Africa e arte contemporanea: i percorsi proposti da tre mostre a Milano

 

A cura di Davide Tatti (Testo e immagini)

FM Centro per l’arte contemporanea ha ospitato, fino al 6 giugno 2017, nei suoi spazi di via Piranesi a Milano, la mostra “il cacciatore bianco- the white hunter” dove la cultura materiale e l’arte africana vengono osservate dal 1922 ad oggi. La mostra è stata curata da Marco Scotini e da un comitato di advisor: Simon Nijami, attuale direttore della Biennale di Dakar; Gigi Pezzoli, africanista; Grazia Quaroni, curatrice alla Fondazione Cartier di Parigi e Adam Sanneh, direttore alla Fondazione lettera27. Con la sua chiusura ne è stato presentato il catalogo con testi in inglese: “the white hunter” che, invece di chiudere la rassegna, la riapre fornendo al lettore una serie di approfondimenti: saggi critici, storici, interventi degli artisti, materiale d’archivio fotografico e tutta la documentazione dell’allestimento. La pubblicazione, senza ISBN, è edita da Archive Books, può essere richiesta direttamente ad FM. Come ha indicato Elisabetta Calasso durante la presentazione, la selezione di opere contemporanee è stata costruita quasi per intero da prestiti ottenuti da collezionisti privati italiani, sensibili alle produzioni più recenti dell’Africa, rispetto alle istituzioni pubbliche che hanno mostrato, anche negli ultimi anni, segni di diffidenza.

Ripercorriamo l’itinerario della mostra: l’allestimento si è aperto con un corridoio che simula le rappresentazioni turistiche dell’Africa, curato da Pascale Marthine Tayou. Con una struttura a labirinto chiuso, si apre poi l’argomento della contemporaneità, in una serie di sezioni che approfondiscono ambiti tematici; tra questi la ricostruzione storica del colonialismo italiano in Africa tra il 1922 e il 1936, con le sue ideologie della razza. Segue la riproposizione filologica della sala che, nella Biennale di Venezia del 1922 diretta da Vittorio Pica, ospitava maschere e statue di piccole e medie dimensioni provenienti dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dal Camerun, dal Gabon e dal Congo. Vittorio Pica ebbe anche il merito di presentare alla Biennale del 1922 la prima retrospettiva su Amedeo Modigliani.

La proposta di opere contemporanee si è aperta con la scultura “due alligatori”, in legno e aghi d’istrice, di John Goba, nato nel 1944 in Sierra Leone: con questa si vuole richiamare la fondamentale mostra “i maghi della terra” tenutasi presso il Centro Georges Pompidou di Parigi nel 1989, a cura di Jean-Hubert Martin; che pur svincolandosi dai canoni della classificazione etnografica, presentò la produzione africana sempre come primitiva e incontaminata. Questa mostra invece intende proprio mostrare le caratteristiche di meticciato, di contaminazione tra la cultura africana contemporanea con quella europea e occidentale: chiave di lettura già suggerita nel 2005 dall’antropologo francese Jean-Loup Amselle, nel saggio “l’art de la friche, essai sur l’art africain contemporain”, tradotto in italiano nel 2007 da Bollati Boringhieri.

Alla fotografia si assegna uno spazio integrato all’insieme delle altre opere; compare l’autoritratto dell’artista concettuale afro americano Rashid Johnson, nato nel 1977 a Chicago. Seguono un gruppo di ritratti del fotografo Seydou Keyta, nato nel Mali nel 1921 e scomparso a Parigi nel 2001; gli autoritratti di Samuel Fosso, che è nato nel 1962 in Camerun, ed esercita la sua attività nella Repubblica Centrafricana. Lo studio di Samuel Fosso è un “teatro” che mette in scena la propria capacità di trasformarsi. Infine vengono presentati i collages fotografici di Wangechi Mutu, nata a Nairobi nel 1972, trasferitasi a New York nel 1990.

Il significato generale della mostra viene riassunto dal curatore Marco Scotini, nel suo testo di presentazione: «La mostra non si interroga tanto su chi sia l’africano, su cosa sia la presunta identità nera con i suoi attributi di primitivismo, originalità e non-contaminazione. Si domanda piuttosto perché l’Occidente abbia perseguito questa costruzione, perché ne abbia avuto bisogno. In questo senso, registrando il limite dello sguardo occidentale o rivelandone l’aspetto coercitivo, si cerca di lasciar emergere ciò che da questo è rimasto fuori; quell’inassimilabile che lo sguardo “bianco” non è riuscito a catturare.»

Le possibilità di confrontarsi direttamente con la produzione africana, o di artisti africani emigrati, prosegue attualmente a Milano negli spazi di Primo Marella Gallery, con la mostra collettiva “la sfinge nera, dal Marocco al Madagascar”, aperta dal 18 maggio al 24 luglio. La galleria ha prestato per la mostra “il cacciatore bianco” un arazzo di Abdoulaye Konaté e troviamo un’altra sua opera anche in questo allestimento. Nella mostra “la sfinge nera” viene dato uno spazio a parte per Mounir Fatmi, nato a Tangeri nel 1970 ed emigrato a Parigi, l’artista adopera anche la fotografia, il montaggio digitale e il video, per affrontare temi di carattere politico come l’installazione “History is not mine”. Il prossimo 27 giugno sarà aperta al PAC di Milano, istituzione pubblica, un’altra mostra sul contemporaneo: “Africa, raccontare un mondo” a cura di Adelina von Fürstenberg e di Ginevra Bria, di cui si attendono gli esiti, perché sembra infrangere quella diffidenza segnalata dai curatori della mostra “il cacciatore bianco”.

Davide Tatti è nato in Sardegna dove ha lavorato come graphic designer. Dal 1999 a Milano si è occupato di grafica editoriale, dal 2007 si interessa di fotografia per la documentazione.

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