Are they rocks or clouds? – Marina Caneve

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A cura di Tina Miglietta
Forza e fragilità, bellezza e vulnerabilità indissolubilmente legate, sia metaforicamente che materialmente.
Chi potrebbe meglio rappresentare questo assunto di partenza meglio delle nostre montagne delle Dolomiti a cui il libro fotografico “Are they rocks or clouds?” di Marina Caneve  rende omaggio?
E’ la storia del dissesto idrogeografico di queste montagne raccontata tra arte e scienza: si parte da più di cinquanta anni fa, dal 1966, quando l’alluvione colpì e devastò questi territori montani e si continua parlando di una catastrofe che deve ancora accadere perché, come sostiene l’amico e geologo Emiliano Oddone, i grandi eventi calamitosi si ripetono all’incirca ogni cento anni.
Questa distanza dal possibile evento futuro ha permesso a Marina di studiare la fragilità del territorio con la giusta serenità emotiva, non condizionata dall’urgenza di una catastrofe imminente.
Materiali d’archivio, osservazione diretta, esperienza e scienza si sono uniti all’arte della fotografia, dando vita ad un progetto affascinante raccontato così dall’autrice: “Ho cominciato a ragionare a questo progetto nel 2015 ed a lavorarci un anno dopo. A quel tempo vivevo in Olanda, un territorio con dinamiche paesaggistiche quasi antitetiche al nostro e ciò mi ha permesso di sviluppare una forte curiosità nei confronti della terra in cui sono nata, le Dolomiti. Inoltre mi incuriosiva molto il fatto che proprio le mie montagne sono diventate patrimonio UNESCO per vari motivi tra cui il fatto che “possiamo leggerne la storia” tra gli strati di roccia che si sovrappongono, caratteristica che in parte ne determina la fragilità. Questa dualità intrinseca tra bellezza e catastrofe è rimasta un punto cardine del mio discorso”.

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Stratificazioni e sovrapposizioni caratterizzano anche le immagini del libro che raccontano la storia dei luoghi in anni geologici differenti ed al tempo stesso sono sinonimo del fatto che parte della montagna è crollata.
La fotografia diventa così l’arte per l’eccellenza capace di influire sulla nostra memoria culturale, come riporta anche lo scrittore Taco Hidde Bakker nel breve saggio che accompagna queste immagini: “La montagna come metafora è poesia; quando invece viene riconosciuta come reale causa di pericolo, allude alla forma del documentario.” Ed è proprio la forza dell’immagine che influenza la nostra percezione della natura. Una natura che “si dipinge da sola” grazie a quello specchio con memoria che è la fotografia, strumento per la costruzione di una conoscenza di cui si può essere artefici.

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Marina si era interessata allo studio del territorio già col progetto “Calamita/à” a cui ha partecipato insieme a Gianpaolo Arena analizzando la catastrofe del 1963 del Vajont.
Ha dapprima raccolto circa cinquemila immagini di catastrofi, poi ha messo a fuoco la parola ‘’vulnerabilità’’ ed intorno ad essa ha selezionato le immagini vernacolari più rappresentative della vita quotidiana. Le ha poi unite a materiali di archivio dando vita a “Are they rocks or clouds?” così come l’aveva progettato nella sua mente, alternando foto a testi importanti di tre collaboratori ben diversi tra di loro: l’amico e geologo Emiliano Oddone, l’antropologo Annibale Salsa e lo scrittore Taco Hidde Bakker. Contributi testuali autonomi che trattano lo stesso argomento da uno stretto punto di vista personale, senza far riferimento al lavoro dell’autrice.
L’obiettivo, ampiamente raggiunto, era quello di far emergere l’importanza della catastrofe nella memoria storica, perché la nostra società è molto influenzata da esse, ma troppo spesso se ne parla solo dopo che sono accadute.
Anche il titolo “Are they rocks or clouds?” rafforza il messaggio da comunicare ed è una sorta di citazione di un racconto di Dino Buzzati “Le montagne di vetro” in cui l’autore si chiede se le Dolomiti, dove anche lui è nato, siano pietre o nuvole, se siano vere oppure un sogno.

