Christian Boltanski. Anime. Di Luogo in luogo.

Christian Boltanski. Anime. Di luogo in luogo.

Bologna. 26 giugno – 12 novembre 2017

Recensione di Silvia Moretta

 

Impedire l’oblio, arrestare la scomparsa delle cose e degli esseri mi sembrava un nobile obiettivo, ma ben presto capii che questa ambizione era destinata al fallimento, giacché non appena tentiamo di preservare qualcosa, la fissiamo nello spazio e nel tempo. Possiamo conservare le cose solo arrestando il corso della loro vita.

Christian Boltanski

 

È un ritorno importante quello di Christian Boltanski a Bologna. L’autore dell’installazione permanente al Museo per la Memoria di Ustica, era già stato affiancato dalla curatela di Danilo Eccher vent’anni fa, per la sua grande mostra italiana, e bolognese, “Pentimenti”, a Ville delle Rose nel 1997.

A Boltanski Bologna dedica il progetto speciale del 2017: la mostra antologica “Anime. Di luogo in luogo” al MAMbo; l’installazione performativa “Ultima” al teatro Arena del Sole, in collaborazione con Jean Kalman, scenografo, e Franck Krawczyk, compositore; l’installazione “Réserve” nell’ex bunker polveriera nel Giardino Lunetta Gamberini; “Take Me (I’m Yours)”, in cui Boltanski diviene curatore di un esperimento di arte popolare trasformando lo spazio dell’ex parcheggio Giuriolo in un contesto di arte diffusa. Interventi che, insieme all’istallazione per la tragedia di Ustica, rivelano “un rapporto sottile fra le pieghe della cultura e dell’impegno, lontani dal clamore e dalla superficialità ma presenti alle sensibilità del mondo” (D. Eccher).

“Anime. Di luogo in luogo” è una mostra che immette direttamente e senza filtri nella dimensione della morte, del ricordo, dell’oblio, del senso di tragicità intrinseco alla storia. Si articola in un ambiente ridisegnato, volto a suscitare un intenso coinvolgimento emotivo nello spettatore, che si trova ad affrontare un cammino intimo, immerso in echi visivi e sensoriali, in inciampi narrativi e in una dimensione “altra” del tempo. Lo spazio si articola infatti come una cattedrale, avente atrio, navata centrale e due laterali, a loro volta come suddivise in cappelle. Cattedrale come luogo di meditazione ma non di preghiera, dove si è avvolti da suoni, odori, sensazioni visive, dove il tempo divine un “inesorabile scorrere in decadenza”, la testimonianza è il “mezzo di riparazione alla scomparsa”, e risuona la liturgia della morte, mentre le domande, gli interrogativi esistenziali suscitati dai monumenti antiretorici di Boltanski, non trovano risposta.

Entrare nell’ “atrio”, come in un’anticamera, è incontrare “Coeur” (2005): “specchi neri in cui si riflette il buio della nostra conoscenza sono squarciati dalla luce intermittente e dal suono del battito cardiaco, unico, irripetibile, assolutamente identitario” (D. Eccher). Il rapporto tra oscurità e luce, e l’identità, sono gli elementi chiave che immettono alla mostra. L’interruzione della luce esterna è necessaria all’abbandono di pensieri legati alle contingenze, prepara all’ascolto, alla meditazione; gli specchi scuri riflettono a fatica la propria immagine nell’oscurità, predispongono non alla percezione dell’io, ma dell’essere umano, accolgono l’interrogazione sulla memoria collettiva che verrà di lì a breve. Oltrepassando fisicamente “Entre temps” (2015), ovvero il primo giovane volto, proiettato su tenda in poliestere, l’ambiente si spalanca improvvisamente grande, e sui velari, ci sono i volti, o meglio gli occhi: ultima traccia visibile di storie, nomi, passati, l’ultima traccia della vita. Nel muovermi mi risuonano le parole di Mattia Fumanti, in merito all’uso che Boltanski fa delle fotografie: “nelle quali il pubblico è messo a confronto con immagini che lo incoraggiano a colmare attivamente i vuoti narrativi e a porre la propria presenza nella narrazione e nella costruzione della storia”. Si intravede da ogni parte, al di là dei velari, la sommità di “Volver” (2015-17), la grande montagna dorata, posta al centro della navata centrale. Lo scintillio del materiale delle coperte isotermiche è esaltato dalla lampada sommitale, alta come una luna piena, salvatrice e unica luce per chi sfugge alla morte cercando scampo nel profondo della notte. In fondo, “Le grand mur de Suisse morts” (1990): una scaffalatura fredda di scatole di latta arrugginita, ognuna con un ritaglio tratto da una rubrica di necrologi di un giornale svizzero, e quindi volti, posti come in un archivio senza nomi. Oltre, “Animitas (blanc)” (2017). Per la prima volta realizzata nel deserto di Atacama in Cile, e poi ripreso in altre parti del mondo (in questo caso in Québec), “Animitas” è un lavoro complesso, dal punto di vista concettuale e linguistico, è un lavoro che coinvolge i tutti i sensi: il sonoro di campanelli della videoproiezione a parete si mischia all’odore ridondante della distesa di fiori sul pavimento antistante. Fiori che sono in continua trasformazione, diventando secchi giorno dopo giorno, rilasciando un odore sempre più pungente, in un ambiente odoroso invasivo. Un’opera definita da Eccher come uno straordinario intreccio di piani narrativi, azzardi linguistici, passaggi concettuali, intense suggestioni poetiche. Un “ingorgo emozionale”, un’opera “potente”, in cui la storia personale si intreccia alla Storia e alle storie di tutte le anime. “Ho istallato più di 300 campanellini sulla cima di alcune piante mosse dal vento, così si crea una musica che sembra venire dal cielo, qualcosa di celestiale. Il deserto di Atacama è il posto migliore per vedere le stelle, ogni campanello rappresenta una stella, e lì ho riprodotto la sky map della notte in cui sono nato. Allo stesso tempo è una sorta di cimitero delle anime, dove Pinochet abbandonava le persone per farle sparire completamente. Oggi alcune famiglie delle persone scomparse vanno ancora in cerca dei resti dei loro cari. Ecco perché è un posto particolare: abbraccia la terra e il cielo sotto il quale ci sono i resti di coloro che lottarono contro la dittatura. (C. Boltanski)”

