Enrico Cattaneo: Il transito dalla fotografia all’arte contemporanea

A cura di Davide Tatti

La figura Enrico Cattaneo è quella di un fotografo che dalla fine degli anni Cinquanta abbandona definitivamente il regime di concorrenza acritica tra la fotografia e gli altri strumenti di rappresentazione visiva, si distanzia poi dalle visioni improntate ad un realismo astorico, per collocare la fotografia stessa in rapporto storico e concettuale con il sistema delle arti. Questa transizione dalla funzione tecnica a quella concettuale, avviata in Italia negli anni Cinquanta e che ha tra i principali fautori Ugo Mulas, avviene per Enrico Cattaneo su due fronti comunicanti. Da una parte la fotografia si orienta verso l’ambiente artistico, dall’altra la fotografia di ricerca personale assume come prospettiva il confronto e il riferimento alle arti ed alla cultura contemporanee.

Un recente volume dal titolo Fotografare un’idea, edito da Silvana Editoriale1, mette appunto la produzione di Cattaneo, con l’apporto dell’Archivio che ne gestisce il lascito2. Vengono proposte una scelta ampia e ponderata di fotografie, un apparato di interviste e testi critici riediti, il contributo di Luca Pietro Nicoletti e Giorgio Zanchetti, storici dell’arte, con due nuovi scritti.

Enrico Cattaneo, che nasce nel 1933 a Milano, si interessa di fotografia dalla metà degli anni Cinquanta durante gli studi di ingegneria al Politecnico di Milano. Le sue prime ricerche sul paesaggio urbano sono attestate tra il 1957 e il 1965, le condivide con altri fotografi, tra i quali compare Ernesto Fantozzi. Sono le letture di un ambiente urbano milanese in trasformazione: dalla ruralità e dall’artigianato all’industria, dalle abitazioni costruite intorno ai cortili alla modularità dei condomini, le istanze tradizionali si ritrovano in strade come via della Chiesa Rossa e in Corso Garibaldi, il Naviglio Martesana; il nuovo modello abitativo lo ritrova invece nei quartieri di Vialba, Quarto Oggiaro, Bovisa. La perlustrazione arriva e si sofferma fino alle discariche, come per completare il ciclo di vita degli oggetti urbani e tracciare un loro destino. La rilevanza di queste fotografie è confermata dal MOMA di New York che nel 2018 ne acquisisce alcune.  Come ricorda Luca Piero Nicoletti, nel suo testo, il romanzo «La vita agra di Luciano Bianciardi, viene citato dal fotografo stesso come equivalente letterario delle sue periferie»3. La vita agra, che racconta l’adattamento sociale a Milano durante gli anni Cinquanta del protagonista originario di Grosseto, «non è riconducibile a una vicenda di passiva e rassegnata integrazione, ma semmai di allucinato sprofondamento in quelle che Marx aveva definito “le gelide acque del calcolo egoista”», secondo quanto scritto da Andrea Inglese.4

Parallelamente Cattaneo segue la dinamicità degli ambienti sociali: il pubblico che affluisce a teatro nella serie “gran galà” tra il 1959 e i 1961, le azioni di sciopero operaio nel 1961; ma dirige l’attenzione anche verso l’ambito privato con una serie di ritratti di Rosa sua moglie, dove l’ambiente domestico è più connotativo che il ritratto in sé stesso.

Le prime fotografie che delineano il suo interesse per l’arte contemporanea vengono eseguite nella Casa degli artisti di Milano attorno al 1962. In questo edificio l’attenzione di Cattaneo si sofferma nell’ambiente produttivo degli artisti, tra questi Gianfranco Ferroni e Sandro Luporini, e molti altri che si riconoscevano nell’estetica del Realismo esistenziale, improntata a dare una connotazione di verità a ciò che proviene dal travaglio dell’esistenza umana, percepita come soggettività interna e insieme di relazioni esterne. Questa visione, proveniente dalla cultura francese, è condivisa dal fotografo che la riversa nella sua produzione.

