HOMO.Editoriale

di Francesca Ronconi

Una frase attribuita a Margaret Mead diceva più o meno così: Having two bathrooms ruined the capacity to cooperate. Da cosa nasce l’ossessione di separare i maschi dalle femmine nei luoghi fisici e della mente, come durante l’apartheid venivano tenuti distanti i bianchi dai coloured? Cosa c’è paura che accada nel mescolare gli esseri umani?

Dividere il mondo in uomini e donne è un’abitudine tanto diffusa quanto fallace per comprendere l’umanità. Esiste soltanto un luogo dove maschile e femminile sono assolutamente opposti e distinguibili: nei generi della grammatica della lingua che parliamo. Questo ci anticipa come questa distinzione sia culturale e socialmente costruita, prima che attributo naturale dei soggetti.

Il linguaggio ci insegna a definire in modo netto e apparentemente inoffensivo un mondo infinitamente più vasto delle etichette che applichiamo. Le categorie di maschio e femmina partono dall’evidenza degli organi genitali, ma cuciono su di essi una sequela di attributi culturali. Avere il pene non porta necessariamente ad una posizione di comando quanto avere la vagina non rende più adatti alla pulizia della casa. Hanno semmai un grosso peso a riguardo le regole collettive e l’educazione. Essere uomini o donne è una definizione di ruoli, più che una fatalità.

La selezione di contributi di questo numero prova ad allargare l’insieme che vogliamo descrivere con il concetto di “homo, hominis”, colorando di sfumature impreviste il regno della virilità.

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