INTERVISTA A FRANCESCO CITO

Dalla Rubrica Interview – Quattro chiacchiere con i fotografi
a cura di Alberto Ianiro

Provo una certa emozione nel presentare Francesco Cito, un nome che è una leggenda del reportage internazionale. E’ anche una persona semplice e straordinariamente dedita al suo lavoro. Cito ha fotografato il dramma dell’Afganisthan con sapienza, ha esplorato il Libano, l’Arabia Saudita e l’amata Napoli, città natale, fino al dolore del coma, indagato con attenzione e rispetto. Ha lavorato per il Sunday Times, per Stern, Life, Epoca, Repubblica e tante altre, proponendo la drammaticità di tante storie ma anche la leggerezza dei matrimoni napoletani e la tensione del Palio di Siena (questi ultimi gli valgono due World Press Photo). Ora, oltre alle ricerche personali si dedica anche ai workshop, con cui insegna a guardare e a guidare lo scatto con la testa. Cheapau Francesco!

Scianna ti apostrofa come uno dei migliori fotogiornalisti italiani. Che ne pensi?
Scianna è stato molto carino nel suo ritenermi fra i migliori fotogiornalisti italiani, io sinceramente non saprei se definirmi tale, sarei un presuntuoso se lo pensassi. Quando mi rapporto a una storia cerco di farlo al meglio, apprezzando ciò che fu detto da uno dei direttori di Epoca, Carlo Rognoni, il quale asserì: “Cito è uno che trova la merda anche dove non c’è” a seguito di un reportage fatto su Milano, in cui dovevo raccontare di un Bronx visivamente inesistente. Era il quartiere Lorenteggio.

Dal coma alla guerra fino ai matrimoni napoletani: da cosa deriva tanto eclettismo e come lo gestisci?
Eclettismo? Forse, ma non provo a gestirlo, affronto gli argomenti con cui mi rapporto, così come ritengo debbano essere raccontati. Sono, per me, comunque aspetti del genere umano, e io ho quasi sempre raccontato l’uomo.

World Press Photo. Dopo tanti lavori sui conflitti lo hai vinto con dei reportage differenti e meno di attualità, come quello sul Palio di Siena. E’ singolare. come te lo spieghi?
Il World Press Photo l’ho sempre considerato un incidente di percorso, sono incognite che sfuggono alle regole, bisognerebbe starci dentro per capire certe loro scelte e  chiedere a loro per quale motivo io sia stato premiato con soggetti “diversi” , mentre quelli che, non solo a mio parere valevano almeno un riconoscimento, non sono stati manco presi in considerazione.

Estetica, coraggio, ricerca… Se fossi un giurato di un qualsiasi concorso di fotogiornalismo cosa premieresti in particolare e perché?
Estetica, coraggio, ricerca…? Se fossi un giurato premierei le foto, ciò che esprimono. A che serve il coraggio se poi il risultato è banale?

I workshop. Ormai ce ne sono ovunque e di tutti i gusti: i fotografi cercano così altre forme di sostentamento o davvero servono a qualcosa? Cosa insegni in particolare in quelli che tieni tu?
I workshop? Io ho imparato da solo, non ne ho mai frequentati, ne tantomeno una scuola. Oggi ce ne sono anche troppi. Quando ne sono partecipe, cerco di insegnare a guardare, e far capire che una foto nasce in testa e non in una scatola con un pulsante che fa click.

Come hai vissuto il passaggio analogico-digitale, gioia e dolore di molti fotografi?
Il passaggio dall’analogico al digitale non l’ho ancora assimilato, continuo quando posso ad usare la pellicola (solo nel B/N) ma non ne faccio un dramma, l’evoluzione è sempre esistita. Quando ho iniziato io esistevano già le reflex: in confronto al periodo in cui si doveva preparare la lastra, beh è paragonabile al passaggio al digitale!

18 e 300 mm: davvero usi solo queste due lenti, la prima in particolare? Come questa scelta influenza il tuo stile?
Il 18 è la mia ottica fissa, credo che con questo obiettivo realizzo più dell’ 80% delle mie foto, il 300 solo in casi particolari, ma anche il 50, o il 35 quando capita. L’uso del 18 mm credo sia dovuto soprattutto alla mia necessità di capire, di guardare, e per farlo devo stare dentro a ciò che accade. A distanza perderei tutte le sfumature, anche se forse realizzerei una foto più pulita e meno carica di tanti elementi che, a volte, confondono lo sguardo di chi osserva. Ma è stata una mia esigenza di sempre: quando ho iniziato sulla fotocamera avevo già montato il 24 mm!


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