Ai Weiwei: Libero.

a cura di Diego Cicionesi

E’ in corso a Firenze, da diverse settimane, la mostra che rappresenta l’opera di trent’anni di uno dei più importanti e contraddittori artisti del nostro tempo.

E’ unanimemente considerato tra i più grandi, capace di rappresentare il proprio pensiero e la propria espressività attraverso un sistema multiforme di opere che hanno come filo conduttore l’urgenza di denunciare ogni forma di sopruso e violazione dei diritti umani.

L’artista è Ai Weiwei, cinese con un lungo trascorso di vita negli USA e la mostra è quella di Palazzo Strozzi a Firenze, dal titolo “Libero”, aperta fino al 22 del prossimo Gennaio.

In realtà la mostra non è unica in Italia ma è accompagnata da altre iniziative che completano e diffondono il pensiero e l’opera dell’Artista. Tra le varie mi preme ricordare l’esposizione e le istallazioni video/fotografiche in essere al Museo “Camera” di Torino, anche queste aperte al pubblico sino al 12 febbraio 2017

L’artista, dissidente cinese, da oltre 30 anni appunto si prodiga attraverso un ventaglio di iniziative realmente multimediali e multi-disciplinari per rivendicare la tutela dei diritti dell’uomo con particolare attenzione a quelle forme che costringono qualunque cittadino a comprimere le proprie libertà di parola e pensiero.

Chiaramente il percorso artistico dell’artista tocca corde e momenti di particolare dolore e intensità quando la sua attività si rivolge al suo paese natio e a tutte quelle manifestazioni che il potere ha messo in pratica per comprimere fino quasi ad eliminare ogni forma di espressione e libertà.

Mentre l’esposizione fiorentina, cerca di dimostrare con diverse rappresentazioni e installazioni la varietà dell’opera di Ai Weiwei, l’esposizione torinese si focalizza sul tema fotografico, mettendo in risalto sia le opere narrative che rappresentano in modo autobiografico l’autore nel suo percorso di vita attraverso la Cina e i periodi di soggiorno negli USA, sia invece i progetti anche recenti che questo ha realizzato allo scopo di denunciare episodi e atti di violenza e di sofferenza umana, non ultima la piaga dei conflitti in medio oriente e l’enorme flusso di profughi affluiti verso l’Europa.

Nel capoluogo toscano il filo conduttore di ogni installazione, dislocata nelle monumentali stanze del rinascimentale Palazzo Strozzi , non può non far riferimento al debito e tributo che questo autore ha nei confronti del movimento dadaista, di Marcel Duchamps e del suo concetto di arte concettuale e readymade.

Ai Weiwei a mio parere è la naturale continuazione ed esaltazione di tutto questo : l’artista è il selettore degli oggetti che devono diventare opera d’arte. Li decontestualizza, li manipola, li trasforma ma – soprattutto – li “ri-colloca” in un contesto diverso da quello originario in cui acquisiscono un nuovo e spesso dirompente significato.

Ai Weiwei ha saputo interpretare tutto questo, ampliando il concetto originario (qualsiasi opera e qualsiasi epoca passata è la base) ed ha inserito tutti i nuovi e moderni medium comunicativi, piegandoli e facendoli convergere verso la sua poetica e la sua idea politica.

L’artista è nell’opera e nelle cose (basta pensare alle installazioni i cui strumenti sono prelevati dal quotidiano) e la sua attività è con le persone, facendo diventare l’oggetto della sua rappresentazione e lo spettatore un’unica entità.

L’esposizione torinese, come già detto centrata sul medium fotografico, è caratterizzata da una ricca selezione del suo periodo americano e del suo periodo cinese, arrivando fino alle vicende attuali dove, per 81 giorni, l’artista è stato detenuto nelle carceri cinesi per presunti reati fiscali con un lungo periodo di ritiro passaporto.

Fotografia come racconto di se ma – implicitamente – sottolineatura visiva e concettuale della sua opera, in cui si ribadisce fortemente il ruolo che l’immagine ha, in un momento storico dove il meccanismo di condivisione “social” e l’ossessiva ripetizione e diffusione delle immagini (anche di particolare urgenza e drammaticità) rischia di sprofondare nel rumore e nell’anonimato.

L’artista tende a riappropriarsi degli spazi vuoti lasciati da questi meccanismi, inserendo se’ stesso nelle immagini sottolineatura del suo attivismo, prima di tutto politico e sociale.

L’essere lì a stretto contatto con queste masse di persone sofferenti, con un atteggiamento al limite del voyeurismo, produce l’effetto di restituire una dichiarazione nitida di chi (raro tra molti) dichiara apertamente di essere “in quei luoghi” in quel preciso momento a condividere e raccontare quel che sta accadendo.

Diego Cicionesi

Innamorato da sempre della fotografia, ho ripreso dopo una lunga inattività con un nuovo e totale approccio al mondo digitale. Sono nello Staff dell’Associazione Deaphoto, tutor per gli studenti dei corsi di Progettazione. Sono Responsabile Recensioni ed Eventi di Clic-he.

Individualmente studio i paesaggi urbani con predilezione per la foto di strada e la vita in periferia, in una scelta compositiva geometrica e tendenzialmente minimalista. Sono attratto dalle reciproche relazioni tra fotografia e psicologia e studio l’interazione tra soggettività, interiorità e elementi architettonici. Vivo con curiosità e un po’ di caos tutte le cose della mia vita, integrando il medium visivo con letture di ogni genere e musica.

L’essenza del mio vivere si concretizza nei viaggi, di qualsiasi durata e distanza.

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