E-STASI.Editoriale

di Guendalina Barchielli

for a minute, there, I lost myself
Karma police
Radiohead

Fermiamoci. Spazziamo via tutto, tranne il nostro respiro. I fremiti del nostro corpo e quello che cattura la nostra attenzione tanto da cancellare tutto il resto. Un momento di contemplazione e pace assoluta in cui la quiete si lascia assaporare fino ad assorbirci. Dionisiaca euforia, follia in cui l’inibizione è bandita e l’impossibile è reale.
Tutto pare sospeso, tempo e spazio non esistono più, o almeno non sono più la cornice delle nostre azioni, perché li ridefiniamo, li annulliamo nella sensazione di una completezza assoluta. È forse questa l’Estasi?
Non un passivo fermarsi, ma un superamento dell’idea stessa di movimento: qui e ora non c’è nulla se non noi stessi, le nostre passioni e i nostri dolori, pungenti, nitidi come non mai, eppure inspiegabili con le sole parole. E dunque, questo frammento d’infinito è il paradosso in cui attraverso l’annientamento del pensiero razionale si conquista la conoscenza di quello che siamo e dei nostri desideri.
Come a dire: è solo grazie all’incoscienza, uscendo dal nostro spazio e dal nostro tempo, e perdendoci, per come ci viviamo di solito, che ci ritroviamo con una percezione tutta nuova. Che nasca dal piacere, dal dolore o dalla contemplazione, l’estasi ci porta dritti verso noi stessi. Il momento in cui siamo più compiuti, in cui ci “percepiamo”, grazie alle nostre emozioni.

Avete mai vissuto un’esperienza simile? Sette i fotografi che l’hanno raccontata, per immagini.

Introduzione alle immagini