EDWARD HOPPER

EDWARD HOPPER

COMPLESSO DEL VITTORIANO – 1 OTTOBRE 2016 – 12 FEBBRAIO 2017

A cura di Silvia Moretta

Tornano a Roma, dopo la grande rassegna antologica del 2010 (presso la Fondazione Roma Museo di via del Corso) le opere di Edward Hopper  (1882-1967). La mostra, inaugurata il 1 ottobre scorso, è ospitata al Complesso del Vittoriano (Ala Brasini) fino al 12 febbraio 2017. Una scelta dal sicuro successo per il Gruppo Arthemisia, che l’ha organizzata e prodotta in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, da cui provengono tutte le 60 opere esposte.

Hopper è uno degli artisti americani più famosi e amati del XX secolo, insieme a Jackson Pollock e Andy Wharol. Pittore indipendente, un modernista che non si avvalse dell’astrazione, la modalità espressiva predominante del modernismo, Hopper è stato definito dalla critica di volta in volta come l’ultimo dei puritani, il pittore dell’attesa, della luce, un pittore “morfologicamente americano”, dotato di uno stile e di un linguaggio assolutamente personale, di un realismo sui generis, con un contenuto radicale nelle sue composizioni volto a dar voce all’alienazione caratteristica dell’età moderna, alla “solitarietà” dell’uomo moderno americano. Ciò rende non solo la sua arte assolutamente attuale, ma tanto sono riconoscibili i richiami, i “saccheggi” più o meno denunciati che ne ha fatto il mondo della fotografia e del cinema, che il nome dell’artista si è trasformato nell’aggettivo “hopperiano”, rendendo immediatamente intelligibile il concetto di “atmosfera hopperiana”. Parte proprio da qui l’articolo introduttivo al catalogo della mostra del curatore Luca Beatrice: «è raro che il nome di un artista visivo si trasformi in un aggettivo che renda perfettamente l’idea di uno stile e di un linguaggio»[1], al pari del “cinema felliniano” o dell’ “arte duchampiana”.

L’esposizione del Vittoriano è suddivisa in 6 sezioni: ritratti e paesaggi, disegni preparatori, incisioni e olii, gli straordinari acquerelli e, immancabili, le immagini di donne; cronologicamente si inizia dalle opere dei primi del 900, periodo della formazione parigina, delle iconiche Le Bistro or The Wine Shop(1909), Summer Interior(1909), New York Interior(1921), South Carolina Morning(1955) fino a Second Story Sunlight(1960). Prestito eccezionale è l’olio su tela Soir Bleu, opera della lunghezza di circa due metri, realizzato nel 1914 a Parigi.

Alla mostra si aggiunge una sezione del tutto inedita, che prescindendo dalla selezione delle opere esposte, è dedicata all’influenza di Hopper sul grande cinema: i film che hanno per protagonista Philip Marlowe, i lavori di Hitchcock – Psycho e Finestra sul cortile -, quelli di Michelangelo Antonioni, fino ai diversi riferimenti hopperiani ne Il Grido, Deserto rosso e L’eclisse. In Profondo rosso, Dario Argento ricostruisce come “Nighthawks” la sequenza del bar; in Velluto blu e Mullholland Drive, David Lynch s’ispira a molte opere di Hopper, così come Wim Wenders in Paris, Texase Todd Haynes in Lontano dal Paradiso e i fratelli Coen in L’uomo che non c’era.

[1] Luca Beatrice, Hopperiana, in Edward Hopper, catalogo della mostra, Ed. Skira Arthemisia Group

 

Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.

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