In quelle che paiono navate laterali di questa laica cattedrale, si aprono come delle cappelle, corredate di altari. Sono il manifesto artistico di Boltanski, i “Monuments” (1980-90), rappresentanti la sua antiretorica, l’identità, e i temi portanti del suo lavoro. Colpiscono le piramidi e le sequenze delle fotografie, accecate ognuna da una vicinissima lampada. “Uso le luci per inserire nell’opera l’aspetto spirituale, la luce in quanto anima”, ma anche per svelare qualche verità, come fa un investigatore: “Uso la luce come fanno i poliziotti, uso la luce contro l’immagine, contro il viso, la luce negli occhi, proprio come un interrogatorio di polizia” (C. Boltanski). La memoria è dunque evocata attraverso i sensi, riguarda l’esperienza corporea in cui le memorie vengono incarnate, ma anche nel modo in cui al pubblico viene chiesto di partecipare all’opera, ovvero camminando attraverso le installazioni, come accade incontrando “Containers” (2010), i cumuli di panni, riflessione sull’accumulo di cose appartenute, e sulla monumentalità della tragedia, quella dell’Olocausto, il dramma per eccellenza della contemporaneità che tanto ha inciso nella sensibilità dell’artista. “Containers” richiama alla memoria gli accumuli dei campi di concentramento, ma non li ricrea direttamente: utilizzando abiti a noi contemporanei, o nei “Monuments” immagini di nativi della Svizzera morti di recente, Boltanski crea una voluta distanza con il dramma, per quanto sia evocato e trovi sede nella memoria di ciascuno.

Christian Boltanski, artista francese, Ambasciatore dell’Arte per la Francia, con un cognome di origine ucraina, madre corsa e nazionalità francese, ha sempre dichiarato il forte legame con la cultura ebraica, ha conosciuto una solitudine profonda e vissuto la morte dei genitori, colui che sin da bambino ascoltava i racconti dei sopravvissuti della Shoah, afferma, dialogando con Danilo Eccher: “il nostro spirito si forma grazie a quanti ci hanno preceduto e nel mio spirito ci dev’essere un miscuglio di pensieri di un rabbino ucraino e di un pastore corso. All’inizio dell’opera di un artista, c’è sempre un trauma vissuto nell’infanzia: nel mio caso, i racconti dei sopravvissuti alla Shoah, che ho sentito quado ero piccolo, dai miei genitori, e che mi hanno segnato per sempre”.

Nota: tutte le citazioni virgolettate sono tratte dal catalogo della mostra “Anime. Di luogo in luogo”, Silvana Editoriale, Milano, 2017.

 

Silvia Moretta
Laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico artistico consegue il diploma alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte medievale e moderna alla Sapienza di Roma. Rientrata a Pescara fonda l’associazione culturale Akedà. Prende così il via la sua attività di curatrice d’arte indipendente e di organizzatrice di eventi d’arte. È particolarmente attenta al tema della riqualificazione dell’ambiente urbano con l’arte e all’esigenza di una nuova alfabetizzazione per la lettura delle immagini. Crede fermamente che l’arte contemporanea debba svincolarsi dall’autoreferenzialità d’élite per tornare ad essere volta alla collettività, per riacquistare il ruolo di educatrice al bello. Affascinata dalla fotografia, nell’ultimo anno è curatrice anche di alcuni progetti fotografici.

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