CIVILE.EDITORIALE

di Luigi Torreggiani
Direttore Responsabile


Se ci si pensa bene, non sono poi così tanti i modi che abbiamo per conoscere una civiltà. Conosciamo quelle antiche grazie ai ritrovamenti archeologici, a espressioni artistiche come pittura, scultura e architettura, oppure grazie a testi scritti. Sappiamo molto più di quelle moderne da quando, nella prima metà dell’Ottocento, ha fatto il suo ingresso nella storia la fotografia.

Che lo si voglia oppure no, che si fotografi per esplorare se stessi o il mondo là fuori, sempre, inevitabilmente, una fotografia è in grado di descrivere, più o meno nitidamente, una parte della civiltà in cui è nata.

Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato” ci ha suggerito a ragione Ansel Adams.

Fotografare è esserci: in un luogo, in un tempo, in una condizione; esserci per registrare qualcosa, qualsiasi cosa, e racchiudere quella visione in un’immagine che, presumibilmente, dovrà durare nel tempo.

Ecco allora che mi piace pensare alla fotografia, a tutta la fotografia, prima di tutto come impegno civile. Non c’è bisogno di realizzare esclusivamente immagini di denuncia sociale o di documentazione di particolari trasformazioni ambientali: in fondo ogni cosa che fotografiamo oggi racconterà la nostra società, la nostra civiltà (nell’accezione più ampia del termine, che comprende anche l’inciviltà) in futuro.

Ma siamo nel mondo del digitale, del tutti-fotografi, dei miliardi di immagini viste ogni giorno da chiunque e della compulsiva condivisione social: qualcosa rischia di cancellare, o meglio, di appannare notevolmente, questo nostro piccolo-grande impegno civile.

Se il web avrà memoria (ma ne siamo sicuri?) la nostra società sarà di certo raccontata e analizzata anche tra mille anni grazie a queste fotografie, anche quelle che alcuni definiscono “spazzatura”: anch’esse saranno lo specchio di noi.

Ma non bisogna di certo reagire a questa alluvione smettendo di bere acqua! Occorre far uscire le proprie immagini dagli hard disk, condividerle… ma non solo per gettarle nel web-mare impetuoso di pixel in cui tutti ci sentiamo soffocare.

C’è bisogno più che mai di farle uscire dai microchip dei propri sofisticati sensori per un motivo, con un perché, avendo chiaro l’impegno civile che ci siamo scelti: essere, in qualche modo, gli occhi di una società, la cui visione può rimanere nel tempo. Quello che fanno Clic.hé e altre numerose iniziative editoriali simili è proprio questo: Tentare di creare un golfo di acque calme in questo mare in burrasca di immagini e provare a raccogliere, filtrare e ordinare qualcosa che, anche in futuro, potrà raccontare di noi.


 

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