Dalle periferie ai centri cittadini – Intervista a Daniele Cametti Aspri

Dalla rubrica Interview – Quattro chiacchiere con i fotografi
a cura di Alberto Ianiro


Dalle periferie ai centri cittadini, lo sguardo di Daniele Cametti Aspri sul mondo circostante

I suoi lavori riescono ad essere molto differenti l’uno dall’altro ma sono spesso accomunati dall’assenza dell’uomo all’interno dei paesaggi immortalati, siano esse periferie degradate o illustri centri cittadini. Da Dark Cities a Verde Contemporaneo, intervista a Daniele Cametti Aspri


Daniele, quest’anno hai portato in giro i tuoi lavori in tutta Italia da Verde Contemporaneo a Dark Cities, fino al recente Extraordinario a Km 0. C’è qualcosa che unisce queste opere all’apparenza così diverse?

I diversi lavori che porto in mostra, pur differenti, esprimono e consolidano la mia visione della fotografia nella costante ricerca di offrire qualcosa di nuovo e originale all’interno dell’ordinario. La fotografia per me deve sempre portare un messaggio, deve comunicare. Ciò che cerco è la cosiddetta nota stonata, un punto di riflessione, qualcosa che mi stimoli nella ricerca e mi porti a scoprire un qualcosa di sospeso. Secondo me la fotografia funziona quando incuriosisce, quando stimola una riflessione. E questo spirito è presente sempre in tutti i miei lavori.

Da quale riflessione nasce “Verde Contemporaneo”?

Verde Contemporaneo” è quella nuova tonalità di verde che viene abbinata al cosiddetto “Grigio Asfalto” nel nuovo linguaggio dell’urbanizzazione ad alta densità. Questo lavoro nasce proprio da una sollecitazione visiva che ho avuto esplorando le periferie di Roma. Quando esco per fotografare, mi lascio naturalmente stimolare da ciò che mi circonda e poi vado ad approfondire fenomeni considerati ordinari. In questo caso ad esempio, il mio lavoro è nato da un pensiero: solitamente le amministrazioni comunali affidano ai costruttori la gestione di servizi quali il verde pubblico, in cambio dell’esenzione dal pagamento degli oneri di urbanizzazione. Succede spesso che il costruttore riesca, quindi, a risparmiare sul budget del progetto, ma nel tempo dimentichi completamente queste aree che dovrebbero essere destinate al pubblico. Da qui nasce la sproporzione tra le zone verdi e le aree edificate su cui ho voluto indagare. E da quegli alberelli affogati nel cemento è iniziato il mio percorso di ricerca.

L’assenza dell’uomo in questo lavoro è centrale come sembra?

In realtà si vedono le tracce dell’uomo sul paesaggio. Tutto il lavoro di ricerca sulla vita del verde nasce da una sollecitazione estetica che io vivo attraversando questi luoghi, dai centri commerciali alle periferie. E si sviluppa su una successiva indagine: la ricerca del perché di questi paradossi visivi, del perché il rapporto tra il verde e l’uomo negli ambienti periferici e negli spazi commerciali è così impietoso. Temo si tratti di una visione abbastanza oggettiva, a mio avviso, di quella che è la società di oggi. L’uomo non c’è, ma è estremamente presente, perché sono presenti i risultati di ciò che fa.

In Verde Contemporaneo l’uomo non c’è ma è presente, allo stesso modo in Dark Cities la luce non c’è ma è protagonista di ogni scatto. Da dove nascono le visioni notturne di Dark Cities: Parigi?

“Tutto è nato da una vertigine avuta alla vista notturna del Petit Palais, mentre le luci della Tour Eiffel si stagliavano in cielo alle sue spalle. Nelle mie perlustrazioni notturne delle maggiori capitali europee, in cui l’umanità è pressoché assente, si avverte il silenzio, la solitudine di chi si trova nel buio e si tiene distante dalla società… ne osserva il suo evolversi, in disparte e nascosto. Luce ed oscurità sono i due lati opposti dello stesso percorso narrativo con cui racconto i territori che attraverso. Si tratta di temi opposti e complementari, imprescindibili l’uno dall’altro come il nero ed il bianco e la notte ed il giorno.”


