INTERVISTA A MASSIMO SIRAGUSA

Dalla rubrica Interview – Quattro chiacchiere con i fotografi
a cura di Alberto Ianiro

Siciliano classe 1958, Massimo Siragusa è un fotografo di spicco nel panorama internazionale che ha sempre rivelato, al contrario di molti suoi colleghi, particolare attenzione al territorio nazionale. Si occupa prevalentamente di fotografia di paesaggio e di documentazione, sull’orma visibile di riferimenti culturali come Luigi Ghirri e la Scuola di Dusseldorf. E’ stato un importante ed affermato reporter, nonchè fotografo di Papa Wojtyła. In uno dei suoi ultimi ed apprezzati lavori, Teatro d’ Italia, realizzato in 8 anni, vengono ritratte col suo taglio inconfondibile le principali piazze italiane. Si dedica anche all’insegnamento in workshop.

Spesso alcuni fotografi vengono accusati di essere troppo esterofili, tu invece appari l’esatto contrario. Mi vuoi parlare della tua attenzione ai temi nazionali?
Io credo che l’Italia offra moltissime opportunità per un fotografo. Per la sua bellezza, per le enormi differenze presenti sul suo territorio e per le sue contraddizioni. Io, inoltre, mi trovo a mio agio quando lavoro su temi che conosco a fondo e che posso costruire nel tempo. Tutte condizioni che si realizzano meglio lavorando su temi italiani. Anche se, ogni tanto, la luce francese mi rapisce…

Dalla Leica al grande formato. Cosa scatta nella mente di un fotografo e come cambia la percezione?
Ho scelto di fare il fotografo per curiosità verso il mondo, ma anche per esprimermi. È inevitabile che la mia evoluzione personale, il tempo che passa e le vicende belle e brutte della vita abbiano determinato un cambiamento anche nel  modo di intendere il mio stesso rapporto con la fotografia e il modo di vedere e di raccontare. Oggi sono più riflessivo e mi interessa molto cercare e leggere i segni che l’uomo lascia sul territorio.

Tanti lavori su sacro e profano, alcuni in cui la figura umana non è mai visibile: i luoghi, i simboli, possono raccontare quanto i volti?
Io credo che, alle volte, i luoghi sappiano essere anche molto più espressivi e profondi dei volti. E poi considero le mie foto d’interni (le case disagiate o l’ultimo lavoro sui circoli appena esposto a Roma) come dei veri e propri ritratti.

Che ne pensi dell’avvento del multimedia che ultimamente si affianca alle fotografie pure?
Mi incuriosisce e credo offra varie opportunità. Io stesso ho fatto, e sto ancora facendo, molte cose diverse con il time-lapse e con il video.

Teatro d’Italia. Ghirri, i documentaristi statunitensi, la letteratura… cosa ti ha influenzato di più?
Tutto! Ma, forse, soprattutto la letteratura. Dietro ogni foto c’è una pagina di un libro.

Oggi è molto difficile vivere di fotografia professionale. Cosa insegni nei tuoi workshop ai giovani fotografi e come li consigli?
Insegno ad essere curiosi verso la vita, a sapersi documentare, a non accontentarsi mai dei risultati raggiunti. Se un ragazzo ama davvero questo lavoro, ed ha talento, l’unico consiglio che posso dargli è di non mollare e di credere in quello che fa.

Ti chiedo un’ultima curiosità sull'”arte da indossare”, cui hai prestato le tue immagini.
È stato un gioco. Un produttore di moda ha pensato di realizzare delle T-shirt numerate e firmate con delle foto mie e di altri fotografi, e mi è sembrata una buona idea. un modo divertente di vivere la fotografia, piuttosto che di guardarla soltanto. E poi, mi pare che il risultato sia proprio carino, non credi?


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