L’attenzione di Enrico Cattaneo si sofferma «sull’importanza di ricercare e d’incontrare luoghi, oggetti, situazioni e persone nello svolgersi della vita quotidiana» come scrive Giorgio Zanchetti, «ma anche dell’ovvia necessità, per il fotografo, di sovvertirli e straniarli dalla loro realtà contingente attraverso l’uso della luce, per farne immagini che possano funzionare come rappresentazioni simboliche, sintesi emblematiche e interpretazioni critiche».5

Le collaborazioni con artisti e gallerie si intensificano dal 1966, fino a diventare nel 1973 la sua principale attività. Cattaneo ha modo di confrontarsi col gruppo Fluxus, con quello del Nouveau Réalisme, con l’Arte povera e quella concettuale, ma attua un osservatorio privilegiato con gli scultori, tra i quali ci sono: Alik Cavaliere, Franco Mazzucchelli, Giancarlo Sangregorio, Francesco Somaini, Mauro Staccioli. Cattaneo propone una lettura e interpretazione della scultura e del suo contesto di produzione ed esposizione, che appare fortemente orientata dal suo punto di vista. Secondo quanto scrive Giorgio Zanchetti: «il lavoro sistematicamente svolto da Cattaneo sulla scultura, (…) ma anche sull’installazione e sulla performance, non abdica all’essenziale valore documentario del linguaggio fotografico, ma al tempo stesso non rinuncia mai alla possibilità di aprire soggettivamente un rapporto di scambio comunicativo con il proprio oggetto, tanto da poter autorevolmente figurare con ruolo quasi da co-protagonista»6. Cattaneo prosegue fino al 1999 circa la collaborazione stabile con l’ambito dell’arte contemporanea, che interpreta lucidamente come un sistema in cui il centro è costituito da una rete di relazioni tra artisti e pubblico, collezionisti e galleristi, istituzioni e contesti espositivi, l’opera in sé non assume valore definitivo. Per questo motivo la produzione fotografica di Cattaneo è molto ampia nei momenti in cui si addensano attorno all’opera i rapporti personali, nella fase di produzione, di allestimento e fruizione. 

La prima sezione fotografica del volume Fotografare un’idea permette un excursus dettagliato sulla produzione per l’arte contemporanea, una seconda sezione invece riassume quella autoriale di Cattaneo. I due percorsi vanno letti nel reciproco confronto, ma il rapporto fu dialettico per Enrico Cattaneo; infatti, la produzione personale che all’inizio degli anni Settanta ha un apice, poi si dirada per riprendere alla fine decennio. 

L’attenzione per le discariche e l’accumulo di scarti in ambiente urbano, maturata intorno al 1957, Enrico Cattaneo la ricolloca nel suo studio privato con la serie Pagine, compiuta tra il 1970 e 1973. Il materiale fotografico di scarto che l’autore ha accumulato, deformatosi nel tempo, viene ricomposto in nuove forme plastiche: se la fotografia come rappresentazione può descrivere la scultura, con questa alterazione nei volumi diventa lei stessa oggetto come una scultura. Un tema analogo della carta come sinonimo di deperimento e memoria, si ritrova durante la seconda metà degli anni Novanta nelle serie Passe-partout, Cartun e l’ironica Rottura di scatole.

La produzione autoriale di Cattaneo trova un altro punto di riferimento con i cicli dedicati alle fabbriche dismesse. Cattaneo legge questi luoghi abbandonati, attribuendo al loro deterioramento caotico e casuale un carattere assimilabile all’azione volontaria ed estetica di un intervento artistico. Le serie sono: La cartiera, analisi di un ambiente realizzata a Cairate tra il 1979 e il 1980; a seguire Magneti Marelli, una possibile lettura del 1996 a Sesto San Giovanni. Per rapportare la fotografia alle arti visive, come fa notare Luca Pietro Nicoletti «anche un pittore che Cattaneo conosceva (…), Giancarlo Ossola, aveva cominciato a girare per fabbriche abbandonate con la macchina fotografica al collo per trarne materiale da tradurre in pittura (…),  Cattaneo non si limita alle viste d’insieme, ma isola dettagli precisi e li compone secondo regole desunte dalla pittura astratta, quasi a voler conciliare le gabbie del concretismo con il senso della rovina data dal tempo, che ha intaccato volumi una volta lucidi e regolari».7

