Identità e dissenso: Shirin Neshat dall’Iran agli Stati Uniti
A cura di Davide Tatti
Per rivedere la produzione più recente di Shirin Neshat è possibile prendere come arco temporale il periodo compreso dal 2019 fino al 2025, in cui l’artista sposta l’attenzione verso l’ambiente sociopolitico statunitense, mantenendo sia i riferimenti alla critica dei sistemi sociali islamici e iraniani, che il focus tematico sulla definizione delle identità femminili, in luoghi connotati da forti contrasti e conflitti di ruolo, di potere e subalternità.
Intorno al 2019, durante la prima amministrazione Trump (2016-2020), quando le forme di potere politico contemporaneo di tipo conservatore e liberista cominciano a consolidarsi negli Stati Uniti, Neshat attraversa il territorio del New Mexico per un progetto chiamato Land of Dreams, che è insieme documentario e finzione, rappresentazione sociale e immaginario. Tra gli stati americani il New Mexico è quello che più richiama, dal punto di vista dell’artista, alcuni caratteri del Medio Oriente e dell’Iran, come ha scritto Sahar Khraibani: «Neshat lo ha scelto per la sua popolazione eterogenea: composta da americani bianchi e comunità afroamericane, una numerosa comunità di immigrati ispanici e riserve di nativi americani. Il luogo offriva anche sublimi paesaggi desertici, simili a quelli dell’Iran, terra natale dell’artista. La topografia del territorio gioca un ruolo importante, fungendo da sfondo alla narrazione surreale che stiamo osservando e rendendola ancora più abbagliante, offrendo al contempo un’atmosfera inquieta e inquietante, costringendo lo spettatore a mettere in discussione la narrazione del film»1.
Land of Dreams, presentata a New York nel 2021 poi nell’anno seguente a Santa Fe2, è strutturata come un’istallazione composta da oltre cento ritratti fotografici di abitanti del New Mexico, definiti con equilibrio nelle pose e nei dettagli, ma disposti a parete con un accumulo volutamente ridondante. Si aggiunge alla fotografia un video a due canali, che sviluppa la parte narrativa del tema. Kathaleen Roberts, giornalista, ne riporta una chiara sintesi: «Il primo video segue una giovane fotografa iraniana che viaggia porta a porta, realizzando ritratti di sconosciuti e raccogliendo i loro sogni. Il secondo video trasporta lo spettatore in un ambiente asettico e burocratico, dove i sogni che raccoglie vengono registrati e analizzati»3.
Sebbene gli intervistati provengano da vari ambienti sociali, i loro sogni sono attraversati da timori e ansie comuni. La narrazione più che da coesione è pervasa invece da un’ambiguità di fondo, che risiede anche nella protagonista Sirim, studentessa di fotografia, complice di un sistema che spia la popolazione, malgrado lei trovi occasione di identificarsi con alcuni intervistati.
Nella pubblicazione a stampa del progetto Neshat riferisce le sue motivazioni: «In Land of Dreams l’intenzione è quella di seguire la vicenda di questa donna e fotografa in bilico tra due mondi – l’Iran e gli Stati Uniti, il sogno e la realtà –, così attraverso il suo sguardo comprendiamo anche la malizia di una società che spia l’inconscio delle persone per interessi economici. Nel complesso dell’opera c’è sicuramente la necessità di affrontare il problema legato alla raccolta dei dati sugli individui, ma ci sono anche numerosi riferimenti al razzismo, al bigottismo, all’ingiustizia politica e alla povertà»4.
Lo stesso tema ha avuto una trasposizione cinematografica con una sceneggiatura scritta da Shirin Neshat e dal marito Shoja Azari, in collaborazione con Jean-Claude Carrière, tra i più importanti sceneggiatori francesi, che ha contribuito al carattere surrealista dell’opera. Il film è stato presentato alla Biennale cinema di Venezia nel 2021; per l’occasione Neshat e Azari hanno dichiarato: «Il film si ispira alla nostra esperienza di immigrati iraniani in America dagli anni Settanta e alla percezione della cultura americana di un francese come Jean-Claude. Il discorso è, perciò, il prodotto delle nostre sensibilità e dei nostri punti di vista di stranieri nei confronti di una nazione che amiamo, ma che osiamo criticare»5.
