Enrico Genovesi – Temporary Home

A cura di Elisa Heusch e Diego Cicionesi

Enrico Genovesi, fotografo toscano di fama nazionale per i suoi reportage a sfondo sociale, ha dedicato il lavoro “Temporary Home”, esposto in Sala Degli Archi presso la Fortezza Nuova di Livorno, ad un tema delicato e “scomodo” come quello dell’emergenza abitativa. La sua indagine risale al 2013, anno in cui, nella suddetta città toscana, la media dei provvedimenti di sfratto risultava particolarmente alta rispetto al numero di famiglie residenti, addirittura tra i primissimi posti nella classifica delle città italiane. Si susseguono 26 storie di persone comuni, che a seguito di vicende avverse – come l’improvvisa perdita di un impiego, una separazione o la pensione troppo modesta – non hanno più avuto i mezzi economici per far fronte alle spese e hanno subito lo sfratto per “morosità incolpevole”, dovendo abbandonare le proprie abitazioni.

L’autore ha deciso di narrare ogni storia attraverso un particolare layout espositivo : un’immagine principale che racchiude un ritratto del protagonista all’interno del suo alloggio “di fortuna” – con espressioni vere ed emozioni forti che si percepiscono senza filtri – ed un’immagine affiancata che mostra alcuni dettagli salienti dello stesso ambiente. Una didascalia infine dà un breve resoconto delle vicissitudini del protagonista, completando il quadro e facendo sì che chi guarda si trovi completamente immerso in ognuna di queste difficili realtà. Ciò che percepiamo nettamente osservando queste 52 immagini è come tutti i protagonisti siano riusciti a mantenere ben salda la propria dignità, a dispetto di ciò che ci potremmo immaginare: suppellettili, oggetti personali, fotografie e ricordi adornano gli angusti spazi e ci riportano ad una dimensione intima, sussurrata e rispettosa. Si avverte il desiderio di queste persone di poter cambiare vita quanto prima, ma anche la voglia e la capacità di continuare ad adattarsi senza perdere appunto la dignità per sé stessi e per la propria famiglia.

Abbiamo chiesto ad Enrico quali motivi lo abbiano portato a rivolgere la sua attenzione a questo progetto:

“Partendo dal presupposto che questo tipo di reportage sociale è ciò che amo trattare con la mia fotografia, la “molla” scatenante per affrontare tale argomento è scattata in seguito ad un servizio in cui mi sono imbattuto in tv, riguardante l’eclatante numero di sfratti registrati a Livorno nel 2011, quando la città risultava essere drammaticamente al vertice di tale classifica. Ho deciso dunque di porre maggiore attenzione verso questo problema, prendendo i contatti necessari per la mia ricerca ed entrando in contatto poi con queste famiglie, che mi hanno accolto nella loro dura realtà quotidiana, mostrandomi di aver mantenuto un livello di dignità personale che non mi sarei aspettato in tali condizioni di disagio.”

Abbiamo chiesto poi all’autore come valuti questo progetto adesso, a distanza di anni:

Sicuramente mi rende orgoglioso l’aver contribuito a porre l’accento su tale questione, che fortunatamente è andata migliorando negli ultimi tempi, tant’è vero che alcune di queste famiglie si sono viste nel frattempo assegnare gli alloggi definitivi; tuttavia sono ben consapevole di quanto il problema sia ancora attuale e tutt’altro che risolto. Non sta a me prendere posizioni; come fotografo ritengo sia mio dovere porre l’argomento all’attenzione della collettività, cercando di innescare in questo modo delle riflessioni più profonde. Posso infine dire di essere fiero che la mia mostra, dopo aver girato per quattro anni in tutta Italia, sia esposta adesso nella città che ne è protagonista e dove tutto ha avuto inizio.”

Parlare oggi di disagio sociale e di inadeguatezza dei mezzi offerti per contrastarlo, può trasformarsi in un terreno impervio e scivoloso. Assistiamo oramai – in modo quasi esclusivo – a tesi preconfezionate ed espressioni di giudizio inappellabili. Strumentalizzazioni e derive che nulla o poco contribuiscono al miglioramento delle cose.