Un tratto specifico nella sua produzione Cattaneo lo sviluppa con lo still Iife dagli anni Ottanta e fino al 2005. Le serie hanno i titoli iconici e teatrali di Guerrieri, Totem, Maschere, Attore, Ballerina, Superstite; più ironici di: Natura morta dei miei stivali, La foto del tubo, Beola fantasma, Ballo della beola. Cattaneo esamina oggetti usati, consunti o logorati fino ad essere irriconoscibili, li mette “in scena” come soggetti recitanti, isolati e centrati in un palcoscenico drammatico, illuminati in modo contrastato e laterale. Nella loro modestia e povertà gli oggetti alludono spesso a caratteri umani o animali, rispecchiando nella loro postura il riflesso di un principio vitale. Luca Pietro Nicoletti sostiene che Cattaneo, con questa umanizzazione dell’oggetto in un contesto artificiale, introduca una componente surrealistica da un lato, dall’altro un richiamo alle figure animate di Enrico Baj.8

La transizione dall’ambito fotografico a quello artistico e viceversa trova pieno compimento in tre ultime serie. Nella prima In regress Cattaneo compie una critica alla durabilità della fotografia: nel 2009 recupera in sequenza vecchie stampe e provini a contatto del 1959, ora il soggetto non è più quello impressionato nel negativo fotografico, ma il deterioramento, le modificazioni avvenute in linea temporale sono il vero soggetto. Un’altra critica alle capacità di raffigurazione e documentazione fotografica Cattaneo la introduce con una fotografia che diventa metalinguaggio, espressone delle sue procedure. Con la serie Paesaggio Chimifoto, del 1999-2000, le acidificazioni delle carte fotografiche producono delle variazioni cromatiche simili a un vago paesaggio di sfondo: la fotografia non ha più bisogno di individuare un soggetto esterno. Nella serie Germinazioni del 2016 e 2017, le acidificazioni invece producono sulla carta fotografica una traccia, un segno che “germina” e cresce come nel seme per effetto di una “idratazione intellettuale”, non per riproduzione ottica della visione esterna.

Note:

1 Enrico Cattaneo. Fotografare un’idea; con saggi di Luca Pietro Nicoletti e Giorgio Zanchetti. Silvana Editoriale, Milano, 2023.

2 L’archivio Enrico Cattaneo è un progetto nato su iniziativa del fotografo prima della sua scomparsa nel 2019, attualmente viene sostenuto dalla sorella Luisella, curato da Alessia Locatelli e Giuliano Manselli. L’archivio è stato ricollocato da Milano a Trezzano sul Naviglio all’interno della ex fabbrica RiMaflow. La raccolta comprende oltre alle stampe, i provini e i negativi, anche i cataloghi delle sue mostre, parte delle monografie e libri di artisti che contengono le sue immagini di documentazione, le sue attrezzature fotografiche, non solo le fotocamere, ma anche parte della camera oscura: la vasca, ingranditori, essiccatori, smaltatrici. Inoltre, sono presenti una parte dell’arredamento, parte delle sue opere più sperimentali, molti oggetti da lui fotografati. (Fonte: comunicazione dell’archivio, luglio 2023). Sito: https://dromastudio.wixsite.com/arch-enrico-cattaneo

3 Enrico Cattaneo. Fotografare un’idea, ibidem pag. 91

4 La vita agra di Bianciardi, il romanzo eccentrico del “miracolo economico”. Articolo di Andrea Inglese. Il Libraio, 18 gennaio 2017.

5 Enrico Cattaneo. Fotografare un’idea, ibidem pag. 13

6 Enrico Cattaneo. Fotografare un’idea, ibidem pag. 14

7 Enrico Cattaneo. Fotografare un’idea, ibidem pag. 94

8 Enrico Cattaneo. Fotografare un’idea, ibidem pag. 97

Start typing and press Enter to search