ABITO. EDITORIALE

di Luigi Torreggiani
Direttore Responsabile

Abito: questa parola dal plurimo significato è decisamente intrigante: affascina perché in grado di indagare aspetti profondissimi dell’essere umano, anche se spesso ben visibili in superficie. Qui la fotografia, per fortuna, ci viene in aiuto: restringe il campo, approfondisce, scarta.

Il vivere un luogo, l’indossare un oggetto, il frequentare abitualmente situazioni e persone è ciò che ognuno di noi fa in ogni attimo della vita (ma anche dopo di essa e ben prima di nascere!). Da sempre si abita, per sempre si abita, in ogni attimo si indossa qualcosa, anche se nudi.

Abito deriva poi dal termine latino “habitus”, che significa sostanzialmente “modo di essere”, “disposizione dell’animo”, “figura”, “apparenza”, “vestimento”… altri termini che si accumulano, stratificando il mistero di una parola.

Un vocabolo che forse può mettere ordine a questo fiume in piena di significati è “intimità”.

Abito è qualcosa che stringiamo sulla nostra pelle, ogni istante. Abitare un luogo significa viverne l’anima, seppur nella banalità di ogni giorno. Habitus è, da vocabolario, “tutto ciò che siamo destinati o soliti avere con noi”: destino o scelta, tutto si abita, tutto si indossa.

E’ molto interessante osservare come tanti fotografi, quelli scelti per questo numero ma anche quelli che, nonostante gli ottimi lavori, sono stati esclusi per questioni di spazio, hanno affrontato la sfida lanciata da questa parola, dicendoci che è giusto, che serve, che è essenziale riflettere su luoghi e oggetti, anche nella loro intima banalità; che la fotografia è un mezzo ancora più che attuale per questo scopo: essa, che milioni di persone in continuo aumento utilizzano come forma espressiva e narrativa, è in fondo il “vestito” che noi umani facciamo indossare al Pianeta che abitiamo. Un abito che, come ogni vestito che si rispetti, in fondo mostra… nascondendo.

 

 

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