Nella mostra di Enrico Genovesi, si affronta quel sottobosco di povertà e dolore che non risalta nelle cronache e che spesso non ha voce per gridare e urlare. Un mondo trasversale alle classificazioni geografiche, etniche, religiose e anagrafiche che impedisce di alimentare estremismi beceri e populisti. Qualcosa che capita e potrebbe capitare a tutti. Nessuno (o quasi) escluso.

Il fotografo ci conduce con grazia dentro un mondo di dignità, silenzioso e sofferente, ai limiti della rassegnazione, popolato da persone che improvvisamente si sono trovate fuori, senza colpa, senza torti fatti ne’ subiti.Un lavoro perso per un appalto mancato, un’azienda che chiude, un’esperienza che non facilità nuove prospettive. Storie comuni che assomigliano tantissimo alle nostre vite.Si chiamano “morosi incolpevoli”, un’espressione che mitiga la loro responsabilità giuridica e che sembra allargare le braccia in una deresponsabilizzazione collettiva. Si poteva descrivere tutto con toni gravi, polemici, faziosi. Niente di questo accade nelle immagini in mostra alla fortezza nuova, a Livorno.

I ritratti di questi protagonisti, involontari, ci riportano persone silenziose, dignitose, immobili, che lasciano trasparire le loro emozioni attraversi piccoli gesti delle mani, delle braccia e – soprattutto – degli sguardi. Sguardi gettati altrove nella speranza remota che qualcosa cambi, per loro e per i bambini che si intravedono negli spazi e nei dettagli di quelle minuscole abitazioni ma che nessuno espone come simbolo o trofeo. Si fa fatica a chiamarle case, ma molti di loro le hanno ingentilite con la meticolosità dei loro ricordi, delle loro memorie, di quel disperato tentativo di sentirsi vivi dentro quei luoghi. Dai loro racconti addirittura traspare la gratitudine perché qualcuno ha pensato ancora a loro, concedendoli l’uso di spazi abbandonati e inutilizzati.

Parlare di problemi sociali oggi, all’interno degli strumenti del reportage fotografico, rischia un approdo chiassoso ed esasperato, un proliferare di morbosità e “pornografia” che saturano ogni capacità di ascolto. Non troverete nulla di tutto questo ma solo tante domande che ognuno potrà e dovrà porsi. Interrogativi sui nostri ruoli, sui nostri contributi, una riflessione sui nostri sguardi distratti. Il silenzio che si crea dentro di noi quando – attraverso l’immagine – si approda a scombinare gli sterili approcci dei media di fronte al problema, allo scandalo. Il silenzio dei luoghi, il dettaglio e la breve presentazione a quel mondo, crea un corto circuito a cui non siamo abituati e che i nostri sistemi di indignazione da social network non riescono a neutralizzare.

Non rimane che fermarsi, ascoltare e riflettere.

Nato nel 1962, Enrico Genovesi, vive a Cecina e fotografa dal 1984 dedicandosi prevalentemente al reportage a sfondo sociale su storie italiane. Alcuni lavori sono stati pubblicati in libri fotografici monotematici. Sue immagini sono state distribuite dall’Agenzia ”Grazia Neri” di Milano; successivamente e fino a tutto il 2012, è stato rappresentato da Emblema Photoagency. Ha all’attivo premi, riconoscimenti e pubblicazioni di varia natura. Nel 2012 è nominato “Autore dell’Anno” dalla FIAF, da cui la monografia “About”. Frutto di una collaborazione con il CESVOT, Centro Servizi Volontariato Toscana, nel 2016 viene pubblicato “Obiettivo volontario”. Il lavoro è parte integrante di un progetto nazionale sul volontariato promosso dalla FIAF di cui Genovesi è “testimonial Samsung”. Nello stesso anno la Federazione gli attribuisce il riconoscimento di Maestro della Fotografia Italiana MFI.

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