Haiti Aftermath – Intervista con Riccardo Venturi

Dalla rubrica Interview – Quattro chiacchiere con i fotografi
a cura di Alberto Ianiro

Riccardo Venturi (Roma, 1966) intraprende la carriera di fotogiornalista alla fine degli anni Ottanta, documentando le problematiche sociali italiane ed europee come l’immigrazione clandestina, il sorgere dei movimenti neonazisti in Germania o i primi anni della democrazia in Albania. In particolare la sua inchiesta-dossier sullo scandalo dei fondi per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto in Irpinia gli procura le prime importanti pubblicazioni sui quotidiani e settimanali italiani. Dalla metà degli anni ’90 si concentra sui conflitti in atto in vari Paesi, innanzitutto l’Afghanistan, reportage con il quale nel 1997 ha conseguito il prestigioso premio “World Press Photo”, e poi la cronaca della guerra del Kosovo, lavoro che ottiene nel 1999 la Leica Honorable Mention. Da allora fino ad oggi ha continuato a seguire e a viaggiare attraverso innumerevoli paesi in guerra, soprattutto in Africa. Nel corso degli ultimi anni Riccardo Venturi segue e documenta la rivolta di Gezi Park a Istanbul. Venturi ha documentato alcuni fra i più importanti eventi internazionali, come il terremoto in Iran nel 2003 e lo tsunami in Sri Lanka nel 2004, alternandoli con ricerche più personali come quella sulle morti bianche in Italia, realizzando nel 2008 un libro e una mostra in collaborazione con ANMIL, e il progetto riguardante la diffusione della tubercolosi nel mondo, realizzato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità che gli ha permesso di conseguire il Premio UCSI per la fotografia nel 2007 e il Premio Marco Lucchetta nel 2008. Ha lavorato con le più importanti agenzie umanitarie mondiali, dall’UNICEF all’UNHCR, dal WHO a MSF e SAVE THE CHILDREN con cui, recentemente ha realizzato un importante lavoro sullo stato dell’infanzia dei bambini italiani. Ha collaborato con le principali testate Italiane e internazionali e ha pubblicato quattro libri, tra cui “Afghanistan il nodo del tempo”, il racconto di sette anni di reportage sul paese (Contrasto Editore, 2004) e “Da Istambul a El Cairo” (Almuzara Editore , 2010), un libro sull’identità medio-orientale sponsorizzato da Fundación Tres Culturas e realizzato in collaborazione con il giornalista Eduardo del Campo. Di prossima pubblicazione, invece, il libro DPR448, edito da Peliti Associati e commissionato dal Ministero di Giustizia Italiano, che documenta la situazione dei minori in carcere da Palermo a Torino. Nel Gennaio 2010, a 4 giorni dal disastroso terremoto di Haiti, Riccardo Venturi decide di partire per documentare la catastrofe che ha colpito l’isola caraibica, dove ritorna altre due volte per proseguire a testimoniare le condizioni della popolazione haitiana. Con il suo progetto “Haiti Aftermath” ha ricevuto vari premi quali il World Press Photo 2011, primo premio “General news”; Luis Vultena Award, secondo premio; Sophot Award; premio foto dell’anno, menzione d’onore; premio Sony World Photography, finalista; premio Care International, finalista.

 

 

 

