Artico: Ultima frontiera

Intervista al curatore della mostra e Direttore Artistico dei “Tre Oci” Denis Curti e a Paolo Solari Bozzi, uno dei tre artisti che hanno esposto.

A cura di Giorgio Nuzzo.

Nella mostra “Artico. Ultima frontiera”, esposta ai Tre Oci a Venezia, i tre fotografi raccontano le bellezze di una terra che presto potrebbe non esistere più, così come i suoi abitanti. Invitano a riflettere sul tema grazie alle loro storie di interazione fra l’Uomo e la Natura raccontate con un raffinato bianco e nero. La mostra è visitabile fino al 2 aprile 2017.

DENIS CURTI curatore della mostra e Direttore Artistico dei Tre Oci 

Qual è il motivo che l’ha spinta ad ospitare una mostra sull’Artico a Venezia?

L’Artico, così come Venezia, sono ecosistemi in perenne sofferenza. Venezia è una città fragile che presenta problemi ambientali fortissimi come l’acqua alta, l’inquinamento e le grandi navi, mentre l’Artico vive un cambiamento climatico che sta stravolgendo gli equilibri della natura. Per questi motivi abbiamo pensato di realizzare un gemellaggio virtuale tra la laguna e le terre artiche.

“Artico. Ultima frontiera” può aiutare a sensibilizzare sul tema dell’inquinamento ambientale?

Questo progetto segue una logica di continuità con il lavoro iniziato con Sebastiao Salgado nel 2014 quando ai Tre Oci è stata ospitata la mostra Genesi che come Artico non segue il messaggio della denuncia, ma focalizza l’attenzione sulle bellezze della natura. La fotografia è uno strumento strepitoso che può servire a conoscere meglio il mondo e a creare interazione fra le persone distanti anche migliaia di chilometri. Il nostro obiettivo è proprio quello di creare relazioni e discussioni sul tema.

Come è avvenuta la scelta degli artisti?

Nel mio girovagare da curatore mi sono imbattuto nei progetti di Paolo Solari Bozzi, Carsten Egevang e Ragnar Axelsson, fotografi provenienti da tre realtà diverse come Italia, Danimarca e Islanda, ma uniti dall’ammirazione per i luoghi artici. Con loro ho condiviso il pensiero di allestire una mostra ai Tre Oci che raccontasse le esperienze fotografiche vissute in queste terre isolate. È stato un incontro fra uomini di grande sensibilità e il risultato lo conferma.

PAOLO SOLARI BOZZI fotografo di “Artico. Ultima Frontiera”

Cosa l’ha portata ad affrontare questo difficile ed impervio viaggio?

Volevo fare qualcosa di diverso in cui mi potessi rispecchiare e ho deciso di intraprendere questa nuova esperienza, fotografando storie di persone in luoghi isolati e ostili. Ci si ritrova in un ambiente molto rilassante e quindi l’approccio con le persone è stato di grande empatia e gentilezza ed è proprio in queste situazioni che si riescono a scattare delle buone fotografie.

La mostra verte su 3 regioni, Groenlandia, Islanda, Siberia e ognuno di noi ha sviluppato il proprio lavoro indipendentemente nel corso degli anni. L’incontro con gli altri due fotografi è avvenuto in un piccolo paesino nel nord-est della Groenlandia e lì è nata l’idea di realizzare una mostra a Venezia.

Cosa pensava di trovare e cosa realmente ha trovato in questi luoghi?

Sono partito con l’immaginario collettivo degli eschimesi, ma sono rimasto sorpreso nel vedere che c’è stata una forte occidentalizzazione. Il popolo Inuit conta solo 100.000 individui e sta vivendo un delicato passaggio fra tradizioni millenarie e una civiltà occidentale che vedono tramite la televisione: telefono, coca-cola e abiti europei stanno entrando nelle abitudini quotidiane, ma è ancora troppo presto per dire se sia un bene o un male.

La popolazione sta vivendo, quindi, una profonda crisi di identità: i giovani non vogliono più svolgere gli antichi lavori della caccia e della pesca, ma sognano di vivere davanti ad un computer mentre i più fortunati si trasferiscono in Danimarca per poi tornare nella loro terra d’origine senza sapere cosa fare del loro futuro. A causa di questi motivi il tasso dei suicidi è altissimo e l’alcolismo si sta diffondendo: gli Inuit non avendo, infatti, l’enzima sintetizzatore dell’alcool, tendono ad ubriacarsi molto velocemente e ciò li predispone a contrarre malattie che fino a qualche anno fa erano sconosciute a certe latitudini.

Ho visto molta disoccupazione e dove non c’è lavoro non c’è benessere neanche interiore. Detto questo sono persone molto dolci che non conoscono la gelosia o l’invidia. A ciò si aggiunge, inoltre, il problema dei cambianti climatici che portano il disgelo anticipato dei fiordi provocando il restringimento del territorio di caccia degli Inuit.

La fotografia può aiutare la gente nel capire cosa realmente sta accadendo in questi luoghi?

La fotografia è una presa di coscienza e ci fa vedere un momento che probabilmente non ci sarà più a breve: la popolazione Inuit si trova in una tenaglia fra i continui cambiamenti ambientali in atto e le società occidentali che vogliono sfruttare le materie prime del sottosuolo. Quindi il messaggio che questa mostra vuole comunicare è: “Pensateci tutti, soprattutto voi potenti del mondo”.

Ci sono eventi futuri in programma?

La mostra ai Tre Oci è la prima di altre esposizioni che avverranno in futuro. Vorremmo riproporre il summit sull’ambiente che si è svolto il 6 Marzo 2017 all’Università Cà Foscari di Venezia, al quale hanno partecipato professori ed imprenditori, e i tre documentari che arricchiscono la mostra fotografica, realizzati dalla regista svizzera Corina Gemma (“SILA and the Gatekeepers of the Arctic”), dal film–maker americano Jeff Orlowski (“Chasing Ice”) e dai registi della Repubblica Ceca Jure Breceljnik & Rožle Bregar (“The last ice Hunters”).

GIORGIO NUZZO: impressioni personali

Parole come “inquinamento ambientale”, “surriscaldamento globale” e “globalizzazione” arrivano alle nostre orecchie sempre più spesso, ma raramente ci fermiamo a capire il vero senso di queste frasi. Sono forse le ultime immagini dell’Artico così come lo immaginiamo. Anno dopo anno la calotta glaciale si restringe sempre più velocemente rispetto alle previsioni degli scienziati ed è proprio nell’Artico che possiamo vedere quanto il mondo stia cambiando, sperando che non sia già troppo tardi!

Giorgio Nuzzo

Salentino di nascita, classe ’89, laureato in Scienze Motorie all’Università di Urbino, attualmente vivo fra Lecce e Venezia. Nel 2012 inizio ad avvicinarmi alla fotografia attratto da un mondo totalmente sconosciuto sino ad allora. La passione crescente per l’arte fotografica mi porta a frequentare la “Scuola di Fotografia di Lecce” appassionandomi in particolar modo alla Street Photography, cercando di cogliere nei volti della gente le varie emozioni e i differenti modi di vivere, preferendo una fotografia maggiormente incentrata sulla comunicazione e sul significato che può trasmettere uno scatto. Parallelamente continuo a coltivare la passione per la fotografia di concerti partecipando a vari eventi musicali e collaborando con diversi magazine del settore. Attualmente sono impegnato nella realizzazione di diversi progetti fotografici a tema culturale e sociale. Nonostante le conoscenze della tecnologia fotografica e della post produzione, prediligo un approccio il più possibile realistico e puro dello scatto.

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