AUTORI AL MIA PHOTO FAIR: ALESSANDRO RISULEO IN UN’INTERVISTA DI 6GLAB.

Introduzione alla mostra “Contaminazioni del corpo” di Alessandro Risuleo
dal 28 aprile al 2 maggio 2016 al MIA PHOTO FAIR
The Mall – Porta Nuova Varesine
Piazza Lina BO Bardi,1  Milano
Intervista all’autore a cura di 6Glab



Come ti sei avvicinato all’elaborazione digitale delle immagini e all’ambito fotografico?

Ho iniziato la mia carriera ventiquattro anni fa in ambito pubblicitario come visual artist e art director e qui ho acquisito grande esperienza nell’elaborazione digitale delle immagini, esperienza che poi sono riuscito a trasferire in ambito fotografico nei vari progetti che sviluppo. Le mie immagini risultano “costruite” non solo “scattate”. Quello che cerco di fare con la mia fotografia è mettere sempre in relazione creato e creatore, unire il corpo fotografico con coloro che lo osservano, facendo si che lo spettatore partecipi sempre insieme al fotografo al processo creativo. Sebbene le mie immagini propongano un determinato messaggio, alla fine è solo lo spettatore il vero protagonista che attraverso la propria esperienza percepisce i miei lavori in una determinata maniera.

Ci parli del tuo nuovo progetto “Contaminazioni del corpo”? Lo presenti per la prima volta al MIA Photo Fair?
In questo nuovo progetto fotografico ho cercato di raccontare la figura umana in maniera originale, concentrandomi solo sulle parti del corpo contaminate dalle pennellate frastagliate e ruvide della vernice utilizzata per evidenziare linee o sovrapposizioni di arti. Questo lavoro trasmette la mia voglia di distaccarmi dai canoni della tecnica, che vuole tutto standardizzato e perfetto, per  proporre una visione differente delle cose, dove non è l’utilizzo tecnico che conta ma sono l’idea e il messaggio ad essere davvero protagonisti. In “Contaminazioni del corpo” ho inserito un elemento aggiuntivo per cercare di far comunicare l’opera stessa con lo spettatore: grazie alla realtà aumentata e ad una particolare app da utilizzare con gli smartphone, le immagini inquadrate prendono vita e diventano parte di un’animazione che racconta più di quello che non si vede semplicemente dalle immagini. Lo spettatore diventa così protagonista dell’opera senza saperlo (questo è un video che spiega il funzionamento dell’app: https://vimeo.com/160339974). Con l’app non ho voluto concentrare l’attenzione sulla tecnologia o sull’effetto scenico, ma sull’interazione che si crea tra spettatore e opera. In questo modo le “contaminazioni” prendono il sopravvento sullo spettatore che in maniera quasi inconsapevole interagisce con la fotografia. Lo spettatore diventa parte dell’opera stessa.

“Contaminazioni del corpo”, così come gli altri due progetti che porto al MIA Photo Fair, “Moments of being” e “Pure souls” , vengono presentati per la  prima volta in quest’occasione, fino ad ora infatti sono lavori che ho solo promosso digitalmente.

In questo lavoro, che valore aggiunto offre la realtà aumentata?
La realtà aumentata è un modo per far si che lo spettatore si soffermi di più sull’opera e cominci ad interagire con l’opera stessa semplicemente inquadrandola con lo smartphone. Il fatto che poi l’applicazione crei video e movimenti è un elemento aggiuntivo, la cosa più interessante è che per poter fare ciò lo spettatore si ferma di più davanti al lavoro e interagisce con esso. Unire un video ad un’immagine fissa mette ancora di più in moto la creatività dello spettatore perché è lui a dover interpretare un’azione e a capire cosa voglia dire.

Ci parli anche degli altri due progetti che porti al MIA?
Oltre a “Contaminazioni del corpo” a MIA FAIR porterò anche i progetti “Moments of being” (Stati d’essere) e “Pure souls ”(Anime Pure).

Nei lavori che appartengono al progetto “Stati d’essere” c’è una figura umana imprigionata all’interno di un tessuto in tensione che toglie e sottrae le forme ma che crea drappeggi che ricordano le linee di classiche sculture di marmo. Qui vi è il tema della “materia” (in questo caso il tessuto) che nasconde e contamina il corpo. L’intervento grafico all’interno dell’immagine illustra e descrive il progetto, ogni singola immagine possiede un titolo che indica un tratto caratteriale preciso: Razionale, Altruista, Incoraggiante, Libero, Fragile etc. etc. e il disegno dietro la figura descrive il titolo. In quasi tutti i miei progetti ricorre il tema della figura umana e di un qualche elemento che la nasconde, nel caso di “Moments of being”, l’elemento è il telo. Si tratta di una stoffa particolare, la lycra bianca, che è molto elastica e tesa ricorda il marmo delle sculture classiche. Questa è un’interpretazione ma mi piace anche il  fatto che il corpo umano, che è facilmente riconoscibile, con la stoffa diventa quasi un elemento astratto e che l’aggiunta del disegno minimalista completi l’opera. La figura astratta dà l’idea di un’umanità non precisa mentre il disegno dietro è tecnico e preciso e propone un messaggio chiaro e più dettagliato. C’è la figura con il carattere altruista, c’è la figura con il carattere ribelle dove c’è un triangolo che entra in un quadrato; c’è la figura razionale dove c’è un rombo dentro ad un quadrato dunque linee dritte e ben posizionate. Tutti i disegni hanno sempre una posizione ben precisa, è tutto molto elaborato. Il titolo spiega veramente l’opera e per assurdo senza titolo l’opera perderebbe parte del proprio significato.

