CHANGE. DESOLATE GEOMETRIE

PH Gabriele Al Jarrah Al Kahal

Negli ultimi decenni si è assistito a una sorta d’impoverimento dell’architettura industriale dovuto paradossalmente, all’aumentata capacità e necessità di costruire, rapidamente ed economicamente, impianti industriali composti di elementi in calcestruzzo prefabbricati, che hanno dato come frutto un’innumerevole quantità di capannoni pressoché identici tra loro. In passato però non è stato sempre così. Nel periodo tra le due guerre mondiali, di grande stimolo all’industrializzazione, crebbe il riconoscimento dell’importanza che le condizioni ambientali esercitano sul lavoro e sui lavoratori stessi, cominciando così ad attribuire ai fabbricati industriali maggior importanza. S’intuì che la commistione di pilastri e travature, con i loro giochi di luce e ombre, era suscettibile di una propria particolare estetica legata alla funzione. Si comprese allora la possibilità di raggiungere il bello, pur mantenendo, interconnesse le necessità e utilità industriali. Nacque così un’architettura industriale e una sua concezione strettamente legata alla struttura del fabbricato, in cui ferro e cemento diede la possibilità di creare nuove conformazioni spaziali, atte a creare volumi, funzionali e scenografici, dipendenti dalle esigenze, dalle condizioni di ubicazione e di processo produttivo. Queste desolate regolarità, ritratte nel nord-est italiano, rappresentano un indicativo esempio dei  concetti prima esposti. Le immagini raffigurano spazi di geometrie ricercate, oramai silenziose e dimenticate, il cui unico rumore percepibile è il respiro del vento che attraversa tunnel, labirinti, corridoi e “gabbie toraciche”, spoglie silenziose che testimoniano un passato di grandi numeri e grandi idee architettoniche ormai perdute e dimenticate dietro recinzioni e murature che nascondono il loro vero, “essere stato”.

AUTORE Gabriele Al Jarrah Al Kahal

Gabriele Al Jarrah Al Kahal, classe 1986, nato a Vittorio Veneto, studia Informatica presso l’università Ca’ Foscari.
I genitori lo ricordano ancora piccolo quando gli affidavano una Pentax a rullino per scattare foto ricordo delle vacanze, notando stupiti che le immagini dimostravano un occhio attento alla composizione fotografica. 
Passano gli anni e le gite scolastiche continuano a dare i loro piccoli frutti, finchè Gabriele ha la fortuna di avere tra le mani una macchina capace di lasciare la libertà di fotografare senza i limiti del “preimpostato”.
Da allora è alla ricerca di ritrarre ciò che le persone spesso hanno davanti agli occhi, ma che la frenesia della civiltà lascia passare inosservato.
Predilige la fotografia paesaggistica e l’archeologia industriale del XX secolo

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