IN SILENZIO RESTA. L’OPERA DI MARIANO MORONI SUL TERREMOTO DELL’AQUILA.

Introduzione all’esposizione della grande tela “6 aprile” di Mariano Moroni
Sala consiliare dell’ex Municipio di Santo Stefano di Sessanio, piazza Municipio (AQ)
30 aprile – 30 maggio 2016 
visitabile dal giovedì alla domenica, orario 10 – 19

Recensione a cura di Silvia Moretta

Nello straordinario contesto di Santo Stefano di Sessanio (Aq) è esposta, in posizione isolata, la grande tela “6 aprile” di Mariano Moroni. Una monumentale opera che come una sorta di maestosa pellicola fotografica ha impresso su di se’ le suggestioni ricevute dall’artista dal violento terremoto che il 6 aprile 2009 ha scosso la terra aquilana.

Una lunga tela, come lungo è stato percepito il terremoto, che lo sguardo attraversa orizzontalmente, senza direzione obbligata, attivando un processo attivo e selettivo. Oggetti noti, di memoria immediata, reminiscenze, materia pittorica che conduce all’immateriale, o che riveste altra materia, un paesaggio della mente, la deposizione muta di oggetti del vissuto quotidiano che ormai non servono più, a nessuno.

L’arte di Moroni muove dal sensibile. L’opera si impone per il forte impatto cromatico dato dai bruni e dai marroni, per le pennellate di vernice striata che lasciano intravedere passaggi chiaroscurati, come dei raggi che modulano la raffinata monocromia del fondo, senza che la luce ne venga definita volumetricamente. In piena coerenza con i “Fantapaesaggi” e con “Le cose oltre le cose”, l’opera di Moroni parla “..di perdite, di smarrimenti, di distruzioni, ma niente nella composizione conduce verso la disperazione, l’angoscia o l’afflizione. Il dramma è quasi cantato, attraversato con malinconica rilassatezza..” (Maurizio Sciaccalunga).

Assente silenzioso è l’uomo, rievocato nei suoi oggetti, toccati, usati, raccolti in anni di lavoro e improvvisamente catapultati ammassati sui pavimenti tremanti, infine abbandonati. Moroni, come un platonico Demiurgo, attinge al Caos quale luogo primigenio della materia per la formazione di un mondo ordinato. Ecco quindi che le cose ritrovano un nuovo ordine, un intatto raggruppamento, rievocando la funzione del prima, e del durante la catastrofe. La scala, che sottolinea l’andamento orizzontale della tela, conferendole drammaticità, non è più elemento verticale, salvifico, usato per salvare o per scappare, ma diviene una sorta di abaco, dove gli oggetti risollevati e ormai inutili trovano un inedito punto di appoggio. Non ne viene negato né ingentilito l’aspetto, ma assume di fatto una vita propria, tanto da non poggiare a terra, ma da restare sospesa, simbolo dell’attesa immobile e della sospensione delle cose vissute, cui il terremoto ha costretto. Nega la direttrice privilegiata della tela, la disposizione verticale di un’incerata logora, dipinta d’azzurro, cui è ancorata una corda spezzata, anch’essa sospesa. Un rigido panno che per mostrarle, le cose, si fa da parte, arrotolandosi per metà. Allude a un cielo scuro, ma è impregnato del ricordo del suo utilizzo quale primo riparo dell’emergenza post sisma.

L’opera è pervasa di un poetico lirismo, il cui ritmo accelera dove primeggia la pittura. Rivelando il legame con la madre terra, in un cielo nuvoloso fatto anch’esso di bruni e di marroni, che delinea senza soluzione di continuità il paesaggio della mente, il richiamo alla terra diviene materico per lo stagliarsi di un bidone di catrame accartocciato, alludente a un monolite di pietra dalla qualità metallica, chiaro rimando alle asperità delle montagne abruzzesi.

È la straordinaria orchestrazione della luce e dell’ombra che riesce a suggerire allo stesso tempo la forza astraente e ideale del simbolo e la viva realtà dell’accadimento appena trascorso: un sentimento vitale e parimenti nostalgico, affidato alle nuvole che si diradano, alla luce che scorre lieve all’interno del magico circuito delle pennellate.

La bellezza dell’opera di Moroni sta nella molteplicità delle suggestioni in grado di rievocare. Ciò gli deriva dalla natura poliedrica, che gli è propria, e dalla capacità di cogliere la flagranza del simbolo nella contingenza della realtà. La memoria di un’architettura vuota, appena abbozzata, un’altra “cosa” divenuta inutilizzabile, fantasma tra i fantasmi; il senso scenografico della composizione, esaltato da una teatralità caravaggesca; l’immediata, quanto infallibile, capacità di evocazione della dominante sensazione dell’immobilità, della cristallizzazione e sospensione delle cose mute; la sorprendente capacità di rendere visibile ciò che non lo è: un imperativo – urlato dalla terra – divenuto un immutabile status quo: in silenzio, resta. www.marianomoroni.com


Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.


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