CHANGE.editoriale

di Luigi Torreggiani
Direttore Responsabile

Cambiamento è una delle parole più ripetute ogni giorno dai politici di turno che si alternano sulle poltrone dei talk show televisivi di tutto il mondo. È ciò che la gente desidera, una condizione oggettivamente vitale. Tutti vogliono sentirsela raccontare e così, da buoni imbonitori, anche il più conservatore ne fa oggi vessillo in discorsi e manifesti da imminente campagna elettorale.
Un conto è sentir parlare di cambiamento, altra cosa è percepirlo nella realtà. Altro aspetto ancora diverso è vederlo dinnanzi ai nostri occhi, questo benedetto cambiamento. È qui che entra in gioco la fotografia, svelando i chiaroscuri di questa condizione che è normale ed essenziale per ciò che è vivo e si evolve (il buon vecchio Darwin l’ha spiegato bene!).
Tutto intorno a noi muta inesorabilmente, ogni giorno, in un perpetuo moto rotatorio… eppure le persone chiedono a gran voce, continuamente, il cambiamento, proprio perché motore di quella stessa ruota che gira, in cui tutti siamo protagonisti.
Da un lato il verbo cambiare significa spesso ritornare indietro. E’ solo un banalizzante: “Si stava meglio quando si stava peggio”?
Dall’altro sottende una voglia di progresso sempre più ampio: maggiori comodità e possessi. Non è forse questo un paradigma oramai superato anche dalla storia?
Poi si sente spesso invocare un cambiamento globale senza però la disponibilità a modificare prima di tutto se stessi e le proprie abitudini: trattasi d’ipocrisia militante?
C’è infine quel solito verbo, cambiare, che ci parla di valori, di etica, di onestà. Viviamo davvero in una società così meschina e disonesta in ogni sua parte, da rivoluzionare radicalmente a tutti i costi?
C’è qualcosa, nella nostra cupa e meravigliosa epoca di transizione, che spinge il sentimento comune nella direzione del voler cambiare, velocemente, spesso senza chiedersi a fondo cosa porterà quella trasformazione. Evidentemente non ci sentiamo in una “Belle Époque”, questo è poco ma sicuro, ma cosa e soprattutto chi vorremmo davvero essere?
La fotografia esplora questo dilemma, le sue contraddizioni, ponendoci di fronte a riflessioni semplici ma essenziali che possono nascere osservando e leggendo questo nuovo numero di Clic.hé.
Nella copertina della nuovissima versione PDF sfogliabile e scaricabile (un bel cambiamento!), che inauguriamo per il quarto compleanno della rivista con questo numero, c’è una giostra altissima che gira, immortalata da Caterina Caputo a New York.
È lì per dirci che tutto ruota, tutto muta, tutto va avanti per poi ritornare indietro, nell’ebbrezza collettiva del vento in faccia e delle luci scintillanti: il cambiamento ha tante facce, da valutare con attenzione.
È forse il tempo, ed è questa una delle virtù ancora attuali, vive, della fotografia, di non dare risposte affrettate, ma di porre domande.
Buona visione!

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