ELECTRIC CHAPEL. MICHAEL BEVILACQUA ALLA GALLERIA THE FLAT.

Introduzione alla mostra “Electric Chapel: The Spiritual in Art” di Michael Bevilacqua
18 settembre 2014 – 8 novembre 2014
Galleria The Flat – Massimo Carasi, Milano.

Recensione a cura di Andreas Köhn e Davide Tatti, fotografie di Davide Tatti.

“Electric Chapel: The Spiritual in Art” è il titolo della mostra che Michael Bevilacqua (nato in USA nel 1966) ha allestito presso la galleria The Flat di Massimo Carasi. La Cappella Elettrica di Bevilacqua si propone come una ricostruzione metaforica di un luogo di culto attraverso quattordici tele dipinte a spray, con inscrizioni sovrapposte, coadiuvate da tre toghe simbolo dei celebranti e da una serie di ceri, accesi al momento dell’inaugurazione, posti come segno del rituale svolto. “The Spiritual in Art” richiama il saggio “Lo spirituale nell’arte” che Kandinsky scrisse tra il 1904 e il 1909, dove alla rilevanza del linguaggio pittorico come grammatica si affianca quella della soggettività e spiritualità dell’artista. Altro riferimento di Bevilacqua è la Cappella dell’Università di Saint-Thomas, l’edificio di culto interreligioso realizzato negli anni ’70 a Houston in Texas, all’interno del quale, per dare evidenza visiva all’esperienza del “sacro”, viene scandito un percorso di quattordici tele tendenti al monocromo che Mark Rothko realizzò tra il 1965 e 1967. “Electric Chapel” è anche il titolo di una canzone del 2011 di Lady Gaga, dove la cappella elettrica è il luogo d’incontro tra entità opposte: femminile e maschile, bene e male, sessualità e spiritualità: dall’avvicinamento di poli opposti si genera la carica elettrica e anche la ricerca del desiderio. Durante la sua attività, Bevilacqua ha spesso attinto a forme della cultura Pop, facendole diventare delle suggestioni centrali: come il breve slogan “be young, be dope, be proud” – cantato da Lana Del Rey in “American” – e trascritto nell’opera disposta all’ingresso. Nella sua “Cappella”, Michael Bevilacqua riproduce una tensione bipolare, ponendo in antitesi luce e buio, testo leggibile o cancellato, linguaggio verbale e astrazione cromatica; anche il nome “Judas”, colui che ha avuto il destino più “dark” tra gli apostoli, riportato in una delle tre toghe, è simbolo di antitesi. Viene abolita la separazione tradizionale tra sacro e profano, anzi è la loro vicinanza che produce la carica elettrica e vitale, generatasi all’interno di una ricerca esistenziale senza riferimenti confessionali precisi. Restano comunque alcuni retaggi tradizionali, come il riferimento al racconto biblico sulla caduta di Adamo nell’iscrizione “paradise is lost”, che rievoca altresì il poema “Paradiso perduto” dello scrittore inglese antitrinitario John Milton (1608-1674). Nell’insieme il lessico e gli enunciati riportati nelle tele sono frammenti di esperienza disposti in maniera sconnessa; rispecchiano una realtà confusa e incompleta, propria di una generazione rimasta sola e con un futuro incerto. La parte “spirituale dell’arte” come proposta da Michael Bevilacqua si sta muovendo in una nuova direzione rispetto ai suoi lavori a tema religioso, come “Trinity” oppure “Heavy Cross”, dove vengono rielaborati criticamente alcuni segni e simboli appartenenti alla tradizione religiosa cristiana. Nella sua “Electric Chapel” si sta evocando uno spirito ribelle e iconoclasta, che ridisegna uno spazio celebrativo per l’essenzialità e la centralità della nuda parola.

Andreas Köhn
Nato e formatosi in Germania, dottore in teologia; dal 1996 vive e lavora in Italia; ha pubblicato saggi di carattere esegetico-storico.

Davide Tatti
Nato in Sardegna, dal 1999 vive a Milano dove ha svolto attività di grafica editoriale, dal 2007 si interessa di fotografia di documentazione.

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