-
- Shirin Neshat, Land of Dreams , installazione. Gladstone Gallery, New York, 2021. New York e Bruxelles.
In Italia Land of Dreams, con il suo formato originale, è stata allestita recentemente al PAC di Milano, durante la mostra antologica Body of evidence, che raggruppa foto e video realizzati dal 1993 in avanti. Il pubblico ha avuto modo di introdursi nell’ampiezza della produzione di Neshat, in termini di riferimenti alla storia e alle tradizioni dell’Iran, alle varie interpretazioni sulle differenze di genere femminile e maschile. Ampiezza anche nei rinvii alle culture contemporanee sia visuali che musicali, letterarie e cinematografiche. Da un punto di vista estetico generale, invece, sembra prevalere una visione a specchio dell’immagine, dove i vari soggetti femminili o maschili nell’atto di farsi raffigurare si mostrano con caratteri non univoci ma sfaccettati6.
Negli anni Neshat ha mantenuto l’attenzione nell’individuare le sofferenze delle donne, causate dalle forme di controllo, repressione e violenza perpetrate da determinati sistemi patriarcali e politici; con la conseguente difficoltà per loro di esprimere resistenza e autonomia. Tale focus si ritrova anche in The Fury: presentata all’inizio del 2023, l’opera è composta da una serie fotografica e un video a due canali7, il quale nel concreto si riferisce allo «sfruttamento sessuale delle prigioniere politiche da parte del regime della Repubblica Islamica in Iran (…). Il video ripercorre la vicenda psicologica ed emotiva di una giovane donna iraniana che, sebbene ora viva liberamente negli Stati Uniti, rimane traumatizzata dai ricordi della prigionia»8.
L’inaugurazione di The Fury segue a quattro mesi di distanza un reale evento tragico, segnalato dalla cronaca internazionale: la morte in carcere di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia religiosa a Teheran il 13 settembre 2022 per aver indossato il velo in modo non conforme alle leggi. La ragazza sopravvisse da reclusa per pochi giorni, sul suo corpo vennero individuate ferite e segni di violenza.
Nel video di The Fury, dopo un richiamo onirico all’accerchiamento imposto alla protagonista da parte di un gruppo di uomini in divisa militare, si torna per le strade di una città statunitense. La giovane donna vaga con gesti di smarrimento, nell’impossibilità di ricomporsi; alcuni tra i passanti reagiscono con indifferenza, altri con sommessa comprensione, altri ancora con atti vandalici, come ha commentato Julie Richard: «La regista sembra così trasmettere il suo personale desiderio di rivolta sociale attraverso immagini tratte dalla cultura visiva popolare »9.
Interamente ambientata negli Stati Uniti è la più recente opera video di Neshat: Do U Dare! (Abbi coraggio!), presentata alla Galleria Lia Rumma10. Nasim, la protagonista, viene definita da Neshat riferendosi alla figura reale di Nasim Najaf Aghdam, nata in Iran nel 1979, immigrata negli Stati Uniti con la famiglia nel 1996. Tramite i social media Nasim svolgeva dell’attivismo contro l’utilizzo e lo sfruttamento degli animali. Dopo l’oscuramento di una parte dei suoi video da parte della piattaforma, Nasim recandosi nel cortile esterno della sede di YouTube a San Bruno in California, ha sparato verso tre persone poi contro sé stessa suicidandosi. La donna reale, che conclude la sua parabola con violenza e autolesionismo, si ribalta nel racconto di Neshat in una figura ambivalente ma capace di una protesta sensata, perché il suo bersaglio non sono più le persone, ma lo strumento di propaganda politica populista, «Nasim (…) decide di smantellare l’opprimente “medium” (…) riecheggiando l’assioma di Marshall McLuhan: “Il medium è il messaggio”» come riporta il testo introduttivo alla mostra11.
