“Grüne Linie” di Giancarlo Barzagli

Grune Linie - copertina

A cura di Tina Miglietta

Credi di camminare il sentiero e invece è il sentiero che ti cammina. Sono quelli che l’hanno seguito prima di te, che gli hanno dato forma con i piedi e le suole. E i tuoi piedi rispondono alle loro impronte, come la voce risponde a un’altra voce. Il corpo, mentre cammina, dialoga con chi ha plasmato l’ambiente. Piante, animali, esseri umani. Tocca gli avanzi del loro passaggio, le incisioni della loro vita, il loro andirivieni sulla terra.” (dal racconto “Basta chiederlo ai Faggi” di Wu Ming 2)

E’ il paesaggio il vero protagonista del libro fotografico di Giancarlo Barzagli, intitolato “Grüne Linie”, quella sottile linea verde dell’Appennino Tosco Romagnolo che taglia in due l’Italia e che fu teatro del passaggio del fronte durante la II Guerra Mondiale: questa era la zona dove l’esercito tedesco si muoveva per la fortificazione della linea gotica, ma anche quella in cui, nel luglio del 1944, la 36ª Brigata Partigiana Garibaldi Bianconcini trovò un rifugio sicuro per i suoi uomini e per l’organizzazione di azioni di sabotaggio.

Questo progetto è quindi intriso di storia e radicato sul territorio, è una meticolosa ricerca fotografica e si rivolge anche a chi, quel territorio, non lo conosce. Si parte dalla biografia dello stesso Barzagli che percorre i luoghi della sua infanzia con occhi diversi, prestando attenzione alle tracce più o meno evidenti lasciate dalla seconda guerra mondiale.

La genesi di questo lavoro è stata molto lunga e risale a quando Giancarlo ha iniziato a frequentare le commemorazioni delle battaglie che si erano svolte lassù verso la fine del 1944, facendo nascere in lui la consapevolezza che anche gli ultimi testimoni della Resistenza stavano scomparendo. Così racconta egli stesso: “ Negli anni i partigiani erano sempre meno a queste commemorazioni e da lì è partita la riflessione che ha dato vita a Grüne Linie, ma non mi andava di uscire con un lavoro triste che si sarebbe rivelato inutile ed allora mi sono chiesto come poter continuare a fare memoria nel momento in cui tutti i testimoni della resistenza fossero scomparsi. Volevo anche far tesoro dell’incontro che ho avuto con queste persone e la testimonianza diretta che ho avuto da loro. L’idea è stata quindi quella di interrogare il territorio che nel giro di pochi anni resterà l’ultimo testimone di quelle storie e quindi l’unico in grado di conservarne la memoria”.

La mission di questo progetto è proprio fare in modo che il ricordo della 36° Brigata Partigiana resti immutato nel tempo per il ruolo importante che ha rivestito: quasi un territorio autonomo partigiano all’interno di una zona di guerra, formata soprattutto da romagnoli, ma anche da gente da tutta Italia e da tutto il mondo arrivata lì nel luglio del 1944 perché il comandante la individua come zona dove può nascondere quelli che all’epoca erano più di 400 uomini. Lì si nascondevano e da lì partivano in piccoli gruppi per azioni di sabotaggio per dirigersi sulle vie principali di attraversamento dell’Appennino contro l’esercito tedesco.

Il volume è curato da Claudia Paladini (photo-editor di GOST) ed è disegnato da Roberta Donatini, e le prime immagini immergono il lettore nel verde dell’alta valle del fiume Rovigo, per lo più abbandonata, dalla quale affiorano i ruderi delle case che al tempo ospitarono la Brigata Partigiana. Sono presenti foto aeree della valle trovate all’Istituto geografico militare scattate durante un volo del ’45 accompagnate da una lettera di un partigiano che ha la funzione di dare emotività al mero racconto fotografico; poi i ritratti dei paesaggi introducono l’atmosfera particolare di quei luoghi. Ogni tanto si intravede qualcosa di strano come vecchie trincee, vecchie postazioni di armi pesanti per poi immergersi all’interno dei 15 ruderi abbandonati che erano stati i rifugi dei partigiani con fotografie degli angoli interni sopravvissuti di quelle case

Ci sono anche foto scattate all’interno delle grotte che erano i tunnel scavati dall’esercito tedesco per la fortificazione della linea gotica o come rifugio antiaereo. Ed infine segni evidenti della guerra rappresentati da reperti storici quali bossoli, proiettili di mortaio, bombe a mano.

