INTERVISTA A VITTORE BUZZI

Dalla Rubrica Interview – Quattro chiacchiere con i fotografi
a cura di Alberto Ianiro
Le foto sono tratte da: “La ruta de la basura” 2013 Messico

Vittore è un fotogiornalista italiano, eclettico e molto produttivo. Ha studiato alla Bocconi e fotografia alla Bauer di Milano. Alterna l’attività di fotografo di matrimoni e docente a quella di reportagista, per cui ha girato in lungo ed in largo tutto il mondo, spaziando dall’India al Messico, dalla Mongolia all’Italia, dall’Etiopia al Mali. Racconta sempre con molta empatia, cercando il rapporto con la gente, immergendosi nella vita dei luoghi. Come amo dire in certe occasioni, quando entro in sintonia con le immagini, le foto devono “puzzare” di vita, le devi sentire, odorare, mangiare con gli occhi. Ti devi far trascinare con loro in quelle vicende. Buzzi ha vinto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui ricordiamo il terzo posto nell’ultima edizione del World Press Photo nella categoria sport con il reportage THUT TI GYM.

Quando hai iniziato la tua carriera di fotografo professionista? Perché questa scelta e chi o cosa l’ha influenzata maggiormente?
Ho iniziato nel 1997. Mi è sempre piaciuto raccontare storie sia scrivendo che fotografando, era una scusa per continuare a mantenere intatto uno stupore e una fiducia nei confronti dell’altro.

I premi, come ad esempio il World Press Photo che ti ha visto protagonista nel 2013, che significato hanno nella carriera di un fotogiornalista?
I premi sono delle conferme, dei riconoscimenti per quanto di buono provi a fare. Sono le ciliegine sopra la torta della tua carriera.

Non ti sembra che oggi ci sia un certo accanimento nella postproduzione, quasi a livello di omologazione? Che ne pensi al riguardo?
Postproduco in maniera pesante per raggiungere l’immagine e le sensazioni che ho in testa. Postproduco personalmente e secondo criteri miei ma non vado a toccare la struttura dell’immagine (non clono e non deformo) ma scurisco e schiarisco in maniera molto disinibita come ho sempre fatto in camera oscura. Penso che la postproduzione abbia un senso se è in linea con la storia che racconti, se è serenamente dichiarata e non va a stravolgere i fatti. Ho una posizione molto lasca non faccio cronaca e per me la fotografia è un modo per trasmettere sensazioni e un punto di vista personale. Azzardo una riflessione un po’ più profonda e provocatoria: la fotografia non è realtà… Questo è l’inganno più grande… La fotografia è un modo per immaginare la realtà… Fotografare è un atto di potere sul reale che  permette di modificarlo attraverso le regole della fotografia stessa, regole che stanno mutando…

Sei un precursore del piccolo formato, dell’attrezzatura minimal. Ti muovi da solo?
Mi muovo da solo con 1 fixer che spesso è un giornalista, un fotografo o un regista; essere leggero per me è una esigenza ma è anche il mio modo di fotografare, di dare un punto di vista diverso, da bambino appunto. Ho macchine così piccole che dopo poco tutti si dimenticano di me e le posso mettere al centro dell’azione.

Il linguaggio del corpo e della fisicità è un argomento che vedo spesso nelle tue immagini. Ce ne vuoi parlare?
Devo poter toccare le persone che fotografo e loro devono poter toccare me, così che se non vogliono possono allontanarmi. C’è uno scambio molto forte fra me e i miei soggetti, un’apertura reciproca, mi piace trascinare lo spettatore all’interno della scena in modo da coinvolgerlo, da colpirlo in modo che non possa rimanere indifferente.

Sei un reporter molto impegnato anche nel settore wedding e della formazione. Come concili queste attività?
La mia è un’esigenza, senza i Corsi e senza il Wedding non potrei mantenermi. Però i matrimoni per me sono bellissimi, adoro raccontare storie positive, lavorare per persone che si fidano di me, mentre insegnare mi permette di imparare dai giovani di rimanere attento.

Al giorno d’oggi il fotografo, in particolare il fotoreporter, è un mestiere per soli ricchi?
No, non è un mestiere per soli ricchi; è un mestiere per persone empatiche che hanno però ben chiaro come finanziarsi… Per arrivare a certi livelli devi “sentire”, devi bruciare nel vento della vita e avere o non avere soldi conta ben poco… Se pensi però di mantenerti facendo solo il fotoreporter, beh, non sarà facile.

Che ne pensi dei giovani reporter?
Sono giovani, sono bravi, sono spericolati, alcuni hanno anche una grande umanità e cultura. Fra questi ci sono gli sciocchi ma io sono stato fortunato e non li ho mai incontrati. Mi piace vedere cosa tirano fuori, mi piace vedere la loro spontaneità e la loro energia.

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