La vicenda si avvia nelle strade popolari di New York, che Nasim percorre senza meta, ritrovandosi ad un comizio di un leader politico rivolto verso un gruppo inebetito, lei ne resta distaccata e straniata. Proseguendo la perlustrazione capita in un negozio con manichini in stato di abbandono: alcune teste sembrano animarsi. Nasim si identifica con una di queste assumendone le sembianze di forza e femminilità. Così ritorna presso il luogo del comizio e con determinazione e consapevolezza colpisce la videocamera che riprende il comizio, appunto il medium, lo strumento non la persona. Shirin Neshat illustra un esempio di sviluppo dell’identità femminile che si compie attraverso la dimensione simbolica: «La trasformazione di Nasim avviene quando si confronta con la brutalità nuda del mondo, manifestata nel negozio di parrucche, tra i volti devastati dei manichini, e non tra i volti stoici delle persone che si sottomettono passivamente alle stesse fonti che li feriscono».
Il contesto statunitense, che ha fatto da sfondo in Land of Dreams, The Fury, e Do U Dare!, si mostra stratificato e conflittuale; malgrado Shirin Neshat si sia trasferita negli USA dal 1974, il suo rapporto con la gestione politica del paese è scivolato verso la criticità ed il dissenso, condizione spiegata dall’artista anche in una recente intervista: «una volta pensavo — almeno per me era un conforto — “vengo da una dittatura, ma ora vivo in America, in un’epoca sicura”, e invece si sta rivelando l’opposto»13.
15 settembre 2025
Note
1 Sahar Khraibani è scrittrice, artista, docente associata al Pratt Institute di New York. Nata e cresciuta a Beirut, vive a Brooklyn. La citazione fa riferimento all’articolo: Shirin Neshat: Terra dei sogni, di Sahar Khraibani, in Art Seen, marzo 2021.
2 Shirin Neshat, Land of Dreams. Gladstone Gallery, New York, dal 09/01/2021 al 27/02/2021. Shirin Neshat, Land of Dreams, a cura di Brandee Caoba. SITE Santa Fe, dal 08/10/2022 al 17/01/2023.
3 Iranian-born photographer turns herlens toward the people (Una fotografa iraniana punta il suo obiettivo verso persone, luoghi del New Mexico), di Kathaleen Roberts, in Albuquerque Journal, 11 novembre 2022.
4 Shirin Neshat, Land of Dreams, Radius Books, Santa Fe, 2023; introduzione al volume.
5 La Biennale di Venezia, 2021, Cinema. Scheda del film: Land of dreams, regia di Shirin Neshat e Shoja Azari; sceneggiatura di Shirin Neshat, Jean-Claude Carrière, Shoja Azari. Usa, Germania, Qatar, 2021.
6 Shirin Neshat, Body of evidence, a cura di Diego Sileo e Beatrice Benedetti. PAC, Milano, dal 28/03/2025 al 08/06/2025.
7 Shirin Neshat, The Fury. Gladstone Gallery, New York, dal 26/01/2023 al 04/03/2023.
8 Comunicato stampa di Gladstone Gallery, New York, 26 gennaio 2023.
9 Julie Richard, Shirin Neshat: The Fury. Centre PHI Montreal. 28 giugno 2023. Pubblicato in Esse.ca
10 Shirin Neshat, Do U Dare! Galleria Lia Rumma, Milano, dal 17 maggio al 25 luglio 2025.
11 “Il medium è il messaggio” è il tema affrontato nel primo capitolo del volume: Marshall McLuhan, Under standing Media: The Extensions of Man. New York: McGraw-Hill, 1964. Traduzione italiana: Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare. Milano: Il Saggiatore, 1967.
12 Intervista a Shirin Neshat di Raffaele Quattrone. In: Espoarte, 2 luglio 2025.
13 Intervista a Shirin Neshat di Daniele Comunale. In: Vogue Italia, 24 giugno 2025.










