, e si espone in prima persona. Che differenza c’è, se usa un iPhone, una Nikon digitale, una Leica a pellicola?

Alberto Ianiro
Esperto di informatica e dati vivo e lavoro a Firenze, dove mi sono trasferito nel 1993. Mi avvicino alla fotografia di reportage, ritratto e di documentazione del territorio. Con Deaphoto partecipo a diverse attività espositive, nel 2010 entro nello staff e seguo gli allevi nei corsi di progettazione fotografica. Dal 2011 al 2013 caporedattore dell’area tematica di Clic.hé. www.albertoianiro.it

 

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