IL RISCHIO DI FOTOGRAFARE IL PAESAGGIO. Documentarismo e denuncia nelle opere dei Nuovi Topografi italiani

Dalla Rubrica Storyboard. Brevi racconti sulla fotografia.
a cura di Chiara Micol Schiona

Geografia umana, memoria collettiva, atteggiamento documentale e rappresentazione della contemporaneità. Sono questi i temi chiave su cui ruota dagli ultimi vent’anni, gran parte dell’opera dei fotografi italiani, quei fotografi che in particolar modo si occupano della rappresentazione del paesaggio.

La sintesi dello sguardo contemporaneo sul territorio è stata data, per citarne solamente una, dalla mostra del 2008 “Atlante italiano 007 rischio paesaggio. Ritratto dell’Italia che cambia”, promossa dalla Direzione generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanee (DARC) del Ministero per i Beni e Attività Culturali (MiBAC). L’Atlante, che presenta 150 fotografie di 15 fotografi italiani ed internazionali sul tema del paesaggio, indagava e documentava le condizioni fisiche e le trasformazioni del nostro Paese. Qui si sono posti a confronto fotografi più “critici” e altri più “poetici” nei riguardi del territorio italiano; parliamo di autori come Andrea Abati, Jordi Bernadó, Massimo Berruti, Andrea Botto, John Davies, David Farrell, Carlo Garzia, Alex S. Maclean, Walter Niedermayr, Fabio Ponzio, Marialba Russo, Paul Seawright, George Tatge, Fulvio Ventura, Massimo Vitali.

Dall’analisi del territorio italiano, iniziata probabilmente dalla mostra “Viaggio in Italia” del 1984 promossa da Luigi Ghirri, qui il filo conduttore non è la spiegazione del paesaggio o l’architettura italiana, ma il desiderio di raccontare una storia, un Paese, un territorio. E’ evidente nella stazione di Livorno, ripresa da Giovanni Chiaramonte, la stessa assenza di spazio-tempo che ritroviamo in Olivo Barbieri, Mario Cresci e lo stesso Luigi Ghirri, mentre l’architettura della propria città è analizzata da Mimmo Jodice ed in modo più visionario da Cuchi White.

Guido Guidi, figura centrale della generazione di primi topografi, attento conoscitore delle opere di Luigi Ghirri, ha fatto parte di questo gruppo di autori che agli inizi degli anni Ottanta ha rinnovato la tradizione fotografica italiana non ponendosi con un atteggiamento di denuncia del presente ma come riflessione sul linguaggio fotografico.

Se Guido Guidi è più legato alle indagini sul territorio, Vincenzo Castella, Olivo Barbieri e Giovanni Chiaramonte sono fra quegli autori che utilizzano il tema dell’architettura della città in continua evoluzione; con la pubblicazione di “Siti”, un atlante delle varie città toccate negli ultimi 10 anni, Castella ci pone di fronte a panoramiche di città del Nord Europa e del Mediterraneo: Colonia, Amsterdam, Berlino, Milano ma pure Marsiglia, Ramallah, Gerusalemme e Atene. Il lavoro di Chiaramonte a Berlino inizia nel dicembre 1983, inviato da “Lotus” a fotografare le architetture di Alvaro Siza e l’insediamento di Oswald M. Ungers a Lützow Platz. “In Berlin”, lavoro esposto alla Triennale di Architettura di Milano, si compone di una selezione di 60 fotografie di medio e grande formato che documentano, attraverso le immagini delle architetture della città, le trasformazioni di Berlino contemporanea.
La stessa analisi del tessuto delle città in piena trasformazione globale è posta da Olivo Barbieri che utilizza visioni dall’alto in “Site Specific, Milano 09” presente anch’esso alla Triennale di Architettura di Milano di quest’anno. Egli, alle fotografie, aggiunge anche film realizzati a partire dal 2004, che hanno coinvolto città quali Roma, Torino, Milano, Montréal, Amman, Shanghai, Las Vegas, Los Angeles, Siviglia, New York.
Mentre Vincenzo Castella sposta l’attenzione sul senso di vertigine che le sue panoramiche producono allo spettatore, Giovanni Chiaramonte e Olivo Barbieri utilizzano l’immagine come colei che indaga nel dettaglio il tessuto urbano.

