GIUSEPPE CAVALLI. LA RIVELAZIONE DELLA FORMA CLASSICA COME INTUIZIONE FOTOGRAFICA.

Dalla Rubrica Storyboard. Brevi racconti sulla fotografia.
a cura di Chiara Micol Schiona

“Penso che la bellissima fotografia non nasce, come un buon flan di spinaci, da una sapiente ricetta; così come non esiste una ricetta musicale che ci dica in che modo si scrive una sinfonia splendida. Si può soltanto, saggio consiglio, esortare il neofita ad agguerrirsi nella tecnica: poiché è chiaro che solo quando avrà saldamente in mano il mezzo d’espressione egli potrà parlare. Avrà la capacità di esprimersi in linguaggio fotografico e, sentendosi di esso linguaggio padrone, sarà in grado di usarlo convenientemente per comunicare agli altri le sue emozioni. Poter parlare. La tecnica arriva fin qui. Bisogna, però, che abbia qualche cosa da dire. Qualche cosa che non sia la semplice e fredda riproduzione di un soggetto esterno (nascita del documentario!). Bensì, ripeto, una sua personale emozione, la quale, sia detto di passaggio, in alcuni casi può suonare all’unisono col soggetto esterno ed allora abbiamo la sintesi contenuto-forma – si suole citare a tal proposito certe soavi Madonne di Raffaello, molte statue di Michelangelo ecc. – vedi alcune scene di martirio di Gentile da Fabriano, ad esempio, leggiadre come un idillio campestre benché si tratti di sanguinosi episodi e, viceversa, qualche santo di Cosmé Tura ingrugnato e torbo come un bandito siciliano. Gli è che molto spesso i grandi artisti non badano affatto ad esprimere il sentimento del soggetto bensì si preoccupano di esprimere il proprio; in tal caso il soggetto esterno non è che un pretesto. E sono grandi lo stesso. Perché quel che conta è il loro sentimento: in esso soltanto è il significato dell’opera. Dicevo che la tecnica non è tutto. Sono molte le fotografie perfette tecnicamente che non dicono nulla. Che cosa manca? Manca l’arte.”
Parliamo di “Come si guarda una fotografia”, articolo di Giuseppe Cavalli pubblicato su “Ferrania” nel marzo del 1949. Fotografo nato a Lucera in provincia di Foggia nel 1904, le sue prime fotografie risalgono alla seconda metà degli anni ’30. Dal 1939 si trasferisce a Senigallia nelle Marche e nel 1947 promuove il gruppo “La Bussola” con Mario Finazzi, Ferruccio Leiss, Federico Vender e Luigi Veronesi, con la dichiarata finalità di fare della fotografia arte: “Noi crediamo alla fotografia come arte (…) chi dicesse che la fotografia artistica deve soltanto documentare i nostri tempi (…) commetterebbe lo stesso sorprendente errore di un critico d’arte o letterario che volesse imporre a pittori o poeti l’obbligo di trarre ispirazione da cose o da avvenimenti determinati e solo da quelli, dimenticando, con siffatta curiosa pretesa, l’assioma fondamentale che in arte il soggetto non ha nessuna importanza (…) il documento non è arte; e se lo è, lo è indipendentemente dalla sua natura di documento (…) Adoprarsi per la divulgazione di queste idee, affinché si giunga a diffondere tra i fotografi un credo estetico valido è il compito che si prefiggono i componenti del gruppo La Bussola” (Ferrania, 1947).La nuova tendenza fotografica rompe l’aura benjaminiana, ma nel suo annoverarsi all’interno delle arti riprende proprio da esse, come eco, come scuola, come tecnica, le basi della composizione accademica. Ed ecco che la cultura classica entra in modo prepotente, mascherata dall’innovazione tecnica, non come soggetto ma come modello ideale formale.
La maggior parte della critica afferma che l’esperienza fotografica e la riflessione estetica di Cavalli costituiscano, a tutt’oggi, il fondamento del linguaggio fotografico come linguaggio artistico autonomo. Questa nuova concezione di “fotografia artistica” da dove prende le mosse? Abbiamo già precedentemente accennato all’interesse del fotografo per l’antico, nel suo articolo apparso su Ferrania, e per la tecnica che ha le sue basi nelle nozioni accademiche, ma in che modo si rende evidente nella sua fotografia?
Martin Harrison, critico d’arte londinese, analizza l’opera di Cavalli dal punto di vista formale. Due sono gli espedienti dell’autore: nel paesaggio e a volte anche nei ritratti viene spesso sfruttato un elemento diagonale, un muro o il limite di un campo, che divide in due la composizione e fugge oltre i limiti dell’inquadratura; oppure, viceversa, una prospettiva appiattita, visione frontale e diretta, riservata in genere per le immagini stampate in formato quadrato. Per quanto riguarda il contenuto, il fotografo integra numerose fonti culturali come il Surrealismo, il Neoclassicismo, l’Astratto geometrico, in un linguaggio assolutamente originale contro le tendenze documentaristiche dominanti. Se è vero che “amare il moderno non significa rinnegare il passato”, Cavalli riesce ad esprimerlo nelle immagini meno famose ma più esplicative come “Mistero del fiume” del 1955 o “Una serra” del 1950-52. Tono alto, essenzialità delle figure, luminosità. Aggettivi che connotarono la sua fotografia come “mediterranea” in tutto il mondo. La ricerca del bello classico, quel bello negazione del caos, riparo dallo smarrimento.
La lettura della classicità è essenziale. Un modo di guardare all’idea, al principio dell’arte, alla purezza formale ed ideologica.
Waldemar George affermò che “Le sue opere fatte di curve concatenate, d’una cadenza armoniosa si sviluppano come fregi”.  E’ la stessa opera che si rende come forma classica, non il soggetto, ma attraverso i toni alti si raggiunge quel lirismo creativo. Si vedano ad esempio “Il muro rococò” del 1943, oppure “Solitario” del 1948.
La forma serve per il contenuto, lo esprime e lo rende trasparente. E’ vero che il soggetto non conta ma nel suo non contare come tale si rende plasmabile all’elaborazione formale dell’artista fotografo. In questo caso Cavalli rielabora la materia come colui che memore della tradizione accademica riesce grazie alla tecnica ad esprimere contenutisticamente la bellezza del classico. Non abbiamo di fronte una rimembranza ma la capacità di esprimere il rigore compositivo fotografico come nel “Gioco di grigi” del 1945-48 e “Nero-argento” del 1948 dove l’elemento comune è la “purezza formale”.
Il “linguaggio puro”, il levare la materia per arrivare all’essenza delle cose proprio dei grandi artisti classici. In una chiave però, quella della fotografia.

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