In “Anime pure” (Pure souls), invece, tra la figura umana e lo spettatore viene inserito un elemento trasparente ovvero un telo di nylon che non permette una visione chiara e pulita dell’immagine ma che allo stesso tempo fa percepire perfettamente il corpo nudo della persona. C’è ad esempio una donna che si muove in maniera dinamica e il movimento è accentuato dall’effetto mosso e sdoppiato della figura stessa. Allo stesso tempo il dinamismo è in qualche modo frenato, imprigionato, all’interno di un elemento estraneo che non permette il completo liberarsi. Le figure sembrano voler uscire dal telo, in qualche maniera vorrebbero liberarsi da esso; si tratta di anime pure  poiché sono anime ancora tutelate, ancora protette. Se dovessero uscire non sappiamo come rientrerebbero. L’opera diventa metafora di uno stato sociale in cui spesso la donna si trova a combattere per potersi esprimere liberamente, bloccata dai pregiudizi o da arretrate regole morali.

Questi tre lavori poi verranno esposti da altre parti? Che progetti hai per il futuro?
Per questi tre lavori, oltre all’esposizione all’interno della galleria che ci ospita al MIA, non c’è ancora in programma una vera e propria mostra. La prossima esposizione sarà però sicuramente sul progetto “Contaminazioni del corpo”. Fino ad ora sono state realizzate solo cinque opere  e ne vorrei sviluppare molte di più. Appena ne avrò almeno una ventina potrò realizzare una mostra a Roma.

Questi tre lavori si differenziano in qualche modo da quelli precedenti o c’è un filo conduttore?
Il filo conduttore di tutti i miei lavori è la presenza del corpo umano. Per il tipo di ricerca fotografica che faccio, la fotografia è un mezzo per poi poter costruire un’immagine. Nei tre progetti che presento al MIA c’è molta elaborazione digitale però è un’elaborazione che viene unita alla fotografia e senza la fotografia non sarei riuscito ad ottenere la stessa cosa. Sono due elementi che devono collaborare per forza insieme. In “Pure souls” avrei potuto utilizzare dei modelli in 3D fatti al computer ma non sarebbe stato lo stesso perché mi piace che sia la modella a decidere cosa fare e a interpretare il senso umano. In 3D avrei dovuto essere io a decidere cosa avrebbe dovuto fare l’animazione invece così è la modella che decide come muoversi. Ho utilizzato la fotografia per fermare un istante ma è stato molto difficile realizzare questo lavoro perché è complicato poter fissare fotograficamente un momento legato all’azione del modello: non sempre c’è fluidità, a volte c’è molta incertezza. Si tratta di un lavoro di studio e di scelta che è molto complicato, in una sessione riesco si e no a tirare fuori uno scatto

La tua fotografia è molto collegata al mondo dell’arte, come mai questa scelta?
Io non realizzo fotografie per lavoro ma solo per piacere e una delle cose che mia piace di più è poter vedere le mie opere appese al muro dentro casa. L’immagine che io realizzo mi piace immaginarla e vederla esposta a medie e grandi dimensioni, non la immagino piccola. Mi piace pensare che le mie realizzazioni possano arredare, non disprezzo questa scelta. Forse proprio qui c’è un possibile collegamento con l’arte. I grandi pittori venivano chiamati dai grandi mecenati per ornare pareti e soffitti. Poi ho anche la fortuna di vivere prima di tutto in Italia e a Roma, città che è ricca di opere d’arte. Sicuramente essere circondato da grandi capolavori classici ha influenzato il mio lavoro. Ho iniziato la mia ricerca fotografica proprio ispirandomi agli artisti e ai maestri dell’epoca classica. Ho proseguito con il periodo d’oro del Rinascimento e ho approfondito lo studio delle luci e delle ombre di Caravaggio fino ad arrivare alla Pop Art di Andy Warhol e l’espressionismo di Rotella. “Human frames” ad esempio, uno dei miei primi progetti,  è legato alla fotografia della street art e vede il  corpo umano sovrapposto come cornice dell’opera da strada. La fotografia è arte e tra le varie arti ci può essere unione. In contaminazioni del corpo io dipingo le parti del corpo per creare quelle figure che a me interessano. La mia fotografia è studiata a tavolino, progettata, disegnata e rimessa in scena.

6Glab
Il laboratorio di idee, la nuova divisione dedicata al mondo della fotografia, dell’arte e della cultura di SEIGRADI, agenzia di relazioni pubbliche e marketing communications fondata nel 2003. 6Glab nasce per supportare il cliente in tutte le fasi di avanzamento di un progetto, dall’ideazione fino alla sua effettiva realizzazione e comunicazione, con l’obbiettivo di mettere in contatto il mondo imprenditoriale con quello culturale e artistico.

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