Solo nelle pagine successive appaiono anche i volti in bianco e nero dei giovani combattenti tratti da immagini di repertorio, spesso ritratti nei momenti di relax insieme ai contadini e agli sfollati dei paesi limitrofi.

Una parte importante del libro è dedicata ad una mappa escursionistica con 6 itinerari che ripercorrono i luoghi fotografati, studiati e messi a punto da Andrea Barzagli, fratello del fotografo, per invitare i lettori ad innamorarsi di quella stessa montagna per poterla osservare con occhi diversi, per far toccare con mano ai nuovi e vecchi visitatori i segni del passaggio della Resistenza. E’ una mappa importante, non un accessorio del libro, pensata, e descritta nei particolari per permettere alle persone di muoversi in tranquillità. Per la stampa è stata usata una carta particolare, la stone paper, resistente agli strappi e all’acqua

Grüne Linie”è anche frutto di una bella collaborazione con Wo Ming 2, autore del racconto che occupa una parte importante del progetto e che si intreccia con la storia delle fotografie di Giancarlo.

Per Wu Ming 2si è trattato di un ritorno a temi ed a luoghi già trattati nell’opera collettiva “Asce di Guerra”. Nel libro infatti si parla anche della 36a Brigata e per le ricerche su quel tema lo scrittore aveva già visitato la cosiddetta “Repubblica del Carzolano” (come i Partigiani chiamavano la valle dove si erano insediati). Il racconto che ha scritto nasce da una camminata fatta nell’estate 2018 sulle orme del Partigiano Mirko Zappi, scomparso l’anno precedente, nel tragitto che nell’inverno del 1943, da Imola lo portò, appena sedicenne, ad unirsi al primo nucleo della Brigata .

Grüne Linie”è stato pubblicato nel marzo scorso grazie ad una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Eppela e si può acquistare sul sito personale dell’autore.

Sono in programma ulteriori presentazioni del libro tra cui l’ 11 maggio, a Imola, al CSA Brigata 36, via Riccione, 4 ed il19 maggio, al C.S. Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio (FI), in via Chiella, 4

Tutto ciò è stato il tema della trasmissione radiofonica Parole di Luce, andata in onda il 17 aprile scorso , condotta da Sandro Bini e Martin Rance, a cura di Novaradio e Associazione Culturale Deaphoto.

Giancarlo Barzagli, fotografo, è nato a Razzuolo, un piccolo paese dell’Alto Mugello, appena di là dallo spartiacque dove ancora si trovano i ruderi di Cà di Vestro – il comando di Brigata, – le sedi delle sue compagnie, i luoghi vissuti dalla Trentaseiesima nell’estate del ’44. Fin da bambino, ha giocato in quelle antiche case di boscaioli, nelle buche scavate per piazzare mitragliatrici, trovandosi tra le mani bombe a mano inesplose, schegge di artiglieria, bossoli da mortaio. Ha visto quegli stessi bossoli trasformati in vasi e fioriere, e le rovine della guerra perdere pezzi un inverno dopo l’altro.

Diventato adulto, per cinque anni ha battuto quei boschi con la fotocamera a tracolla, inseguendo fantasmi, incontrando gli ultimi reduci, cercando di immortalare i segni che la storia della Trentaseiesima ha lasciato nel paesaggio, e viceversa, di comprendere come quel paesaggio abbia lasciato un segno nella storia della Trentaseiesima.

Tina Miglietta nasce nel 1966 a Livorno . Ha vissuto in diverse parti d’Italia ed è tornata da poco nella sua città natale . E’ appassionata di fotografia come specchio per le emozioni intime e nascoste e come arte per dare ad esse nuovi colori e forme. Ricerca la naturalezza delle tinte che possano rasserenare e mettere a tacere i rumori della mente

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