Haiti Aftermath è un progetto che parte da lontano. Raccontaci di cosa si tratta e qual è l’obbiettivo della campagna di crowdfunding che hai creato per sostenerlo
Il progetto è nato a gennaio 2010, quando ho deciso di partire per Haiti quattro giorni dopo il terremoto che l’ha sconvolta. Non c’erano ancora notizie ufficiali e il numero delle vittime continuava a salire. Era chiaro che si trattava di una catastrofe umanitaria e io volevo capire cosa stava succedendo, documentare la situazione. Non è stato semplice perché ho deciso di partire all’improvviso, tuttavia, da quella volta, mi sono legato e appassionato a questa affascinante terra caraibica e ho deciso che il mio impegno sarebbe andato oltre l’emergenza immediata: volevo continuare a raccontare le storie degli haitiani, capire quanto e in che modo questo evento drammatico si sarebbe ripercosso sulla vita dell’isola. Per questo motivo sono tornato ad Haiti più volte durante questi cinque anni e ho continuato ad informarmi sull’andamento della ricostruzione, che procede lentamente e in modo poco trasparente, e sull’esplosione dell’epidemia di colera, che nel frattempo è diventata una piaga endemica. L’attenzione mediatica è andata scemando sempre più dal 2010 ad oggi e mi sembrava doveroso fare il punto della situazione per ricordare che l’emergenza è ancora in corso. Avendo bisogno sia un sostegno economico che di diffondere il più possibile le motivazioni alla base del mio progetto ho deciso di affidarmi al crowdfunding: i contributi partono da 5 euro e sono alla portata di chiunque abbia voglia di sostenere Haiti Aftermath. Ecco il link: http://www.kisskissbankbank.com/it/projects/haiti-aftermath–2
Se raggiungerò l’obiettivo, i fondi raccolti saranno utilizzati per coprire le spese di reportage che ho sostenuto durante il viaggio che si è concluso pochi giorni fa e soprattutto per stampare il libro fotografico che racconterà i cinque anni di Haiti dopo il terremoto e che sarà composto da circa 60 immagini.
Sei appena tornato da Haiti, dove hai svolto anche un lavoro commissionato da Save the Children. Com’è stato il tuo approccio durante questo ultimo viaggio?  C’è qualche aspetto a cui hai scelto di dare particolare risalto? Com’è la situazione, oggi, ad Haiti?
Un aspetto su cui mi sono concentrato particolarmente durante il mio viaggio è stato quello della questione politica haitiana, perché è in corso un momento di grande tensione per Haiti. Il 13 dicembre, infatti, ho assistito alla manifestazione che ha avuto come conseguenza diretta le dimissioni del premier Laurent Lamothe e so che le elezioni parlamentari inizialmente previste per il 12 gennaio sono state annullate, cosa che probabilmente aumenterà il livello di tensione. Oltre a questo mi sono occupato di documentare lo stato della ricostruzione, cercando di capire quanto è stato fatto e quanto rimane ancora da fare. Quella che ho visto è una situazione con molte sfaccettature: da Port-au-Prince sono spariti i segni del terremoto, non ci sono più macerie lungo le strade né i grandi campi di sfollati. L’impressione che si ha attraversandola, tuttavia, è che si sia ricostruita “da sola”, mentre uscendo da Port-au-Prince ho visitato un quartiere “fantasma”, che è stato inaugurato un anno fa con centinaia di costruzioni ma con ancora pochissime famiglie. So che stanno ricostruendo il ministero degli Interni ma non molto di più, non ci sono molti cantieri aperti. Interessante è stato anche il lavoro svolto in collaborazione con Save the Children, per cui abbiamo fatto una serie di interviste molto forti, tra cui quelle a due restavèk: la parola, in creolo haitiano, indica quei bambini (dai 6 ai 17 anni) mandati dai genitori naturali a lavorare presso famiglie più abbienti, con la speranza di offrire loro condizioni di vita più umane. In realtà in moltissimi casi questi bambini vengono purtroppo abusati e maltrattati. La continuazione del progetto Haiti Aftermath avrà tutte queste tematiche al suo interno.
Prima di Haiti sei stato in Kosovo, in Afghanistan e in altri teatri di guerra. Che differenza c’è tra il testimoniare con la fotografia una catastrofe naturale come un terremoto e il testimoniare un conflitto?
Il caso di Haiti è un caso particolare perché da un lato è una catastrofe naturale e quindi un evento inevitabile, mentre dall’altro si tratta di un’isola talmente fragile, delicata, talmente già colpita da violenza e povertà che il terremoto di Haiti è stato quasi come un conflitto. Poco dopo il sisma non c’era già più una caserma che funzionasse, non c’era più una sorta di polizia che potesse controllare la città. L’isola era in mano alle gang che hanno fatto razzie e seminato il panico. Al di là di Haiti, però, posso dire che la differenza tra il fotografare un conflitto e il fotografare una catastrofe naturale sta nel fatto che il conflitto mostra violazioni dei diritti umani in maniera evidente e brutale. Se parliamo di un terremoto, invece, la sensazione è quella di abbandono, di fatalità, di problema condiviso anche se, come sempre, le fasce più colpite sono quelle più deboli e già ai margini della società.
Che attrezzatura porti con te?
Di solito lavoro in digitale, per poter scattare molto velocemente e spedire al volo il materiale. Tuttavia ho scelto una macchina speciale per il lavoro ad Haiti, una Linhof 6×17 cm. È una vecchia analogica che fa sei scatti in pellicola e mi piace utilizzarla solo per alcuni progetti, di solito quelli personali. Mi piace perché si lavora in modo completamente diverso e la macchina, influenzando i miei movimenti, modifica anche l’atteggiamento nei confronti della foto.
Pensi che la diffusione di smartphone sempre più avanzati possa portare ad un cambiamento nel mestiere di fotogiornalista?
Sicuramente un cambiamento è già in atto e credo che sia iniziato tutto con lo tsunami in Giappone del 2011, basti pensare che molte delle immagini che tutti ricordiamo e che sono finite sui giornali sono state scattate non da fotografi professionisti ma da persone normali con il loro telefonino. Credo che oggi più che di un fotografo che documenti l’evento in sé ci sia bisogno di qualcuno che sappia individuare, sviluppare e narrare una storia attorno all’evento. Questo i non professionisti non riescono a farlo. Posso dirlo anche perché durante il mio ultimo viaggio ad Haiti ho avuto l’occasione di cimentarmi con la realizzazione di un piccolo reportage interamente fatto con lo smartphone. Parallelamente al mio progetto, infatti, ho scattato una serie di immagini con il mio smartphone su richiesta di Picwant, una nuova app creata per permettere a chiunque di pubblicare le proprie foto e video realizzati con lo smartphone e venderli online su picwant.com. Ho accettato questo incarico perché sono sempre ricettivo a tutto ciò che è nuovo e sono curioso di esplorare anche questa nuova forma di comunicazione.



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