Da Parigi a Milano… recentemente Spazio Tadini ha ospitato “Extraordinario a Km 0” in cui hai mostrato in anteprima gli scatti di Dark Cities Milano, cosa ci dici di questo lavoro?

Anche Dark Cities Milano gioca con buio, luce e ombre. A me piace molto l’ambiente urbano, mi piace fotografare la città come specchio dell’uomo e Milano mi ha dato la possibilità di farlo. Ne ho scoperto io stesso un nuovo volto e ho voluto immortalarla lontana dai luoghi comuni come la nebbia, lo smog, il freddo, la città dove si va solo per lavorare dalla mattina alla sera. Ogni immagine indaga cosa c’è nel buio, cosa di positivo e magnetico nell’oscurità, tanto in senso materiale quanto metaforico.

Dark Cities Milano è stato presentato come parte della mostra Extra Ordinario a Km 0, ci spieghi questo titolo?

Il titolo “Extraordinario a Km 0” vuole valorizzare tutto ciò che conosco e in cui mi ritrovo e al contempo indica quanto le mie abitudini siano rassicuranti. Significa indagare in luoghi che mi sono estremamente familiari ma cercando al contempo di scoprirli attraverso uno sguardo diverso, basti pensare che la maggior parte di questi lavori sono stati realizzati in un raggio di 5/6 km. Il titolo fa parte in qualche modo della mia storia personale, del mio percorso e della mia formazione, sia emozionale sia culturale sia familiare perché tutto nasce da una estrema affezione ai valori familiari.  Le vicende della mia famiglia sono state molto sofferte per cui in qualche modo sono molto attaccato a valorizzare tutto ciò che non ho mai avuto.

Se dovessi trarre un bilancio dell’anno appena concluso cosa diresti?

Sicuramente è stato un anno molto intenso, partito con Dark Cities ed un inatteso successo, supportato anche da una strategia di comunicazione efficace, che mi ha dato la possibilità di crescere dal punto di vista mediatico. Nel corso dell’anno è cresciuta anche la visibilità dei miei lavori tra il pubblico professionale e questo mi ha consentito di realizzare mostre ambiziose e concretizzare collaborazioni importanti, dal The Mill al MIA con VISIVA, dal Make Your Fest al Photoshow, da Spazio Tadini a PhotoContainer. E’ stato un anno in cui ho potuto bilanciare lavori personali e collettive, anche attraverso il successo di Niente da Vedere, rimanendo fedele ad un filone: quello della ricerca e dell’esplorazione all’interno del paesaggio urbano.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Ho tanti progetti in cantiere, prima di tutto, continuerò la mia ricerca legata all’esplorazione del paesaggio a Km 0 partecipando ad una mostra collettiva guidata da Massimo Siracusa. L’ho conosciuto tra le pareti di Officine Fotografiche ed il suo “I giardini d’Italia” è stato per me fonte di grande ispirazione; nel 2014 sono anche stato suo allievo, quindi poter concretizzare una collaborazione con lui è davvero un onore. Sto lavorando poi ad un lavoro più intimo insieme ad Annalisa D’Angelo, si chiamerà “Ordinary Loneliness” e avrà come suo fulcro un paesaggio introspettivo: immortalerà quei momenti di solitudine che tutti viviamo quando non riusciamo a confrontarci con la società che ci circonda. Altro progetto importante è quello legato ad un seminario, “la metropoli che non c’è”, con Maurizio De Bonis che porterà poi allo sviluppo di un nuovo lavoro, diciamo un “Dark Cities: Roma” ma con delle particolarità di cui ancora non posso parlare!

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