A MILANO GLI SCATTI DI BERENICE ABBOTT

Introduzione alla mostra “Berenice Abbott”
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ino al 6 Gennaio 2014 alla Galleria Carla Sozzani, Milano.
Recensione e fotografie a cura di Giulia Sgherri

La Galleria Carla Sozzani dedica una retrospettiva alla fotografa americana Berenice Abbott, un percorso per immagini che ci svela la ricchezza del suo lavoro ripercorrendone le tappe fondamentali. Berenice Abbott è una delle figure più interessanti e versatili della fotografia americana del XX secolo, sperimenta ogni aspetto del mezzo fotografico eccellendo in molti ambiti: nel ritratto, nella documentazione urbana, nella fotografia scientifica. Crede fortemente in una fotografia diretta-straight, non manipolata, fedele alla realtà e per questo critica apertamente Alfred Stieglitz ed i fotografi pittorialisti. Una sua famosa frase recita: ”La fotografia non potrà mai crescere fino a quando imiterà le altre arti visive. Deve camminare da sola, deve essere se stessa” (It Has To Walk Alone,1951). Originaria dell’Ohio, Berenice Abbott (1898-1991) non nutre un particolare interesse per la fotografia nella sua giovinezza ma sogna invece di diventare dapprima giornalista, poi scultrice. Dopo una breve permanenza a New York, nel 1921 si trasferisce a Parigi. E’qui, dopo un primo periodo di sacrifici ed incertezze, che incontra Man Ray, già fotografo affermato. L’artista ha bisogno di un aiutante in camera oscura, preferibilmente senza nessuna nozione fotografica così da poter essere “forgiato” a suo piacimento e Berenice Abbott accetta il lavoro. In camera oscura si dimostra molto capace e Man Ray decide di insegnarle ad usare la macchina fotografica. Inizia così a scattare i primi ritratti agli amici artisti e la sua fama si diffonde tanto che anche Peggy Guggenheim vuol farsi ritrarre da lei. Nel 1926 apre il suo primo studio e nello stesso anno si ha la prima esposizione di ritratti che riscuotono da subito gran successo. Tra i soggetti che posano davanti al suo obiettivo spiccano i nomi di James Joyce, Marcel Duchamp, Man Ray, Jean Cocteau, Andrè Gide e Max Ernst. Nello studio di Man Ray conosce Atget (1857-1927) e rimane estremamente affascinata dal suo lavoro. Nel 1927 gli chiede di posare per un ritratto (l’unico per il quale Atget abbia mai posato) ma l’anziano fotografo non lo vedrà mai perché muore prima che siano pronte le stampe. La Abbott, amareggiata per l’accaduto, acquista l’intero archivio di Atget e per tutta la sua vita farà il possibile per promuoverne il lavoro. Nel 1929 torna a New York. La città è profondamente diversa da come l’ha lasciata e sente la necessità di documentarne i cambiamenti. Apre uno studio per portare avanti il suo lavoro di ritrattista in modo da finanziare questo progetto ma la Grande Depressione delude le sue aspettative. E’ costretta a fare enormi sacrifici per realizzare quella che sarà la sua opera più conosciuta ed influente, Changing New York. Con una macchina di grande formato ritrae la città mettendo in risalto il contrasto tra passato e presente, l’adattamento alla modernità, alternando uno stile prettamente documentario, diretto ad una nuova visione estetica, attenta ai dettagli e dalle prospettive talvolta audaci. I suoi scatti vengono pubblicati su riviste (Life,1938), esposti in musei e raccolti poi in volume nel 1939. Tra i più rappresentativi Night view (1932), Squibb Building (1935), Blossom Restaurant (1935), presenti in mostra alla Galleria Sozzani. Concluso il lavoro su New York decide di dedicarsi ad un progetto inconsueto ed ambizioso, che occuperà un lungo periodo della sua vita: la documentazione dei fenomeni scientifici. Conduce esperimenti e sviluppa nuovi apparecchi fotografici e sistemi di illuminazione. Nonostante le ristrettezze economiche porta avanti il suo progetto con dedizione e alla fine degli anni ’50 collabora con il M.I.T. (Massachussetts Institute of Technology) per il quale produce immagini che illustrano i principi del movimento e della luce. Rifacendosi alla tecnica del rayogramma appresa da Man Ray, crea delle immagini esempio ancora oggi di come un lavoro documentario al servizio della scienza possa raggiungere altissimi livelli artistici. Opere quali Bouncing Ball, Light Trough Prism, Transforming Energy (1958-61) ne sono una chiara dimostrazione. Dopo il lancio dello Sputnik (1957) il settore scientifico conosce un nuovo impulso e gli scatti della fotografa destano grande interesse tanto che vengono pubblicati su libri di testo e riviste. I più importanti riconoscimenti e la sicurezza economica arrivano però tardi per Berenice Abbott, quando, costretta a lasciare New York per problemi di salute, si è ormai trasferita nel Maine. Muore nel 1991, dopo aver dedicato sessantasette anni della sua vita alla fotografia, fuori da ogni clichè e convenzione, camminando da sola. www.galleriacarlasozzani.org


Giulia Sgherri
Nata nel 1981 a Pontedera (Pi), studia “Media e Giornalismo” all’Universita degli Studi di Firenze e contemporaneamente porta avanti quella che é la sua passione fin dall’adolescenza: la fotografia. Frequenta il corso di Fotogiornalismo alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, numerosi workshop, i corsi di camera oscura Deaphoto per approdare poi al photo editing dopo aver completato il percorso di studi in “photo editing e ricerca iconografica” presso il CFP Bauer di Milano.


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