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Il progetto è stato esposto all’Edizione 2018 di “Fotografia Europea” a Reggio Emilia dove Marina ha vinto il premio per la ‘’giovane fotografia italiana’’.
Nel 2019 ha inoltre partecipato a ‘’Cortona on the move’’ con una visibilità più ampia, esponendo un numero maggiori di fotografie.
160 pagine composte con la collaborazione del curatore Daniele De Luigi ed acquistabili sul sito della casa editrice olandese www.fw-books.nl , mentre notizie dettagliate sull’autrice e sui suoi progetti sono al link www.marinacaneve.com .

Tutto ciò è stato il tema della trasmissione radiofonica Parole di Luce, andata in onda il 6 novembre scorso, condotta da Sandro Bini e Niccolò Vonci e a cura di Novaradio e Associazione Culturale Deaphoto.

 

Marina Caneve è una fotografa che lavora con un approccio interdisciplinare. Nel suo lavoro Caneve affronta i temi della vulnerabilità, ambientale, sociale e culturale, e della costruzione della conoscenza attraverso le arti visive.

Nel 2018 Caneve ha vinto il Premio Giovane Fotografia Italiana a Fotografia Europea con il progetto “Are They Rocks or Clouds?”. Con il dummy di “Are they Rocks or Clouds?”, dopo le nominations per l’Unseen Dummy Award e La Fàbrica –Photo London Book Dummy, Lesley A. Martin di Aperture le ha assegnato il Cortona On The Move Dummy Award. Grazie a questo premio e alla collaborazione con Fw: books e Hans Gremmen ha potuto nel 2019 pubblicare il libro.

Con il progetto “Bridges are Beautiful”, una ricerca sulla libertà di movimento in Europa, è stata invitata a prendere parte alla residenza artistica Docking Station (Amsterdam, 2018).

Nel 2018 è stata invitata a prendere parte al progetto Cavallino Treporti Fotografia, una commissione di ricerca decennale per il territorio di Cavallino Treporti. Il suo progetto “The Shape of Water Vanishes in Water/ La Forma dell’Acqua Svanisce nell’Acqua”è stato pubblicato in forma di catalogo con un saggio in VI capitoli di Taco Hidde Bakker (A+Medizioni bookstore, 2018).

Nel 2019 è una dei 5 fotografi incaricati di realizzare una campagna fotografica legata all’architettura contemporanea italiana per il progetto Atlante Architettura Contemporanea commissionato dal MiBAC e dal MUFOCO. Sempre nel 2019 è una dei 4 artisti vincitori del bando iAlp del Museo Nazionale della Montagna (Torino, 2019).

Oltre all’attività artistica dal 2019 insegna al Master IUAV in Photography.

È co-founder di CALAMITA/À (2013-ongoing), una piattaforma di ricerca che pone la sua attenzione sui temi delle catastrofi, i grossi cambiamenti, la memoria e la politica. CALAMITA/Á è nato per indagare la catastrofe del Vajont (1963) e coinvolge un gruppo di autori internazionali i cui lavori sono raccolti nella pubblicazione The Walking Mountain, CALAMITA/Á (2016).

Nel 2018, insieme a Gianpaolo Arena e a Vulcano, ha fondato Osservatorio Cortina 2021.

 

Tina Miglietta nasce nel 1966 a Livorno . Ha vissuto in diverse parti d’Italia ed è tornata da poco nella sua città natale . E’ appassionata di fotografia come specchio per le emozioni intime e nascoste e come arte per dare ad esse nuovi colori e forme. Ricerca la naturalezza delle tinte che possano rasserenare e mettere a tacere i rumori della mente

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