Ciò che li accomuna, e li unisce, alla generazione dei Nuovi Topografi che deriva da Luigi Ghirri, è l’atteggiamento del fotografo di fronte alla geografia del suo territorio: non di confronto o opposizione con il passato bensì di lettura del cambiamento lento e costante.
Quasi in reazione a questo atteggiamento è l’opera dei fotografi di “Atlante italiano 007”: l’approfondimento e l’analisi più acuta quasi critica dello spazio inteso come memoria collettiva.

Un autore come Andrea Abati infatti pone come centro focale della sua indagine fotografica la natura in rapporto all’individuo in un territorio in continua trasformazione, che convoglia nel suo lavoro di denuncia sulla speculazione ambientale: “Usual Landascape”. Il soggetto è la Toscana, sua terra d’origine; l’architettura, elemento comune alla maggior parte dei Topografi italiani come Gabriele Basilico, qui risulta in comunione con il territorio circostante.

In modo differente le icone di Carlo Garzia, nel suo ultimo lavoro “Tre Stanze”, si pongono come segnali di una nostalgia di un passato che quasi s’arrende alla modernità.
La stessa nostalgia ed il vuoto che produce il senso di attesa della modernità è ben reso da “Billboards” di Maurizio Montagna: oltre 700 cartelloni pubblicitari vuoti e senza nessun tipo di messaggio da evidenziare. Le geometrie, la ricerca del particolare invadono il progetto che viene sviluppato nella quasi totalità sul territorio milanese. Le tre fasi svolgono funzioni differenti: la prima mette in luce sia la relazione tra i cartelli e lo spazio urbano e architetture, la seconda mette in relazione i cartelli con la vegetazione che invade i bordi delle strade extraurbane ed infine la terza include visioni notturne.

Questa nostalgia viene metabolizzata da Vittore Fossati; egli, dal 2006, ha ricevuto da “Linea di Confine” l’incarico di analizzare il paesaggio naturale in netta relazione con le modifiche infrastrutturali del territorio. Qui ritroviamo il non-luogo, l’assenza della figura umana, l’immagine che nel tempo viene quasi bloccata, temi cari ai Topografi della prima generazione.
Il suo lavoro è ben evidente in “Linea Veloce. Bologna Milano 2010”, progetto dove si documenta la costruzione della linea ad alta velocità sul tracciato Bologna-Milano, attraverso i fotografi John Gossage, Dominique Auerbacher, Walter Niedermayr, Vittore Fossati, William Guerrieri, Guido Guidi, Bas Princen.
Centrale per Fossati è documentare le trasformazioni del territorio lombardo, dalle grandi città alle periferie; il Po, soggetto e filo conduttore, diventa l’elemento grafico ed incisivo per disegnare il paesaggio. In tutto ciò il ruolo del patrimonio culturale italiano sta mutando il suo aspetto almeno per quanto riguarda l’ambito fotografico.

Luca Capuano è l’autore della più grande mostra fotografica mai realizzata dedicata ai 44 Siti italiani inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. “Il paesaggio descritto. Luoghi Italiani Patrimonio dell’UNESCO” tenuta a Villa d’Este, raccoglie più di 450 immagini che raffigurano da il centro storico di Napoli caro a un autore come Mimmo Jodice, alla Modena di Luigi Ghirri. I due poli, la sensibilizzazione nei confronti della tutela dell’ambiente in cui viviamo e la semplice e accurata documentazione, convogliano in quello che precedentemente avevamo posto come uno dei punti su cui ruotava la concezione di paesaggio oggi: la memoria collettiva.

Il compito, semmai ve ne fosse uno da definire, dei Nuovi Topografi è restituire allo spettatore contemporaneo l’essenza della loro società attraverso immagini a volte simboliche ed evocative, come in Carlo Garzia, oppure che evidenziavano lo straniamento visuale di un intero paese come in Maurizio Montagna. Se una crescita urbana troppo spesso legata alle dinamiche di profitto trascura l’organizzazione dello spazio in relazione a chi “vive” il luogo, lo sguardo realistico e critico dei Nuovi Topografi può offrire, forse, un’interpretazione originale e personale di quello che chiamiamo “geografia umana”.



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